Ci siamo innamorati del festival toscano che nel giro di cinque edizioni è diventato un punto di riferimento nell’estate musicale italiana. Merito delle grandi stelle internazionali in cartellone quest’anno, certo, da Jack White ai Gorillaz passando per Nick Cave. Ma non solo. Complice anche la location funzionale quanto scenografica del Lido di Camaiore, immersa nel verde e a due passi dal mare. La gestione dei servizi nel complesso lodevole (impianto audio perfetto, bagni in abbondanza, birre ad un prezzo onesto, aree all’ombra dei sontuosi pini marittimi, controlli non asfissianti) e una atmosfera generale di relax e spensieratezza. Insomma, come in vacanza ma sotto palco. Per gli standard italiani, un mezzo miracolo? Il reportage a cura di Lorenzo Giannetti. Photo di Alessia Neirotti.
Era da troppo tempo che la Versilia non vedeva nascere e crescere un evento come La Prima Estate. Forse dai tempi in cui per dare un tocco internazionale alle grandi manifestazioni si scomodava il termine “kermesse”, oggi attribuito per lo più al Festival di Sanremo. Una dicitura demodé ma a suo modo deliziosa, proprio come la sequenza di nomignoli dal sapore retrò dei vari stabilimenti balneari sul litorale di Camaiore. La Prima Estate non è (ancora) trasmessa in Eurovisione come la kermesse ligure ma giunta alla quinta edizione sta consolidando la propria legacy attirando fette di pubblico praticamente da tutta Italia.
Il festival che ha rimesso la Versilia sulla mappa della musica dal vivo sta in verità raccogliendo una eredità piuttosto ingombrante. Infatti il Parco Bussoladomani – scritto tutto attaccato – vanta uno storico di tutto prestigio e non è affatto la prima volta che ospita artisti di prim’ordine. A cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80, sotto la guida illuminata dell’imprenditore Sergio Bernardini, diventò un luogo di culto per le frange più fricchettone (oggi forse diremmo “indie”) della Toscana by night. Il teatro-tenda da circa 6000 posti pensato da Bernardini e il suo staff rappresentava qualcosa di rivoluzionario per l’epoca, tanto da essere considerato da molti la prima arena estiva moderna. La struttura al coperto prometteva una relativa frescura e la spiaggia a pochi metri diventava un “camping” naturale. Sul palco di Bussoladomani sono passati artisti di statura mondiale come Frank Zappa e Miles Davis, Donna Summer o Liza Minelli. E ovviamente la crema della musica nostrana, da Renato Zero a De André. Camaiore è stato anche teatro dell’ultima apparizione pubblica della divina Mina, che diede l’addio definitivo alle scene con una serie di concerti proprio qui nel ’78. Scopro tutto questo grazie ai custodi principali della memoria storica del territorio italiano: gli anziani al baretto. A mia volta provo a raccontare loro la line up stratosferica di questa edizione de La Prima Estate davanti ad un Crodino; o per lo meno lascio intendere che a distanza di tanti anni qui a Camaiore si sta nuovamente scrivendo una pagina importante nella storia della Versilia.
Difficile quest’anno trovare un festival con un programma più effetto “wow” de La Prima Estate
In conferenza stampa gli organizzatori D’Alessandro e Galli avevano risposto ai diffusi complimenti degli addetti ai lavori così: “Ci ha aiutato anche lo stop di Glastonbury, che ha liberato qualche slot di rilievo”. Una inaspettata dose di sincerità e modestia, per lo meno rispetto alle dosi di vanagloria e autoreferenzialità a cui siamo abituati nell’ambiente. Vedremo cosa succederà l’anno prossimo con rientro in pista del colosso inglese, intanto ci godiamo l’onda lunga di questo “wow” e ripercorriamo le tappe principali di quello che oltre un festival è stato effettivamente una vacanza, come suggerisce lo slogan de La Prima Estate.

“Chi l’ha detto che c’è bisogno di comprare una chitarra?”
Jack White non passava in concerto da queste parti da quasi vent’anni. Per ben 18 anni noi millennials devoti al sacro fuoco del rock’n’roll e al culto dei White Stripes abbiamo atteso impazienti l’avvento del Messia di Detroit. Forse l’ultimo guitar hero in grado di mettere d’accordo tutti, generazioni lontane e generi diversi. In questi anni ci siamo sorbiti pessime imitazioni ai limiti del cosplay e abbiamo bestemmiato un popopopopopopopo dopo l’altro ma finalmente ce l’abbiamo fatta.
“Chi l’ha detto che c’è bisogno di comprare una chitarra?” è una citazione dal documentario del 2009 “It Might Get Loud” che potrebbe aiutare i profani a capire perché l’esibizione di quest’uomo apparentemente nato con una chitarra in mano abbia assunto quasi i contorni di un’apparizione divina. La scena del doc è questa: Jack White è in una fattoria sperduta non ricordo in quale cittadina americana, prende un asse di legno grezzo, ci ficca due chiodi e tende una corda da parte a parte. Ci piazza un pick-up elettrico con del nastro isolante e a quel punto si inventa un “ponte” rudimentale con una bottiglietta di vetro. Collega questo aggeggio del diavolo ad un ampli scassato e improvvisa un blues distorto. Guarda in camera compiaciuto e con estrema naturalezza sogghigna: “Chi l’ha detto che c’è bisogno di comprare una chitarra?”. Oggi abbiamo imparato che cos’è il rock’n’roll. Sipario.
Negli ultimi venti minuti di questi ultimi (quasi) vent’anni che mi hanno separato da Jack White ripenso a questa scena e a cosa hanno significato per me la canzoni di questo straordinario musicista in grado a quanto pare di elettrificare qualsiasi cosa. L’attesa sarà ampiamente ripagata. E vale la pena aspettare ancora un ultimo ballo per l’arrivo on stage dell’headliner se a mettere a soqquadro il palco de La Prima Estate c’è un’altra band del cuore: The Hives.
“Come on! Come on! Come on! Come on! Come on! Come on!”: una filosofia di vita
Less is more dice il designer scandinavo, Come on! urla Pelle Almqvist. L’essenziale è invisibile agli occhi ma si sente molto bene nel caso degli Hives. La ripetizione è una forma d’arte. Una sorta di trasformazione in slow motion. Sempre uguale ma sempre diversa. Come i dischi incendiari e soprattutto le esibizioni funamboliche della band svedese, sempre e comunque una garanzia quando si tratta di aizzare un folla con le armi del punk’n’roll. “13 brani realizzati con dedizione, incoscienza e abilità” dicono del loro ultimo album intitolato con la solita dose di smargiassa ironia “The Hives Forever, Forever the Hives”. E ancora una volta la magia si ripete. Forever and ever.
A Camaiore optano per un look da marinaretti e per il solito corredo di riff al fulmicotone. Non si risparmiano mai. Gli Hives raccontano di stare festeggiando sul palco quella che per loro è una sorta di festa nazionale: il Midsommar, diciamo il solstizio d’estate scandinavo dove storicamente ci si riunisce per balli e danze tradizioni in mezzo alla natura. Non ci sono le betulle svedesi ma qui a Camaiore non mancano i pini marittimi e le danze del pogo. “Siamo tutti amici” urla felice l’amico Pelle, sempre incontenibile quando gli si mette un microfono in mano.
Strappa più di un sorriso pensare che ad essere davvero molto amici sono gli Hives e Jack White. Pare che già alla vigilia del festival il chitarrista del Michigan avesse espresso particolare voglia e gioia di ritrovarsi dopo tanti anni a condividere il palco coi suoi “allievi” del Grande Nord. Lo dirà anche sul palco, sciogliendo per l’ennesima volta i nostri cuori da rocker. Come se non bastasse, pare che White abbia risposto ad un S.O.S. della band, che a causa di un disguido logistico non aveva con sé tutta la strumentazione per il concerto. Che problema c’è? Zio Jack vi presta le sue chitarre e tutto quel che serve per portare avanti i lavori del rock’n’roll. A suggellare questa bromance da occhi lucidi, la splendida foto di gruppo comparsa in quelle ore su Instagram, da antologia:

“Salto io, salti tu”: ti amiamo Jack
Jack White atterra a Camaiore con l’impatto di un asteroide. Neanche il tempo di salutarsi con la nuova That’s How I’m Feeling che parte a cannone Black Math dei White Stripes: Jack ha già rotto una corda, spettinato tutto il parterre con urla belluine e fatto lezione di swag con uno stivaletto bianco abbagliante. Mentre pensi “Ah, ok, fa i pezzi vecchi” ti spara così de botto una The Hardest Button to Button più incazzata ancora di come te la ricordavi: marcia inesorabile verso l’iperuranio del fottuto rock (per citare Valerio Lundini). Ma cosa cazzo sta succedendo? “Da quale pianeta sei venuto, aquilone cosmico?” (stavolta citazione Mundial). La perfezione aliena di quello a cui assistiamo lascia sinceramente senza parole e non è una iperbole. Jack White from Detroit: nato per fare questo.
Sul palco insieme a questo mostro a 6 corde ci sono altri tre musicisti che definirei in stato di grazia: Dominic Davis al basso, Bobby Emmet alle tastiere e una menzione speciale per Patrick Keeler alla batteria. La band accelera e rallenta con una disinvoltura disarmante, quasi come in una specie di jam session. I pezzi vengono chiamati al momento, smontanti e rimontati in maniera imprevedibile come i Lego del videoclip di Fall in Love with a Girl (e chi si aspettava di sentirla dal vivo??). La scaletta che viene fuori è da bava alla bocca ma allo stesso tempo appare quasi “superflua”. Mai come in questa occasione ho avuto la sensazione che questi signori qui potessero suonare qualsiasi cosa e ci avrebbero ipnotizzati comunque dall’inizio alla fine. Una dimostrazione di onnipotenza strumentale difficile da spiegare a parole. Per la cronaca non mancano all’appello i classici intramontabili dei White Stripes, le hit dei Raconteurs e le tante perle della produzione solista di Giacomo Bianco, per stanotte Imperatore della Versilia.
In questo particolare periodo storico fatto di pompose iper-produzioni, sembra quasi “strano” assistere a bocca aperta al concerto di un big fatto semplicemente di canzoni una più della dell’altra. E dal suono potente e curato con una precisione maniacale. È libidinoso ammirare un saggio di bravura tecnica che non scade mai nel manierismo (less is more, si diceva?) e soprattutto è una liberazione assistere ad uno show a bocca aperta senza bisogno di visual da milioni di LED o fuoco-e-fiamme a sottolineare ogni drop. Niente fronzoli, niente storytelling, niente stronzate. C’è solo la scultura blu elettrico creata dallo stesso Jack White: un marinaio con una grande testa a forma di teschio, finito direttamente sulla copertina del nuovo disco del capitano White intitolato Frozen Charlotte. Speriamo di non dover aspettare altri 20 anni per ascoltarlo dal vivo.
“And the feeling coming from my bones”: un inno nazionale e generazionale
Un capitolo a parte merita la chiusura trionfale con Seven Nation Army. L’ormai celeberrimo “popopopopo” è diventato un coro da stadio, una suoneria boomer, una sigla radiofonica, uno spot pubblicitario. Tutto quelle che volete. Ma è e resta soprattutto una canzone pazzesca, con quel riff da antologia finito nello stesso Campionato di inni generazionali come Smoke on the water, Back in Black, Whole Lotta Love etc. La sovraesposizione mainstream non ne ha intaccato la potenza dinamitarda, soprattutto se consideriamo che dal vivo Jack White la sporca, scortica e deforma (abbiamo capito che il copione è questo, evviva). Scongiurato senza pensarci due volte il pericolo di un easy listening troppo “ripulito”. È un suono rovente, avvolgente, totale. Nell’estate in cui per la terza volta non ci siamo qualificati ai Mondiale risuona il nostro inno nazionale acquisito. Ed è un delirio collettivo, una festa mistica, un gol al novantesimo.
Non è facile riprendersi da una cosa del genere. Il giorno dopo al mare si continua a battere il piede a tempo sulla sabbia. Si ripensa al fascino sfuggente di quel man in black che sembra uscito da un film di Tim Burton. Con la foga di Sweeney Todd e la gentilezza di Edward Mani di Forbice. Si canticchia ogni canzone provando ad imitare il suo falsetto. “Cazzo, speravo facesse Ball & Biscuits!” sorrido, cercando di trovare un unico difetto a quello che ricorderemo per anni come un concerto senza senso.

“A dire il vero io volevo solo stare bene”: la seconda giornata del Festival è tutta italiana
Il “karaoke” continua nella seconda giornata di festival; e stavolta si canta in italiano. Una notte per celebrare la nostra musica da esportazione. Come sempre l’ecosistema di un festival impone delle scelte dettate dalla sopravvivenza, di conseguenza arriviamo in postazione per le esibizioni di Ministri e Marlene Kuntz. Questi ultimi riportano di nuovo in tour dopo anni “Il Vile”, un disco che ha avuto un impatto profondo su tutta la scena alternativa italiana in questo paese di canzonette dove non è mai facile proporre qualcosa di alternativo. Il valore del disco non si discute, con la sua mescita di poesia decadente e noise abrasivo. I Marlene invecchiano come un buon vino (e il precedente tour celebrativo di Catartica lo aveva già dimostrato). Purtroppo in questo caso trovo che il contesto non sia dei più adatti: troppo dispersivo per (r)accogliere le invettive intimiste di Godano e compagni.
Più a fuoco la performance dei Ministri: Dragogna e soci si mangiano il palco come sempre, per quanto anche loro forse diano il meglio in un club, a stretto contatto con un pubblico di fedelissimi. Hanno un repertorio costellato di canzoni meravigliose, siano esse riottose scariche elettriche come “Fuori” o ballad crepuscolari come “La pista anarchica”. Sottolineano come La Prima Estate sia uno dei grandi palchi dove si può suonare a dei volumi decenti, accodandosi ai complimenti rivolti a fonici e impianto audio praticamente da chiunque al festival. Nonostante il contesto marittimo, purtroppo non salta fuori il gommone gonfiabile su cui da tradizione Divi fa crowd surfing! A fine concerti siamo letteralmente senza voce. Sempre un buon segno.
Rispetto alle giornate sold out coi colossi mondiali, il secondo giorno si registrano ovviamente numeri diversi. L’atmosfera è più raccolta, il parterre più spazioso. C’è tempo e modo per affrontare una questione che ha suscitato qualche perplessità: perché il parterre è diviso a metà? Spieghiamo meglio. L’area più vicina al palco è tagliata a metà da una passerella che delimita due aree distinte di parterre. La parte a sinistra è “prato semplice” col biglietto al prezzo base, la parte destra costa di più a vi si accede con braccialetto. In pratica la parte destra equivale ad un cosiddetto golden pit: prezzo più alto ma più spazio vitale, più servizi, più confort. Personalmente non ho mai amato particolarmente il concetto stesso di “pit” ai concerti, sebbene comprenda che possa avere delle implicazioni logistiche sensate, per lo meno in alcuni casi. Al di là delle opinioni personali, molti si sono chiesti il perché di questa ulteriore suddivisione. Perché non costruire un normale pit davanti al palco? Alla base di questa scelta c’è un ragionamento con una logica, se vogliamo, democratica: si consente a chi non ha acquistato il biglietto deluxe di poter arrivare nelle primissime file a ridosso della transenne, semplicemente dall’altro lato del palco. In effetti sembra filare. C’è un pericolo in agguato: si rischia di creare una sproporzione tra lato destro e lato sinistro, a mio parere strana in primis per chi suona. Ma del resto mi è capitato di vedere anche dei pit mezzi vuoti dove ad una certa si formava un brutto “buco” tra la fine del pubblico gold e le persone dietro alle transenne. Sinceramente in questo caso ci sentiamo di aprire la discussione ma rimandare il giudizio.

“Cuz music is power”: come si fa a non voler bene a Richard Ashcroft e Pete Doherty?
Day #3, la giornata fockin british. D’improvviso Camaiore sembra Brighton. Ma tira anche aria di Manchester. Non suonano i Gallagher ma ovviamente lo spirito degli Oasis aleggia su tutta la Toscana. A La Prima Estate arriva Richard Ashcroft, uno dei kid preferiti dei ragazzacci mancuniani, tant’è che Liam e Noel l’hanno chiamato ad aprire i maxi concerti della reunion dello scorso anno. E poi, torna in Italia Pete Doherty coi suoi The Libertines, un altro bad guy dal cuore d’oro nonché grande fan sia dei fratelli Gallagher sia di Ashcroft.
Prima di loro, gli scalmanati Wombats, un piacevolissimo amarcord che ci riporta sui dancefloor alternativi degli anni 2000. La band è un po’ scomparsa dai radar ma lo smalto dei tempi di MySpace e Skins sembra ancora fresco. Concludono il set con una invasione di palco ad opera di pupazzoni di peluche chiamati a dimenarsi sulle note di una hit ancora contagiosa come “Let’s Dance to Joy Division”. Divertissimi e dolcissimi, erano e rimangono una party band rodatissima, che non vediamo l’ora di rivedere in un piccolo parterre sudatissimo. Troppi superlativi sull’onda di un ritrovato entusiasmo adolescenziale, scusate.
I Libertines decidono per l’occasione di entrare sul palco sulle note trionfali di Vincerò di Pavarotti. Mi rendo conto che possa risultare una opinione non troppo condivisibile ma la bellezza dei loro live risiede quasi sempre nell’imprevedibilità e nell’imperfezione. Nel dolce naufragar delle loro esibizioni ogni volta verso lidi ignoti. Pete Doherty contiene moltitudini difficili da imbrigliare e in questo senso il partner in crime Carl Barat lo aiuta a mantenere la rotta. Ogni concerto diventa una storia a sé: non priva di sbavature e tempi morti ma anche dannatamente umana, irriverente e irresistibile. Siamo lontani dalla perfezione chirurgica della jam session di Jack White, ma anche in questo caso è bello perdersi in una sorta di live “a braccio”. Rotolando tra le hit di un repertorio fin sottovalutato. Non il miglior concerto dei Lib visto negli ultimi anni? Vero. del resto non sono mai stati una band da grande arena. Queste canzoni hanno bisogno di un respiro diverso. Ciononostante Pete e la ciurma brillano di luce propria in momenti come la ritrovata verve baldanzosa di Run Run Run o quando il riff di The drug don’t work in omaggio all’amico Ashcroft sfocia nella sempreverde Music when the lights go down. Ci godiamo i calzini rossi di Pete Doherty in attesa dell’annunciato ritorno in pista dei suoi Babyshambles.
Da un battitore libero come Doherty al mattatore Britpop della terza notte di festival: Richard Ashcroft torna in Italia più forte che mai, complici anche i raduni oceanici come opening act degli Oasis.
Il pubblico lo aspetta rigorosamente in alta divisa: t-shirt da calcio, cappellino da pescatore in testa e Samba ai piedi. Lui entra con giubbottino di pelle da bomber nonostante i 57 gradi (nessuno però se l’è sentita di indossare il parka). L’andatura inconfondibile, l’attitudine fiera e un’aura potentissima. Aggiungeteci una voce ancora ruggente ed un poker d’assi di canzoni che trascendono lo spazio-tempo. Visto qualche anno fa al Todays Festival – compianta realtà torinese che con La Prima Estate condivide una certa atmosfera sincera e non performativa – Ashcroft si conferma un cavallo di razza. Canta col cuore e si vede, anche plasticamente, quando appoggia il microfono al petto mentre tutta Camaiore urla a squarciagola le sue hit. Ad una certa, da calciofilo navigato, indossa la maglia azzurra della Nazionale italiana e si dice dispiaciuto per la nostra mancata qualificazione alla Coppa del Mondo. Chissà se sarà l’anno buono almeno per la sua Inghilterra!
L’unica pecca di un concerto che incasella perle come Lucky Man, Sonnet e Music is Power? Lo avevamo notato già in passato a quel TOdays Festival di dieci anni fa: la scaletta risulta un po’ corta perché molte delle canzoni vengono allungate con code strumentali o botta e risposta in coro. Personalmente mi piacciono le versioni “deluxe” delle canzoni dal vivo, mi piace anche l’effetto psichedelico di una reprise, così come il rapporto comunitario che si instaura col pubblico. La sensazione è semplicemente che ogni tanto si potesse fare a meno di sbrodolare, in favore di un paio di pezzi in più in scaletta.
Detto ciò se puoi chiudere un concerto con Bitter Sweet Simphony alla fine hai ragione tu. Non posso che alzare le mani al cielo e creare insieme a tutto il parterre de La Prima Estate un’onda energetica: “That’s liiiiiife!”. Insieme a Wonderwall, la più papabile sostituta come inno nazionale inglese. Proprio mentre ho la mano al petto e le lacrime agli occhi vedo spuntare sotto palco Pete Doherty, anche lui a cantare come se non ci fosse un domani “Have you ever been down???” prima di dirigersi baldanzoso verso il backstage. Lo seguo con lo sguardo mentre si dimena in un balletto scomposto e in una frazione di secondo decido di andargli incontro. Dietro di me corre subito anche la mia fidanzata Alessia. Tenete a mente che siamo entrambi “bimbi di Pete” e che ci siamo innamorati ad un concerto dei Libertines. Lo intercettiamo proprio all’ultimo secondo prima che sparisca chissà dove. Dolce e stralunato, ci abbraccia, ci bacia. Facciamo la foto di rito. “Thanks for all the memories, man!”. Ti vogliamo bene Pete!
Il primo weekend de La Prima Estate si conclude con un selfie sfocato con un anti-eroe personale. Da incorniciare. Persino le zanzare ci hanno lasciato in pace, lusso non scontato in mezzo alla macchia mediterranea! Con gli occhi a cuore saliamo un’ultima volta sulla torretta panoramica (ecco un’altra bella trovata del festival) per salutare la Versilia in attesa del prossimo weekend. Cosa mai potrà succedere di più incredibile?

Get Ready For Love: innamorato son, ho visto Nick Cave
Nonostante io sia un fan piuttosto accanito, il destino beffardo ha voluto che non fossi mai riuscito a vedere dal vivo Nick Cave fino al suo passaggio in Toscana per La Prima Estate. Ho pianto ascoltando i suoi dischi leggendari e leggendo la sua newsletter The Red Hand Files. Ho urlato guardando al cinema il documentario sulla storia di quei teppisti dei Birthday Party, band con cui da giovane ha messo a ferro e fuoco la scena punk australiana. Ho tifato per il baffo ai tempi dei Grinderman. E, ovviamente, ho letto tutti i possibili reportage di quello che più frequentemente viene descritto non come un semplice concerto ma come un rituale collettivo. Un’esperienza ultraterrena. Le domande allora sono due. Come fa Nick Cave a ripetere questo miracolo sul palco anno dopo anno? E cosa posso aggiungere io a quell’equazione quasi mistica che è un suo concerto?
Domande piuttosto impegnative, meglio rispondere a stomaco pieno. A questo punto aggiungendo una domanda extra: come si mangia (e si beve) a La Prima Estate? L’offerta è ottima, si va dallo smash burger alla pizza, dalla combo bombette pugliesi e arrosticini del Mannarino alla schiacciata locale, fino al Katsu-sando (il tipico tramezzino giapponese) o alle polpette di Meatball Family. I prezzi del food sono nella media per quanto riguarda i festival italiani ed europei, sì, tuttavia fatemi dire che questa media è un tantino alta. Va molto meglio per quanto riguarda il beverage: la “valigia” da 5 birre a 5 euro l’una non è affatto male come offerta, anzi. Si esagera come sempre sui cocktail ma il cocktail al maxi festival è quasi sempre una pessima idea.
C’è poi l’annosa questione delle code. In questo senso il festival ha saputo migliorarsi in corso d’opera: il primo giorno è stato un mezzo disastro con code da più di mezz’ora, poi la svolta. La crew si è organizzata meglio con un tot di prodotti già pronti da smazzare subito. Così si dovrebbe fare in tutti i grandi eventi: predisporre prodotti già assemblati e pronti da distribuire rapidamente. Tutti amiamo le sagre ma non se dobbiamo fare i conti con una timetable che avanza inesorabile (e senza la possibilità di portare cibo dall’esterno). All’estero problemi logistici di questo tipo si verificano con meno frequenza, è possibile fare meglio i conti in relazione alla folla prevista? Detto ciò, tanti punti bonus al festival per l’assenza di quella mezza truffa legalizzata chiamata token.
Togliamoci un ultimo dente legato alle maledette code: la polemica sull’American Express, scoppiata già alla vigilia del festival sui social. In pratica la prestigiosa carta di credito sponsor del festival fungeva da salta-coda per tutto: dalla corsia prioritaria per il bar all’ingresso stesso al festival – attenzione quest’ultimo NON anticipato ma semplicemente prioritario dopo la regolare apertura dei gate per tutti. Insomma, nulla di particolarmente drammatico per i più, ma un oltraggio per le fanbase più intransigenti (leggasi Twenty One Pilots). Non dubitiamo ci fosse chi era pronto a farsi spedire la card apposta per l’occasione. In conclusione? Per correttezza bastava comunicare con maggior anticipo questo benefit.
La voce incantevole della cantautrice italo-islandese Emiliana Torrini è un balsamo che ci rinfranca mentre aspettiamo la nostra dose quotidiana di arrosticini. Restiamo umili pagando con la Postepay e corriamo sottopalco per gli Sleaford Mods, working class heroes da Nottingham. Il duo è una delle proposte più spiazzanti di fronte alla quale ci si può trovare ad un festival. E funzionano da anni proprio come un cortocircuito al quale è difficile abituarsi. Andrew fa partire una base e Jason ci vomita parole addosso. Fine? Non proprio. La base è quasi sempre una suoneria post-punk ridotta all’osso che inizia a squillarti nel cervello. Le parole sono delle invettive sguaiate capaci di impossessarti del tuo corpo come una macumba. In repertorio ci sono bangers che fanno muovere il culo a tutti ma anche i pezzi meno riottosi e più introspettivi dell’ultimo disco suonano da paura. Jason passa da un balletto ciondolante ad una posa dandy, poi si concede una improbabile “sfilata” in passerella col solito piglio strafottente. Nei giorni successivi i due racconteranno di essere rimasti bloccati a Firenze per un problema coi voli, aver mancato l’appuntamento con un festival in Europa ma essersi consolati con la grande Arte nostrana.
È invece degna del grande Cinema l’entrata in scena dell’headliner di giornata. La sagoma inconfondibile di Nick Cave appare al Lido di Camaiore come quella di un gangster sbucato nell’ombra in un film della New Hollywood, con il solito completo scuro e il capello leccato all’indietro.
La risposta alla prima domanda che mi ponevo all’inizio è chiara già alla prima canzone, la trascinante dichiarazione di intenti “Get Ready for Love”. Eccolo, il predicatore rock’n’roll, lo sciamano in giacca e cravatta. Cerca sin dal primo minuto una connessione viscerale col proprio pubblico avventandosi sulle prime file del parterre. Nessuna barriera, nessun filtro. Nell’andirivieni tra pianoforte e transenne incessante per tutta la durata del concerto, Nick diventa un tutt’uno con la sua gente. È un susseguirsi praticamente senza sosta di momenti dal pathos quasi insostenibile. A quasi 70 anni, questo vecchio bastardo è ancora uno dei performer più generosi e esplosivi sul proscenio mondiale.
Insieme a lui sul palco una band monumentale composta dai compagni di una vita: gli inossidabili e inarrestabili The Bad Seeds, ça va sans dire, capitanati da un altrettanto irresistibile Warren Ellis, metronomo di tutto quello che accade attorno ad un frontman impossibile da arginare. Band in grande spolvero e in formazione deluxe con tanto di coro gospel a dare quel tocco spiritual a tutto il repertorio. Come se non bastasse, aggiungeteci un certo Colin Greenwood al basso: “Lo abbiamo rubato ai Radiohead, ops!”. Il suono è sempre caldo, vibrante, avvolgente: sia quando ci si abbandona al sing-along con classici del passato come From Her to Eternity e The Mercy Seat sia quando si lascia spazio all’ultimo disco Wild God. “This is what we do” dirà dopo aver distrutto l’ennesimo microfono (ne ho contati almeno tre) elogiando i suoi sodali. In Tupelo è un Elvis in preda ai propri demoni, in Red Right Hand è un killer su di giri al tavolo di Thomas Shelby. Tra un pezzo e l’altro, mostra il suo lato più umano ma anche ironico. Si concede una gaffe dimostrando di non sapere esattamente dove si trova: “Lucca? Io so solo che alloggiamo a Pisa!”. Di lì in poi ripeterà semplicemente di essere felice di essere in “Fucking Italy!“. Occhio che col campanilismo non c’è da scherzare in Toscana, Nicola…
Si scherza invece sul caldo infernale di queste giornate torride, tant’è che Nick è spesso costretto ad asciugarsi il volto madido di sudore con tutto ciò che riesce a farsi porgere dal pubblico: un’immagine che quasi evoca la pittura sacra! Impossibile non menzionare una Jubilee Street con quel climax degno di finire sui libri di Storia, mentre personalmente faccio tanta fatica ad accogliere Henry Lee senza la voce di Polly.
Difficile invece trattenere le lacrime su O Children, già di per sé una canzone ad alto tasso emotivo. Un bambino con la maglietta dei Nirvana riesce a salire sul palco e si lancia in un lungo abbraccio con un papà ferito come Nick Cave. “I love you” gli dirà il piccolo con una dolcezza tale da far sciogliere all’unisono tutti noi e far vacillare un cavaliere forgiato da mille battaglie come lui. Potrebbe essere una scena fin troppo stucchevole o sensazionalista, ma al cospetto di quest’uomo tutto sembra diventare ordinaria amministrazione, naturale svolgimento, miracolo involontario. E allora, per riprendere le domande iniziali: sì, è evidente, il miracolo continua a ripetersi ed io non posso fare altro che aggiungere le mie mani al cielo. Nick Cave sposta l’asticella dell’esperienza-concerto un po’ più in là.

“I got sunshine in a bag”
Ormai ci sentiamo a casa a La Prima Estate. La Versilia non sarà più quella della vita mondana e dei paparazzi ma è una terra accogliente, florida, profumata. Al festival ci concediamo appuntamenti fino a quel momento rimandati. Una tappa al banchetto dei vinili o un momento vanità allo stand della ICOS per un make-up improvvisato durante il set soul dei Don West. Il look sfumeggiante è pronto per l’inizio dei Wolf Alice. La band è in forma smagliante e può vantare una fanbase numerosa e vivace, forte di un BRIT Award in bacheca e di una frontwoman di grande potenza e appeal come Ellie Rowsell. Nella loro musica convivono un’anima grunge con ovvie reference riot grrrl e un risvolto glam-rock più sbarazzino. Qualcosa in bilico tra Kate Bush e i Paramore. Sono londinesi ma sembrano la colonna sonora di uno spin off di O.C.. Un perfetto brindisi al tramonto.
I cambi palco ospitano spesso i dj set a cura della crew di Virgin Radio, da Andrea Rock a Giulia Salvi. Memorabile il momento in cui Pete Doherty si mette a cantare Slide Away dalle retrovie, immancabile un omaggio a Chester Bennington proprio nei giorni in cui i redivivi Linkin Park tornano in Italia. E, a proposito di cambi palco, ci strappa una risata la notizia di un improbabile Sal Da Vinci piazzato on air prima dell’arrivo on stage di Shinoda e co. a Firenze.
Se c’è una band che da sempre sembra venire dal futuro sono i Gorillaz
Quando la scritta Gorillaz compare sul grande schermo, come un graffito improvviso, buona parte del pubblico sobbalza. Ma quando compare il faccione di 2-D a tutti brillano gli occhi. Vedere l’avatar di Damon Albarn è come ritrovarsi di fronte ad un supereroe mascherato. I fiati indiani di Ajay Prasanna introducono il concerto in una atmosfera sospesa e meditativa, la stessa che caratterizza il loro ultimo disco intitolato The Mountain. Un lavoro più intimo e introspettivo rispetto ai precedenti, incentrato sul viaggio in India di Albarn e Hewlett dopo la morte dei rispettivi padri a pochi giorni di distanza. Un percorso spirituale sublimato in un atto creativo. E nel concerto a cui stiamo per assistere.
Albarn entra in scena con l’aura potentissima che da sempre lo caratterizza, sebbene sembra faccia di tutto per avere un’aria dimessa, distaccata, a tratti zen. Un ragazzo nel chill, per la verità solcato perennemente da una sottile e indecifrabile malinconia. Ha un cappellino rosso alla Steve Zizou ma l’aria del Grande Lebowski al Supermarket. Sulla sua camicia militare sbottonata noto una grossa spilletta con una scritta in una carattere pseudo-cirillico. Essendo io un collezionista-maniaco di “pin” chiederò la notte stessa ad una mia collega russa se può aiutarmi a decifrare la scritta in questione: “È serbo. C’è scritto GLI STUDENTI VINCERANNO”.
Difficile trovare qualcosa di più contemporaneo dei Gorillaz. Una band virtuale, eclettica, militante, multiforme, aperta a tutte le contaminazioni e collaborazioni possibili ma con una identità sempre riconoscibile. Difficile trovare qualcuno di così abile nel mettere d’accordo nicchia e mainstream. Difficile infine immaginare una resa live migliore per la scaletta approntata per La Prima Estate. La band a quattro dei cartoon, ovvero 2-D, Murdoc, Russel e Noodle, diventa una grande orchestra aperta, capitanata da Direttor Albarn e via via potenziata dai tanti amici-ospiti sempre diversi a seconda dell’occasione.
“The hardest thing, is to say goodbye to someone you love”: Damon Albarn ci fa commuovere
Se i fuoriclasse Mos Def e The Pharcyde fanno il panico rispettivamente su hit planetarie come Stylo e Dirty Harry, Camaiore esplode anche per un tris di donne afroamericane, una più spaziale dell’altra: Pauline Black per Charger, la corista Michelle Ndegwa per Kids With Guns e Kara Jackson sul nuovo pezzo Orange County. Quest’ultima canzone regala uno dei momenti più commoventi del festival. Durante una lunga coda strumentale Albarn ci fa intonare più volte il verso: “You know the hardest thing, is to say goodbye to someone you love”, fino a farlo diventare un requiem universale e aggiungere sussurrando: “We do it one more time, più dolce!”. Una preghiera collettiva che dalle Alpi Apuane arriva fino in Siria, se penso a quello che accade poco dopo. Durante la frizzante litania elettronica di Damascus, una giovane donna mediorientale di fronte a me fa partire una videochiamata col padre durante il featuring – seppur quest’ultimo non in presenza – con la star beduina Omar Souleyman! Quanti livelli di meta-narrazione si possono raggiungere ad un concerto dei Gorillaz?
Penso che Albarn abbia sempre evitato le accuse di appropriazione culturale, terreno piuttosto scivoloso di questi tempi. Il recupero della filosofia orientale del Samsara da parte dei Gorillaz è rispettoso. Non è un trend ma una necessità che diventa uno strumento. Del resto quel mix di curiosità e passione per la cultura indiana parte da lontano per il piccolo Damon. È lo stesso Albarn a raccontare che il padre gli faceva spesso ascoltare le composizioni al sitar della star locale Ravi Shankar, colui che un certo George Harrison indicò come “Il Padrino della World Music”. Quante storie che si intrecciano nel viaggio di questo eterno ragazzo che lungo il percorso aveva già conquistato mezzo mondo coi suoi Blur! Sembra la chiusura di un cerchio ma a ben pensarci è una narrazione circolare: chi si ricorda la prima traccia del primo leggendario disco omonimo dei Gorillaz? Si intitola Re-Hash. Nella biografia fittizia della band si legge che il cantante 2-D decise di aggiungere un “sitar rotto” alla traccia per darle un tocco psichedelico e bizzarro. 25 anni prima che l’India diventasse il motore della ricerca musicale e spirituale di The Mountain, Albarn aveva già piazzato uno spoiler inconsapevole facendo intravedere uno spiraglio d’India.
Come in un western dei tempi d’oro, l’ultima parola spetta a Clint Eastwood
Clint Eastwood è un’altra canzone “larger than life”, riconosciuta ad ogni latitudine del globo. Basta una nota.
“La indovino con una”, ovvio. E parte quell’intro morriconiana suonata dalla diamonica. Anche in questo caso la resa è perfetta. La voce di Albarn è aliena quanto familiare, lontana eppure penetrante: sembra provenire davvero da un altro mondo, oggi potremmo dire da una backroom collettiva e catartica. Mentre urliamo il ritornello e abbozziamo la parte rap, abbiamo nuovamente la sensazione di un cortocircuito tra linee temporali. Tutto torna. Già in Clint Eastwood il tema della morte e del potere salvifico dell’arte erano messi al centro. Il batterista Russell, posseduto dagli spiriti, apriva una finestra di dialogo con una dimensione interiore. E i Gorillaz affrontavano demoni sopiti nell’inconscio così come oggi si confrontano con una Spoon River di ricordi.
Sorridiamo pensando che nemmeno Albarn non ha azzeccato il nome del luogo magico in cui ci troviamo. “Ciao Lucca!” Si scuserà subito, raccontando un’altra recente gaffe: quando ha scambiato il suo idolo nonché caro amico Paul Simonon per un’altra persona. O per lo meno così mi pare di aver capito: Damon hai confuso pure me! Poco male, di fronte ad un concerto non lunghissimo ma così intenso ed ambizioso: una festa mobile di musica e visual. Per gli ultimi pezzi Albarn indossa un lungo mantello rosso, diventando definitivamente l’anti-supereroe di cui tutti noi abbiamo dannatamente bisogno. Namasté.
Saltiamo a malincuore l’ultima giornata del festival coi Twenty One Pilots, consapevoli che si tratta di un altro show destinato a finire negli annali, per di più in grado di alimentare un cambio generazionale coinvolgendo un pubblico di giovanissimi. Per noi è tempo dell’ultimo tuffo in riviera. Non sarà l’ultima Prima Estate. Questo festival è stato qualcosa di più della vacanza che prometteva di essere. È stato un viaggio attraverso 20 anni di musica. Riascoltata con lo stupore della prima volta.
Ringraziamo:
1) Ufficio Stampa di GDG Press per la disponibilità e le gentilezza
2) Il servizio Navette affidato a Break Down Tours con viaggi da Pisa e Lucca: comodi, rapidi e gentili.

