Tim Burton, with your “Big Eyes” and your big lies

di Isabella Parodi – Anche chi non mastica di arte avrà visto quei bambini dall’aria tristissima e gli occhi sproporzionati, magari su copertine di agende per la scuola, tappetini per il mouse o cover del Samsung Galaxy. Dietro quegli orfanelli c’era la mano di Margaret Keane (Amy Adams), fragile e fastidiosamente ingenua madre neo-divorziata che negli anni ’50 sceglie l’assolata San Francisco per ricominciare da zero. S’invaghisce di lei Walter Keane (Christoph Waltz), anche lui colmo di velleità artistiche, e soprattutto dotato della straordinaria capacità di vender ghiaccio agli eschimesi. Grazie alla sua parlantina, Walter conquista il mercato americano dell’arte, spacciando per suoi i dipinti di Margaret con uno spietato mobbing sulla moglie in virtù del credo “l’arte femminile non vende”. Margaret resta complice per dieci anni, poi gli fa causa, portando alla luce la più grande frode della storia del mondo dell’arte. Il nuovo film di Tim Burton s’immerge nei subdoli meccanismi dell’arte contemporanea, circondandosi di tanti occhioni tristi e lacrimosi. Dopo vent’anni di freak show blasonati, il paladino dei deboli e degli oppressi abbandona gli amati scenari gotico-fantastici (ultimamente stantii) per l’altrettanto orrendo mondo reale: “Big Eyes” allunga la mano a un’altra vecchia categoria di emarginati, le donne. Amy Adams dimostra sempre di padroneggiare le debolezze umane, in un personaggio emotivo e impotente, in parte vittima di una società ancora profondamente maschilista, in parte (o soprattutto) di un’irritante mancanza di spina dorsale.

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Abbandonato il sacro duo J. Depp / H. B. Carter, si mantiene la cara vecchia crew, a cominciare dal fedelissimo composer Danny Elfman, qui aiutato dallo spleen glam 2.0 di Lana Del Rey, non nuova all’approccio cinemusicale dopo la collaborazione alle colonne sonore di Maleficent e soprattutto de Il Grande Gatsby. E anche in questo caso, le melodie solenni e i toni cupi targati Del Rey ben si sposano con le realtà Burtoniane.

“Triste è sinonimo di felice per me. Lo adoro. Quando scrivo qualcosa agrodolce sorrido, ecco perché mi piace Tim Burton. Il suo mondo si basa su questo”
Lana Del Rey

I due singoli originali trasudano lo stile della cantante, ma hanno anche innegabilmente tutto il sapore “carillonesco” e bianco e nero del soundtrack di un film di Tim Burton. Danny Elfman si fa un po’ da parte: come già in Dark Shadows aveva fatto affidandosi a brani per lo più non originali, anche qui interviene solo in passaggi minori, lasciano alla collega il notevole compito di musicare il tema principale. Il main theme è l’omonima “Big Eyes”, canto malinconico di una donna ingannata dal proprio uomo (With your big eyes / And your big lies), mentre “I Can Fly” grida vendetta e l’esigenza di riprendere in mano la propria vita per essere liberi di volare via e di esprimersi, in questo caso artisticamente. Burton non parla tanto di femminismo, ma di arte: la denuncia al cieco mercantilismo americano è evidente. Fare arte non ha più nulla a che vedere con le emozioni, ma con la capacità di vendersi, come in tutto il resto. Margaret rappresenta l’artista ormai démodé (e dallo stile discutibile), che crede che gli occhi siano lo specchio dell’anima; Walter è il mercante imbroglione (per di più incapace di disegnare), che s’inventa di aver tratto ispirazione dagli orfani del dopo guerra europeo (e in Europa non c’è mai stato). Tutto è marketing. Quando i quadri diventano troppo cari si passa ai poster, ed ecco tornare l’eterno conflitto serialità vs artigianato. Eloquente lo stacco su Margaret tra gli scaffali del supermercato strabordanti di offerte colorate, come eloquente è l’ironico parallelo con Andy Warhol, che con le minestre Campbell in realtà derideva il consumismo, prima di diventare inconsapevolmente il motore della prezzatissima pop art. Che cosa veramente “fa” arte? E chi può fare arte? In un’intervista a Walter si deride la donna artista. “E allora…Georgia O’Keeffe?” balbetta timidamente la Adams al giornalista. Silenzio. La O’Keeffe dipingeva vagine floreali e quelle vanno bene: vendono…
Nonostante quindi il soggetto molto Burtoniano (i quadri stessi potrebbero essere suoi disegni), è anche vero che la pellicola piange l’assenza della mano registica. Le immagini sono fluide, a tratti più vicine a un Woody Allen drammatico-grottesco. Poco rimane del solito Burton, ad eccezione delle allucinazioni di Margaret, che a tratti vede gli occhi della gente ingrandirsi come quelli dei suoi dipinti. Un effetto speciale inquietante e ben riuscito, non sfruttato come meritava. Purtroppo stona anche Waltz, inadatto alle “deliranze” del regista e fastidiosamente sopra le righe, specialmente nel pallido e inadeguato finale. Dunque non si può parlare di vera e propria “rinascita” per il re del freak, ma Big Eyes dimostra che Burton ha ancora frecce al proprio arco.

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