Una notte a Londra con Richard Ashcroft, mentre il mondo ci sbatte addosso

Il 28 marzo, alla The O2 Arena, Richard Ashcroft torna a suonare canzoni che, nel tempo, sono diventate qualcosa di più di semplici brani: memoria, identità, presenza. Un ponte tra passato e presente. Un richiamo a ciò che resta dentro di noi e a ciò che ci definisce. Report a cura di Federico Nique Nicoli.

La domenica mattina a Londra ha un modo tutto suo di rimettere insieme i pezzi. Cammino tra i colori e il caos ordinato del Columbia Road Flower Market. La folla scorre lenta, i fiori esplodono ovunque. In cuffia parte Bitter Sweet Symphony. E per un attimo non sono più lì. Sono dentro quel videoclip del 1997. Cammino dritto, senza deviare, mentre il mondo mi sbatte addosso. La differenza è che oggi quel mondo lo capisco.

La sera prima, alla O2 Arena, eravamo in ventimila. È stato più di un concerto. Ha avuto a che fare con lo scorrere del tempo. Con quello che eri quando hai ascoltato certe canzoni per la prima volta. E con quello che sei diventato nel frattempo. Perché certe canzoni non si ascoltano soltanto. Ti abitano. Ti scorrono dentro da anni, come sangue. Diventano memoria, identità, pezzi di vita. Poi succede che qualcuno le suona davvero, davanti a te. E non sei solo.

Il set si apre con Hold On, un’esplosione di energia tra parole di speranza e sfida. Poi arrivano Space and Time, Music Is Power, A Song for the Lovers. E rapidamente tutto si allinea. Una scaletta che non deve dimostrare niente. Ti porta semplicemente dentro. Dentro qualcosa che conosci già, ma che non avevi mai vissuto così.

Sul palco, Ashcroft rimane esattamente quello che è. Si toglie la giacca, la rimette. Cammina avanti e indietro come fosse su un ring. Si inginocchia, si rialza, si avvicina. È in continuo movimento. Ma soprattutto, canta. E quella voce… quella voce è ancora lì. Intatta. Ogni nota è un brivido.

Quando arrivano certi brani dei The Verve, il concerto cambia improvvisamente densità. Velvet Morning, Weeping Willow.
Poi si ferma. Racconta di Betsy, la sua cagnolina. Diciannove anni insieme. Scomparsa poche ore prima. Una frase semplice, trattenuta. Dedicata a chiunque sappia cosa significa perdere qualcosa che si ama. E a quel punto The Drugs Don’t Work cambia peso. Diventa qualcosa di irripetibile. Che esiste solo in quel momento.

Richard racconta anche di quando a scuola gli dicevano di smetterla. Di lasciare stare la musica e di fare qualcosa di “serio”. Lo dice sorridendo. Poi li ringrazia, quei professori. Per averlo cacciato. Per averlo lasciato libero. Libero di fare quello che voleva. Libero di scrivere alcune delle canzoni più belle di sempre. E subito dopo parte Lucky Man. Guardandosi intorno, la prova è tutta lì. Madri, padri, figli. Generazioni diverse, nello stesso punto, per le stesse canzoni. Dopo aver condiviso il palco con gli Oasis durante la loro reunion del 2025, qualcosa è tornato al suo posto. Il pubblico ha ricominciato ad aver bisogno di Richard Ashcroft. E, a giudicare da questa serata, il sentimento è reciproco.

Siamo all’encore. E si sente. C’è C’mon People (We’re Making It Now), dedicata a Liam Gallagher, che diventa un momento di connessione esplicita con quella stessa storia musicale. Sonnet sospende tutto. E poi arriva Bitter Sweet Symphony. Non serve aggiungere molto. È uno di quei brani che non appartengono più a chi li ha scritti. Appartengono a chi li ha vissuti. E in quel momento, dentro quell’arena, è chiaro che sono di tutti. Cause it’s a bittersweet symphony, that’s life.

Ci raccontiamo spesso che la musica serve a evadere. La musica, quando funziona davvero, fa l’opposto. Ti ancora. Ti definisce. Ti restituisce a qualcosa che eri. O che forse non hai mai smesso di essere.

Domenica mattina. Sono ancora lì. Continuo a camminare. Ora tra le voci e il movimento continuo di Broadway Market, un posto del cuore. La gente scorre lenta, tra caffè, profumi di cibo di strada e frammenti di vita. Stavolta senza cuffie. Senza bisogno di tornare indietro. Perché certe canzoni restano. E mentre Londra si muove intorno a me, penso che tra poche ore sarà di nuovo sera.

Alla Royal Albert Hall mi aspettano i Wolf Alice. La band che ha appena trionfato ai Brit Awards. La band del (mio) presente. Ma questa è un’altra storia.