Jazz is Dead! è più vivo che mai

jazz is dead 2026

L’edizione numero 9 segna una nuova svolta per il festival torinese. Con l’approdo a Cascina Falchera cambiano diverse cose, ma resta un dato di fatto: Jazz is Dead! continua ad essere uno degli appuntamenti di musica sperimentale più folgoranti d’Italia e non solo. Il report.

In principio fu Varvara all’ex Cimitero di San Pietro in Vincoli, poi sempre tra le tombe dei nobili sabaudi avvenne la reincarnazione in Jazz is Dead!. Dopo qualche tempo, il corvo decise di trasferirsi nel cemento post-industriale del Bunker, ma ad un certo punto ha sentito il bisogno di ritornare alla natura, alla terra, e scelto nel 2026 di migrare verso Torino nord e iniziare a mettere radici a Cascina Falchera (fino a mezzanotte) e a El Barrio (per gli after). Il tema di quest’anno, Backwards, è stato il manifesto programmatico delle sue intenzioni. E dopo aver vissuto intensamente i tre giorni possiamo dirlo: Jazz is Dead! è diventato un Festival con la F maiuscola. Per almeno tre motivi: 1) nonostante sia diventata una creatura più sostenibile rispetto alle edizioni in Via Paganini, le presenze sono state 8.000; 2) la programmazione partiva dal mattino sabato e domenica con il live in collaborazione con il Torino Jazz Festival e terminava a notte fonda, con possibilità di campeggio 3) la lineup si è confermata di livello assoluto.

C’è poi un quarto punto che impreziosisce ancora di più il quadro: le persone vengono a JID in molti casi senza conoscere a menadito i nomi del cartellone. Si fidano a prescindere della direzione artistica di Alessandro Gambo e del team di TUM e scoprono autentiche chicche che non dimenticheranno. Proprio come accade per Piedicavallo Festival (non a caso la direzione artistica è la stessa). C’è poi comunque una grossa fetta di appassionati che non rimane mai delusa dagli act, molte volte per la prima volta in Italia o in data unica. La ricerca costante e il gusto nella scelta degli artisti vengono così premiati da un pubblico variegato, curioso e coraggioso anche nell’ascolto delle proposte più ostiche (che anche quest’anno non sono mancate).

Ma veniamo al racconto della tre giorni in Strada Cuorgnè. I primi passi a Cascina Falchera nel venerdì di apertura sono serviti a prendere confidenza con una location che avevamo apprezzato come outsiders già più di una volta. L’ultima, cronologicamente, per Heroes Festival l’anno scorso. In quell’occasione i live erano nel cortile interno, mentre Jazz is Dead! ha optato per il grande parco. Una scelta che si è rivelata azzeccata: fin da subito, l’impatto è stato piacevolissimo. Il contesto arioso, con tanto di boschetto dove venivano alternati live e set durante il cambio palco del main stage, ha reso ancora più gradevole l’esperienza. Fin dal mattino non c’è stata un’interruzione, ma al tempo stesso non è mai mancata la possibilità di chillare ascoltando una performance all’ombra, riparati dagli alberelli, oppure al chiaro di luna quando calavano le tenebre. Dunque, due aree concerto: una più intima nel bosco e l’altra più tradizionale nel palco del prato. Mentre nei locali interni di Cascina Falchera sono andati in scena i talk di ALMARE dedicati ai temi più delicati e urgenti della cultura contemporanea.

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Il nostro Jazz is Dead! è partito proprio dal main stage e da Lucrecia Dalt. L’artista colombiana ci ha portati a spasso nel suo universo fatto di elettronica decostruita e guizzi bolero ipnotici. Un ballo guancia e guancia, oscuro, sussurrato e sinuoso. Con i Matmos invece, il registro è cambiato completamente. Come spiegare quello a cui abbiamo assistito? Li guardi suonare strumenti improbabili, li ascolti in religioso silenzio, ma non sai esattamente cosa sta succedendo. Da un lato c’è Martin Schmidt, che si occupa di “trasformare gli oggetti” sul tavolo in strumenti. Dall’altro, Drew Gabriel al PC. Ad un certo punto del concerto, delle insalatiere e pentole impilate una sopra l’altra sono cascate giù per le troppe vibrazioni dei bassi. Schmidt ne ha raccolta una, iniziando a riempirla d’acqua con una borraccia: sembrava di sentire un rigagnolo d’acqua di montagna. Ma le atmosfere bucoliche sono durate poco: d’altra parte i Matmos fanno “noise” suonando di tutto. Monetine, barattoli, recipienti, teglie dove teoricamente dovresti cuocerci una lasagna. E in tutto ciò il set è stato una mina. Schmidt si è anche prodotto in un’incursione in mezzo al pubblico con tanto di flauto involontariamente inzuppato di birra, mentre Drew Gabriel ha preso parola per dire «Fuck Fascisms, fuck Trump». I due alla fine si sono baciati, salutando tutti così. Poesia. Più che un concerto, una specie di esperimento collettivo: “Honk If You Like Noises“.

Il tempo di ricaricare le batterie ascoltando l’intenso reading giapponese di Ramona Ponzini nell’ambito della programmazione di Sinoira Modificata, ed ecco apparire nel main stage Alessandro Cortini, con un set direttamente dallo spazio. Concedersi una passeggiata nel bosco con la luna piena a illuminare la serata, mentre il compositore già membro dei Nine Inch Nails dava vita ad un viaggio sonoro fatto di synth analogici, minmalismo e ambient cinematografico, è stata una delle cose belle del nuovo JID. Un live audio/visivo che ci ha portati altrove.

Tra un cambio palco e l’altro, il direttore artistico Alessandro Gambo presentava chi stava per salire e salutava chi aveva appena terminato. C’è chi dal pubblico si è lasciato andare a una dichiarazione importante “Gambo al posto di De Martino!!!“. Nuovo ribaltone a Sanremo? Non vediamo errori. Di certo non sono molto sanremesi i Big Brave, che hanno chiuso il venerdì del main stage suonando per la prima volta a Torino. Semplicemente devastanti: sono partiti dai suoni ambientali e arrivati man mano a quelli più distorti. A giugno uscirà la loro nuova creazione: il decimo album della band In grief or in hope, per Thrill Jockey. Non vediamo l’ora.

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Il primo giorno a Cascina Falchera si è chiuso con due performance che sono finite dritte tra gli highlights più belli di questa nona edizione. Prima il live di Bono/Burattini, ovvero Francesca Bono a synth, chitarra e voce e Vittoria Burattini dei Massimo Volume alla batteria. Il duo ha presentato l’ultimo album Sono un lago, appena uscito su Maple Death Records. Un’ipnosi psichedelica senza soluzione di continuità, un concerto veramente notevole. Subito dopo, la buonanotte di Emidio Clementi, con due storie sotto l’albero, a mezzanotte, tratte da La ragione delle mani e Gli anni di Bruno. La voce di Clementi risalterebbe anche declamando le Pagine Gialle, ma i suoi monologhi sull’impresario jazz Achille Santini e i suoi incontri-scontri con gente del calibro di Miles Davis e João Gilberto sono delle autentiche gemme. Andiamo a nanna trasognati.

Protagonista del day 2 il sound più black: hip hop e dub, si, ma anche metal e grindcore. Sotto un sole stupendo, mentre la gente fumava, beveva una birra e mangiava un gelato, la all star band Alien Dub Orchestra cucinava il suo delizioso pastiche di cumbia, dub e psichedelia. Per la prima volta a Torino, con membri dei Notwist e dei G.Rag y los Hermanos Patchekos, ha rielaborato con grande classe gli standard del leggendario Breadminster Songbook, ovvero il catalogo arretrato del solitario dubman Elijah Minnelli. Tutto molto chill, compreso il concerto di Camilla Colibazzi nello stage in mezzo agli alberi, a cui abbiamo assistito approfittando anche di una capatina tra i banchetti del mercatino.

Le cose sono diventate “pese” con gli Heliocentrics, già collaboratori con nomi del calibro di Mulatu Astatke e Orlando Julius. In pochi sanno mischiare tante cose così bene: il collettivo inglese fonde alla perfezione funk, jazz e psichedelia con riferimenti afro e trip hop. E lo ha dimostrato anche in questa occasione. In certi momenti sembrava di sentire i Massive Attack. Un Concerto con la C Maiuscola, arricchito dalla voce e dalle movenze sensuali di Barbora Pátková.

Con Moor Mother, ormai presenza di casa a Jazz is Dead!, il Festival è giunto al punto di non ritorno: l’oscurità è calata senza fare prigionieri. Un’ora di poesia, noise e improvvisazione della preacher di Philadelphia. Un live ostico, penetrante, piazzato alle ore 20. Puro (afro)futurismo.

La detonazione finale è infine arrivata con Lord Spikeheart. Proveniente dal Kenya (tra la folla si scorge anche la bandiera) e anche lui per la prima volta a Torino, ha spettinato tutti a suon di death metal, grindcore, rap e techno. Immancabili le sortite in mezzo al pubblico e lo stage diving finale. Mentre di là nel bosco ecco A Guy Called Gerald: è il momento club culture, tra house, acid, jungle e drum’n’bass. Un set di livello altissimo firmato da un maestro.

Nel terzo e ultimo giorno, i nomi più rock e noise. I Glacial ad esempio, con Lee Ranaldo dei Sonic Youth, Tony Buck dei The Necks e David Watson, ci hanno portato alla scoperta di paesaggi sonori inesplorati. Con loro si è iniziata a muovere una massa di energia potente, apparentemente fermata con il live onirico del trombettista Jacopo Buda sotto il tendone, per poi scatenarsi con The Kilimangiaro Darkjazz Ensemble. Nei loro concerti, la formazione olandese rielabora le soundtrack dei classici del cinema muto fondendo ambient, doom, jazz e post-rock. Un lieto ritorno sui palchi dopo dieci anni, anche in questo caso per la prima volta a Torino.

Gli Horse Lords sono invece una macchina sonora math-rock perfetta. A chi piacciono gli Angine de Poitrine, l’ascolto di questo quartetto from Baltimora è super consigliato. Krautrock, poliritmie e suoni microtonali i loro elementi cardini, con il sax in aggiunta rispetto ai colleghi mascherati.

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Il viaggio etnico e psichedelico di Jazz is Dead! si è concluso con i Sanam da Beirut. Un concerto mistico, fatto di poesia araba moderna, musica tradizionale egiziana, jazz e improvvisazione viscerale. Non è mancato un pensiero al Libano e all’essere libanesi da parte di Sandy Chamoun: «Potranno invaderci più e più volte, ma noi non lasceremo mai la nostra terra». Stile supremo.

A chiudere il Festival il dj set di Alessandro Gambo, come da tradizione.

Ultima riflessione a bocce ferme. A 100 anni dalla nascita di Miles Davis, c’è un Festival che continua a diffondere l’insegnamento del Principe delle tenebre: travalicare continuamente i confini del jazz. O meglio, della musica stessa. Rimasti orfani a Torino del TOdays targato Gianluca Gozzi, Jazz is Dead! guarda ad un orizzonte simile e resta una certezza per chi da un Festival cerca un’esperienza più “familiare” e partecipata, non un elenco di act. Se il primo dava l’arrivederci all’estate a fine agosto, il secondo le dà il benvenuto a fine maggio con una maratona di tre giorni tra musica sperimentale, elettronica, noise. E ovviamente jazz, in forme e declinazioni non scontate. In un’atmosfera, quella di Cascina Falchera, semplicemente deliziosa, con tante famigliole e bimbi al seguito. Cosa succederà nella decima edizione? Sappiamo solo una cosa: vogliamo esserci.