Irreversible Entanglements al Torino Jazz Festival: il free jazz come gesto politico

Concerti a Torino: il report di uno dei live più interessanti dell’ultima edizione del TJF.

Gli Irreversible Entanglements arrivano al Torino Jazz Festival nel pieno del tour di Future Present Past, nuovo album pubblicato da Impulse! il 27 marzo: un disco che conferma la vocazione del gruppo a tenere insieme free jazz, spoken word, memoria politica e tensione collettiva, ma con una scrittura forse più cupa rispetto alle prove precedenti, che risente del clima politico contemporaneo.

La tournée attraversa Stati Uniti ed Europa, da New York e Philadelphia fino alle date europee di maggio, con Torino come una delle tappe significative di questo passaggio. E il dialogo con la città non si chiuderà qui: la leader del gruppo, Moor Mother, tornerà infatti a incrociare Torino il 30 maggio, questa volta in solo, nel cartellone di Jazz Is Dead! Festival 2026, per la prima volta quest’anno a Cascina Falchera.

Il gruppo nasce nel 2015 all’interno di un contesto di attivismo dal basso, durante un evento di Musicians Against Police Brutality organizzato dopo l’uccisione di Akai Gurley da parte della polizia newyorchese. Questa origine spiega quasi tutto: la musica degli Irreversible Entanglements usa il free jazz, la poesia orale, il groove e l’improvvisazione radicale come veicolo di liberazione nera, memoria storica e intervento politico, prima ancora che come mero linguaggio estetico. Con l’uscita dell’ultimo disco, hanno dichiarato di stare “in piedi sulle spalle di legioni di persone”, bene, a capo di questa legione ci sono sicuramente gli Art Ensemble of Chicago, capostipiti della “Great black Music” che originò sul finire dei ’60, ma nelle retrovie possiamo sentire anche Il jazz cosmico e spirituale di Sun Ra, Alice Coltrane e Pharoah Sanders, per arrivare a fino ai giorni nostri nel lavoro dei Sons of Kemet e del suo leader Shabaka Hutchings.

Sul palco gli Irreversible Entanglements non ragionano per “temi e assoli” come farebbe un classico quintetto jazz, ma per addensamenti di energia: basso e batteria costruiscono un groove solido ma sempre nuovo, tromba e sax si inseguono e si spostano continuamente di asse, mentre la voce di Moor Mother agisce come centro propulsore dei brani, spingendo il resto dell’ensemble. Sa passare da un sussurro alla proclamazione, dalla scansione quasi liturgica all’invettiva, lo fa con alcune figure retoriche di sicuro effetto: su tutte la ripetizione parossistica di alcune parole (a metà concerto “are you ready?!” ripetuto all’infinito), ma sicuramente anche l’iperbole e l’analogia. la prima perché dilata ogni immagine fino a farla diventare urgenza fisica, la seconda perché accosta piani lontani, corpo, storia, memoria, violenza, futuro, trasformando il discorso in una costellazione di rimandi e citazioni più che in un racconto lineare.

Sebbene le premesse ci siano tutte, a Torino la “Madre Mora” mi è sembrata più sconnessa del solito. Non uno sguardo al pubblico, nemmeno quando provava ad incitarlo, e un’energia meno contagiosa, quasi più introversa. Se a questo aggiungiamo che dal vivo il gruppo è solito unire tutti i brani in un calderone dilatato, con poche variazioni dinamiche e ancora meno cambi armonici, non ci resta che ammettere che l’esperienza di ascolto sia stata abbastanza ostica. Il pubblico urbano statunitense può godere della comprensione diretta e immediata dello spoken-word, accedendo a una dimensione semantica e musicale che a noi è in parte preclusa. E alla lunga, questo effetto di “lost in translation” si è fatto sentire.

Il gruppo buca la barriera sonora solo in alcuni brevi momenti, in occasione dei soli di Aquiles Navarro (tromba, corno, melodica e conchiglie) e nell’encore percussionistico finale, che tradisce l’origine prettamente ritmica delle loro composizioni, che attingono tanto all’Africa quanto dall’America Latina.

Resta dunque il ritratto di un concerto non pienamente risolto, ma tutt’altro che trascurabile. A Torino, forse, quella tensione non sempre è riuscita a trasformarsi in coinvolgimento, lasciando affiorare una certa distanza tra la forza del progetto e la sua resa dal vivo. Ma anche nei suoi passaggi più opachi, il gruppo conferma una cosa: la loro musica non nasce per decorare il presente, bensì per metterlo sotto pressione.

In copertina: Irreversible Entanglements by Rafael de Oliveira.