Perfetti sconosciuti: le relazioni pericolose 2.0

Whatsapp, social networks, applicazioni… Quanto siamo influenzati dai nostri smartphone? Paolo Genovese mette in tavola l’impossibile: rendere pubblica la vita segreta che si cela all’interno delle nostre piccole, laccate appendici multimediali. E trionfa ai David di Donatello.

di Isabella Parodi – Ragazzi, questa sera facciamo un “gioco”: ognuno di noi potrà guardare nel telefono dell’altro. Così inizia la cena tra amici di Perfetti Sconosciuti, e il tono e la scelta di parole suonano più come quelle del clown sul triciclo di Saw – l’enigmista che come quelle dell’animatore del campeggio estivo. Perché se ci pensiamo, fin da piccoli si ride e si scherza oltre il limite con gli amici, si cerca il brivido con il gioco della bottiglia, con verità o sfida, 7 minuti in paradiso e così via. Del resto, in assenza di avventure vere alla Indiana Jones, si deve pur tirare su l’adrenalina in qualche modo, ma i 9 perfetti sconosciuti di Paolo Genovese decisamente scherzano col fuoco.

Si conoscono da una vita e sono più uniti che mai, eppure, come preannuncia la tagline del film, ognuno di noi ha tre vite ben distinte: una pubblica, una privata e, soprattutto, una segreta. La prima è quella che conoscono tutti. La più “giusta”, quella che negli anni costruiamo faticosamente per nasconderci il più possibile. La seconda parla della nostra intimità, si ritira all’interno delle mura domestiche e dei nostri pensieri, e la terza è quella del nuovo millennio: la vita segreta che si cela negli abissi multimediali dei nostri inseparabili smartphone. Sono queste scatolette, in effetti, a conoscerci più di chiunque altro. Più dei migliori amici? Purtroppo sì. Più dell’analista? Forse. Più del partner? Ahahah, che domande.

Il vincitore del David di quest’anno è sicuramente cugino del più leggero Il nome del figlio (remake del successo francese Cena tra amici alias Le prénom) e dall’ormai cult Carnage di Polanski, capostipite moderno di questo fortunato sottogenere della commedia amara: happening tendenzialmente rilassati che sfociano in un’ora e mezza di splatter dialettico. Per non dimenticarsi poi del “nonno” Buñuel de Il fascino discreto della borghesia. Quindi in cosa si distingue questa nuova rissa a tavola?
Innanzi tutto, l’idea. Un’idea semplice e talmente nuova, che i diritti sono già stati venduti ovunque per remake in lingue diverse (e una volta tanto l’astronave madre siamo noi).
C’è chi critica a Perfetti sconosciuti una certa pochezza di senso, ma la verità è che non è il film ad essere superficiale perché parla di whatsapp e social network. Siamo noi ad esserlo perché conduciamo vite inestricabilmente dipendenti da queste cose. Chat e notifiche occupano una fetta talmente grande della nostra routine quotidiana, da conferire al film un interesse sociale oggi non da poco. E’ chiaro che scaramucce tra amici e pugnalate d’amore rimangono temi ben lontani dalle profonde analisi socio politiche dell’Italia di un Michelangelo Antonioni, anche se in effetti un eclissi c’è anche qui, di nuovo spettatrice di solitudini e vuoti esistenziali. E ovviamente, più la luna scompare, più il ritmo tra i personaggi si fa teso.
Genovese si dimostra un gran regista d’attori, gestendo un cast eccezionale in gran parte autore delle proprie battute, cosa che dà grande naturalezza ai dialoghi, intensi, mai scontati e comici al punto giusto. Una regia che sa sorprendere e non poco, dato l’infimo livello promozionale del film, con quel trailer tutto ridanciano e quella locandina da commediola italiana da quattro soldi. Nonostante questo, il passaparola e il buon nome del regista bastano a dargli onore, insieme a un David di Donatello meritato, perché troppo spesso la dittatura dei generi getta ombra sulla commedia, in realtà la più ostica e più radicata nel cinema italiano. Un cinema che ultimamente pare proprio essere – finalmente – rifiorito.

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