L’identità poliedrica del Torino Jazz Festival tra Europa e Africa

In attesa del gran finale con l’arrivo in città di Zorn, Mats Gustafsson e molti altri, vi raccontiamo com’è andata la settimana di jazz diffuso in città. Reportage a cura di Oliver Crini. 

Lunedì 22 Aprile. È la prima giornata ufficiale del Torino Jazz Festival, dopo gli antipasti del weekend con gli ottimi Daykoda e Max Ionata Quartet. Alla sapiente e coraggiosa direzione artistica è confermato il prof. Stefano Zenni, oggi al secondo anno del suo “secondo mandato” a Torino. La coppia Zenni – Di Castri è stata la grande responsabile del successo delle prime edizioni del Festival, e possiamo affermare con prudente certezza che questa dodicesima edizione non ci farà rimpiangere i gloriosi fasti passati.

Dave Holland, headliner della serata, è una leggenda vivente: a 78 anni il contrabbassista britannico è forse il nome più rilevante della sua generazione, quella immediatamente successiva a stelle dal basso bebop del calibro di Ray Brown, Charles Mingus e Ron Carter. In mezzo secolo di carriera, Holland ha preso direzioni molto diverse: se tutti lo conoscono per aver suonato con Miles Davis in Bitches Brew, il capolavoro che diede un nome e un suono a buona parte della fusion successiva, i suoi dischi più importanti escono con la ECM, e contribuiscono a definire quel “ECM sound” tanto moderno quanto elusivo, che segna il potente ritorno della melodia dopo l’ubriacatura post-bop del decennio precedente, senza disdegnare momenti free e uno stile improvvisativo che ancora oggi definiremmo “senza rete”.

Holland riappare nel programma del TJF a dieci anni di distanza dalla sua ultima esibizione in duo con Kenny Barron, e questa volta veste il ruolo di bandleader (suoi quasi tutti i brani suonati). A pesare è l’assenza del chitarrista Kevin Eubanks, sideman di fiducia e grande chitarrista, seppur ancora poco conosciuto e apprezzato nel nostro paese. Subentra in sostituzione Jaleel Shaw, astro nascente del sassofono americano con collaborazioni di rilievo (Roy Haynes, Mingus Big Band, Tom Harrell), che trasforma la formazione in un “pianoless trio”, con tutte le asperità causate dalla mancanza di uno strumento armonico. Per fortuna L’estro di Eric Harland e la solidità di Dave Holland ci restituiscono un groove micidiale, in grado di dare un senso ai brani ultramoderni e ai torrenziali soli di Shaw.

Nella seconda serata del festival consacrata a un’altra stella del contrabbasso jazz, torna in città Christian McBride, un altro portavoce di una generazione intera. Questa volta parliamo di un musicista cresciuto tra gli anni ’80 e i primi del ’90, sotto l’ala dei “Young Lions”, su tutti i fratelli Marsalis, con la precisa missione di riportare lo swing, il blues e il bebop nella scena di allora, quando addirittura uno come Miles Davis sperimentava con le prime Drum Machine. I primi dischi di McBride infatti, lo vedono a fianco di Joshua Redman, Brian Blade, Brad Mehldau e del compianto Roy Hargrove, oggi maestri indiscussi e bandleader di successo, e a loro modo nuova generazione di “giovani leoni”, a cavallo del nuovo millennio.

Al Teatro Colosseo, McBride mostra un lato che non conoscevo: l’8 volte vincitore di Grammy è anche un ottimo talent-scout, capace di coinvolgere i musicisti più interessanti sulla scena. Il suo “New Quintet” comprende giovani astri nascenti, capaci di portare la musica su territori inesplorati, sfoggiando un approccio melodico e più sfumato, che fa da perfetto contraltare al carattere “badass” di McBride, che non lesina aneddoti e urla concitate alla band, con uno swag che lo accomuna ai grandi bandleader del passato, Mingus e Gillespie su tutti. Le composizioni originali sono le perle rare di questo concerto, in particolare “Elevation” del chitarrista israeliano Ely Perman (classe 1999!) e “More is” della batterista newyorchese Savannah Harris. I fan dello straight-ahead (e sono molti, in sala) ricorderanno invece l’arrangiamento vagamente “coltraniano” di On Green Dolphin Street e il blues finale, che ci permette di assaporare tutta la forza improvvisativa dell’ensemble. Speriamo presto che questo gruppo si riunisca in studio per registrare su disco quello che abbiamo sentito martedì sera al TJF: sarà un successo annunciato.

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Terzo giorno: un prefestivo di fuoco, che incomincia con “Electric Franco”, il trio capitanato da Aldo Mella con il celebre Elio Rivagli alla batteria e l’ormai affermato Alessandro Chiappetta alla chitarra. Nomen omen, il trio esplora le composizioni del pianista Franco d’Andrea con un sound totalmente elettrico, rafforzato dalla Telecaster e dal basso elettrico a 6 corde dei due pinerolesi del gruppo. La formazione sfoggia un affiatamento inaspettato e un notevole coraggio nel portare all’estremo i brani di D’Andrea, spesso caratterizzati da strutture armoniche modali, con pochi accordi, ma sulle quali non è certo facile improvvisare. Esiste un omonimo disco, inciso in quartetto, con Francesco Bearzatti al Sax, che dovreste davvero recuperare.

Mi sposto di pochi chilometri e arrivo al Teatro Juvarra, giusto in tempo per il main event della giornata: gli eporediesi “Satoyama” quartetto molto premiato con all’attivo quattro album in una decina di anni di carriera, che li ha portati a collaborare con personaggi del calibro di Anthony Braxton e a coniugare musica e attivismo ambientale e climatico. L’etimologia giapponese del nome lo suggerisce: le parole Sato – “dove vivono le persone” – e Yama, che significa montagna, definiscono insieme le comunità tipiche del Giappone rurale, che gestiscono sia le foreste che i terreni agricoli, in un circolo virtuoso di convivenza sostenibile con l’ambiente. I quattro introducono e chiudono il live con discorsi tratti da Sinking Island, che oltre a essere il loro ultimo disco (Auand Records, 2022) è anche uno spettacolo teatrale a cura del collettivo teatrale Biloura. Nel loro spettacolo, anche lo Spoken Word è funzionale a dare contesto a una musica che fluttua tra jazz moderno, classica contemporanea e guizzi progressive, con le tappezzerie sonore di tromba e chitarra che poggiano su una sezione ritmica solida ma al contempo melodica, che tesse trame contrappuntistiche con l’aiuto di marimba, glockenspiel e il suono squillante del contrabbasso, ugualmente a suo agio nel pizzicato e nelle lunghe arcate cameristiche.

«Oggi il TJF abbraccia tutte le forme del jazz, da quelle più mainstream fino alle nuove frontiere europee, passando per il free-jazz e l’avanguardia»

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Fatoumata Diawara, è la stella scelta da Zenni per far brillare quella che forse è la serata più chiacchierata di questo TJF. Il 25 Aprile L’artista Maliana è accolta al Teatro Regio, il tempio della musica “eurocolta” torinese, a ricordare la matrice primordiale africana che permea il Jazz contemporaneo. La precede la preziosa testimonianza di Adriana Cantore, la più giovane detenuta del carcere “Le Nuove” di Torino, nel 1943, dove ora continua a portare la sua esperienza e la sua memoria come volontaria, e una serie di letture in memoria di Dante di Nanni e della gioventù resistente. Sul palco, la grande cantante del Mali canta e balla mescolando sapientemente lingua e sonorità della sua terra, accompagnata da una rock band serratissima, a tratti reminiscente delle grandi formazioni “fusion” e afro rock schierate da artisti del calibro di Manu Di Bango, Fela-Kuti e Miriam Makeba.

Diawara canta del suo popolo e delle donne maliane, celebrando la lotta per la libertà, intesa come autodeterminazione e possibilità di scelta sul proprio corpo. la sua musica racconta di matrimoni combinati da giovanissime, bambini dati in affidamento ad altre famiglie e del trauma dell’infibulazione, vissuto in prima persona quando aveva 8 anni, e che affligge ancora 200 milioni di donne in tutto il mondo. Momento indimenticabile, il tributo alle musiciste africane e afroamericane che l’hanno ispirata (su tutte Nina Simone, e si sente) a diciott’anni, quando la giovane Fatou lasciò Bamako alla volta dell’Europa, prima Parigi e oggi Londra, fino a costruire una famiglia a Como. Il concerto è un crecendo continuo di intensità, la frontwoman si lancia in soli di chitarra che ricordano il blues berbero e maliano di Bombino e Ali Farka Touré mentre i suoi musicisti suonano con precisione e giustezza degna del pop / soul contemporaneo, bilanciando lo stile più lisergico di Diawara, con un’energia che talvolta ricorda Hendrix, o i Cream. Diawara veste maschere, abiti e veli tradizionali e il Regio risponde al rituale, con il pubblico che si alza in piedi e balla al ritmo travolgente e catartico dei brani tratti da London Ko, l’utimo disco, prodotto da Damon Albarn.

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Si chiudono queste prime tre giornate di programmazione, ma ci attende una seconda parte del Festival forse ancora più coraggiosa, con nomi quali il New Masada Quartet di John Zorn e Matt Gustfaffson. Molto attesi, entrambi mancano da anni in Italia e di sicuro non sono artisti facili da incasellare, come non lo è questo Festival, che sembra dirigersi con forza verso una precisa meta artistica aperta a tutte le forme del Jazz, da quelle più mainstream fino alle nuove frontiere europee, passando per il free-jazz e l’avanguardia (come il pioniere Roscoe Mitchell). Ciascuna di queste forme è ben rappresentata in cartellone da un artista di caratura internazionale, che non vediamo l’ora di ascoltare sui palchi del Torino Jazz Festival.