[REPORT] Il prog-metal degli Opeth al Teatro degli Arcimboldi

Gli Opeth tornano in Italia per la seconda tranche del tour europeo del loro ultimo album In Cauda Venenum (dal latino: «nella coda sta il veleno»).  Abituati a suonare in club di piccole/medie dimensioni (come l’Alcatraz, ormai diventato la dimora meneghina della band svedese), gli Opeth hanno deciso di selezionare, per questo nuovo tour, location più suggestive ed eleganti, come per l’appunto il meraviglioso Teatro degli Arcimboldi, mostrandosi sempre più votati alla raffinatezza e alla ricercatezza.

Articolo a cura di Mario Lo Curzio 

Così come nel primo tour di promozione di In Cauda Venenum nel 2019, la band è
accompagnata dagli islandesi The Vintage Caravan, band che dimostra nuovamente di sapere come
coinvolgere il pubblico, con ottimi suoni e un bel connubio di progressive rock, blues zeppeliniano e un
pizzico di psichedelia: uno stile effettivamente poco innovativo, ma dalla buona resa.

Il pubblico però ha la testa e il cuore agli headliner, e alle 21.00 spaccate le luci del Teatro si spengono
nuovamente e, sulle tetre note di Seven Bowls degli Aphrodite’s Child, la band capitanata da un Mikael
Akerfeldt sempre più elegante tour dopo tour, si presenta sul palco. Chi però sarà effettivamente oggetto
della curiosità dell’audience è Waltteri Väyrynen (Paradise Lost, Bloodbath), erede delle bacchette di
Martin ‘Axe’ Axenrot. Waltteri si dimostra a suo agio, mostrando una tecnica sublime ed immensa
precisione, nonostante forse, data l’ancora breve durata del sodalizio, un po’ di timidezza. Chiudono la
formazione il bassista Martin Mendez, pilastro della band, Frederik Akesson (chitarra solista) e Joakim
Svalberg (tastiere e cori), i cui suoni rimangono forse un po’ troppo in secondo piano, a differenza dei cori,
eseguiti con grande intensità.

Gli Opeth pescano come sempre da dischi lontani tra loro nel tempo. Il concerto si apre con un treno in
faccia: Demon of the Fall, grande classico del progressive blackened death degli esordi. L’impatto è
notevole e il mix di suoni praticamente perfetto, così come il growl di Mikael, mentre l’impianto luci invece
fa un piccolo passo indietro rispetto alle visual sognanti e atmosferiche della precedente leg.
Successivamente i nostri eseguono alcuni gioielli del loro repertorio prog-death come Ghost of Perdition,
The Leper Affinity e Reverie/Harlequin Forest, con una brevissima parentesi dedicata al loro ultimo lavoro
discografico (Hjärtat vet vad handen gör), dando anche spazio ai classici siparietti comici di Mikael. Durante
questi ultimi il frontman rinnova innumerevoli volte l’immenso amore del gruppo per il nostro Paese e
annuncia alcuni pezzi che solitamente i fan ‘amano o odiano’, alludendo alla loro svolta prog-rock avvenuta
con Heritage.

Da questo disco, infatti, la band propone due bellissimi pezzi, Nepenthe e The Devil’s
Orchard, inframezzate dalla struggente Hope Leaves (con bellissimo assolo finale di Akesson). Prima di
lasciare momentaneamente il palco, gli Opeth eseguono un altro cult intramontabile, The Lotus Eater, in
cui Mikael però inizia a mostrare forse qualche piccolo segno di stanchezza sulle parti in growl. La band
ritorna infine in scena per eseguire Sorceress e, prima dell’immancabile Deliverance che ormai da anni
chiude tutti i concerti degli Opeth, Mikael si diletta con un divertentissimo momento fan request,
improvvisando col resto del gruppo brevi parti di alcuni classici, chiamati a gran voce dal pubblico, come
Face of Melinda, Harvest, Bleak e Master’Apprentices.

Gli Opeth risultano come sempre esecutori impeccabili e Mikael un ottimo intrattenitore, al di là della
qualità vocale che, specialmente nel growl, cala leggermente verso la fine del concerto, mostrando ancora
una volta come la band sia molto più suo agio nelle parti progressive rock che non in quelle death metal.
Per i fan più pedissequi la pecca del concerto, paradossalmente, può risultare proprio la scaletta:
nonostante i pezzi proposti siano fra i più belli della loro discografia, risultano praticamente identici a quelli
della prima leg del tour europeo e per tre quarti uguali a quelli del tour del penultimo disco, Sorceress. È
dunque evidente, da qualche anno, la poca voglia di riesumare nuovi brani del loro repertorio, nonostante
la vasta ricchezza. E questo è obiettivamente un peccato.