Altered Carbon: a metà strada tra fantascienza ed action, filosofia e effetti speciali

Una serie attesa da tempo, basata su una fantascienza “classica”, ambientata in un futuro lontano dove le macchine sono sempre più fuse con gli umani e incredibilmente non basata su un romanzo di Philip K Dick.


_di Gianmaria Tononi

La partenza è subito rapida, in qualche minuto veniamo messi di fronte a tante novità senza che per ora ci siano spiegate bene, salvo poi capirle al volo con lo svolgersi della trama: come in film non recenti, le spiegazioni volte al farci capire tutto ciò che succede sono spesso posteriori ai fatti stessi, senza che si abbia mai la sensazione di essersi persi dei pezzi. C’è quel sottofondo di “leggerezza” nel quale vediamo i protagonisti svolgere azioni senza conoscerne a fondo le ripercussioni, un tratto tipico di molti film di fantascienza di fama indiscussa.

Siamo nel 2384, la terra è abitata da umani che hanno recepito una tecnologia aliena in grado di stipare ogni singola coscienza in un piccolo disco da inserire nel midollo spinale, rendendo di fatto il corpo un mero vascello atto al trasporto dell’unicità di un individuo, il proprio “stack”, che rappresenta di fatto tutto ciò che quella persona è diventata fino ad allora.

Se il corpo fisico viene danneggiato o distrutto ci sono le tecnologie e le possibilità per reinserire la coscienza in un nuovo corpo, sintetico o no: è un processo costoso e non senza effetti collaterali, non tutti possono permetterselo, a lungo andare crea scompensi dai quali si fatica a recuperare ed il funzionamento della cosa è garantito solamente se lo stack originale non viene distrutto (in questo caso la persona avrà sofferto di “RD”, Real Death). 

Tutto questo ovviamente non vale per l’élite più ricca del pianeta, coloro che si possono permettere di creare cloni di sé stessi, rendere il processo replicabile all’infinito e senza particolari conseguenze ed avere un proprio backup satellitare per essere sicuri di sopravvivere a qualsiasi tipo di morte, diventando di fatto quasi immortali.

Questo è lo sfondo sul quale accade tutto, ed in realtà ciò su cui si basa la narrazione più profonda. L’intera serie è divisa tra una serie di domande – non avranno una risposta – che riescono a far ragionare sulla coscienza e sulla definizione stessa di umano e una trama rapida, carica di azione, dove il quasi-invincibile protagonista di turno mostra tutte le sue capacità ogni volta che può.

Da un lato riprende tanti concetti di una fantascienza oggi ancora attuale, una specie di primo Blade Runner che si fonde con la grafica del nuovo uscito, dall’altra mantiene l’interesse attivo e riesce ad arrivare a dieci puntate senza esaurire ciò che ha da dire, senza rischiare di mettere in scena una seconda stagione vuota: probabilmente, togliendo molti dei momenti in cui si sprecano centinaia di proiettili, si sarebbe potuto racchiudere tutto in un film, ma non è questo l’obiettivo finale.

A questa alternanza si aggiunge la storia del protagonista, Takeshi Kovacs, 250 anni prima che arrivasse ad essere inserito nel corpo del poliziotto nel quale lo vediamo, comprensiva della sua crescita e del suo addestramento militare e non.

La complessità dei temi affrontati è alta, sorgono domande importanti (se esiste un hotel che altro non è che un IA, quando questo assume parvenze umane, è molto diverso da un disco precaricato ed inserito in un corpo?) ed il tutto è sottolineato dalla fatale mancanza di importanza data ai corpi, specchio di un qualcosa più profondo che va al di là della fisicità, sottolineata dalla continua apparizione di corpi nudi e non per questo particolarmente significativi.


Alcune risposte sembrano essere suggerite, anche non banalmente, come l’ineluttabile legame tra la decadenza mentale e quella fisica: chi vive 300 anni ma lo fa reincarnandosi sempre in un sé stesso creato in laboratorio non deve fare i conti con l’invecchiamento cellulare e, di pari passo, con i sintomi celebrali che la vecchiaia porta con sé.

I sottotemi stessi non sono da dimenticare, il fatto che un’intera città sia devota al piacere fisico più che mai, con un numero di donne (anche uomini, ma in maniera più che marginale) costrette a prostituirsi per soddisfare un insieme di ricchi così vecchi da trovare riluttanti le “normali” forme di appagamento o che la violenza su una singola persona possa essere spinta oltre i limiti pensabili grazie ad un mondo di realtà virtuali nelle quali è possibile provare dolore senza morire, rendendo le forme di tortura tanto estreme da far rabbrividire.

Ci vuole una certa dose di immaginazione anche solo a pensare dove possa spingersi un uomo se reso un quasi-Dio in terra, arrivando ad una delle frasi pronunciate da una ragazza nel più esclusivo bordello di Bay City che di fronte ad un cliente propone “You can cut holes in me anywhere. Fuck me in them”.

Altered Carbon non è la serie perfetta per tutti, lascia tanto in sospeso e procede con lentezza nello spiegare tante delle cose che si vorrebbe conoscere subito, lasciando spazio a carneficine ed evoluzioni che occupano grandi momenti altamente godibili ma poco utili per permetterci di conoscere a fondo questo universo futuro a noi poco chiaro.

Chi cerca la fantascienza più classica rimarrà annoiato da duelli fisici e mentali, da intrighi poco incisivi sul cuore dell’evoluzione.
Chi cerca una grande serie d’azione rimarrà annoiato dai passaggi necessari a chiarire un mondo sconosciuto e pieno di domande, che vuole darci un’idea di una possibile (e non troppo auspicabile) evoluzione umana. Starà allo spettatore saper godere di entrambe le cose, coinvolto nelle domande anche assenti di risposta tanto quanto nella scia poliziesca di scontri tra guerrieri formidabili.

Non è Blade Runner, ma nemmeno Demolition Man.

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