L’ora senza ombre è un volume curato da In Allarmata Radura, pubblicato per Pidgin Edizioni il 3 ottobre 2024. Nel libro, i saggi narrativi di scrittori e scrittrici italiani si accostano a fotografie in bianco e nero che dialogano con i testi nel gioco di chiaroscuri che è l’indagine del sé. Ne parliamo con la redazione di In Allarmata Radura. Articolo a cura di Carolina Dema.
Come scrivete nella prefazione, attraverso i saggi narrativi e le fotografie la narrazione segue un percorso cromatico, di fatto, ciclico: si inizia con racconti bianchi che sfumano nelle tonalità di grigio, sprofondano nel nero, per poi rischiararsi in un bianco novello. Di primo acchito, si potrebbe interpretare come un percorso di mutazione che, inabissandosi nell’oscurità, riemerge infine in una nuova chiarezza: una sorta di catarsi.
Però, scrivete anche – citando Roger Caillois – che “per i greci, l’ora più temibile era il mezzogiorno: l’ora del sole allo zenit che spacca in due il tempo e libera i demoni dalla loro prigione d’ombra”. La cosiddetta, appunto, ora senza ombre. Parrebbe quindi che il concetto di catarsi intesa come liberazione dal male, sia forse poco applicabile a questo volume proprio perché, tornando al bianco nel finale, si ha l’impressione di aver affrontato ogni sfumatura dell’anima, ma solo per tornare a quel momento di disequilibrio in cui i demoni sono liberi ed esposti – di certo non sconfitti. Forse, però, in questo viaggio di ventiquattr’ore – il volume, dicevamo, si apre e si chiude con il bianco puro dell’ora senza ombre – chi legge e chi scrive apprende come accogliere i demoni e dialogarci; tanto che nel racconto che chiude l’antologia, Come le piante di Darwin di Aurora Dell’Oro, si parla della potatura delle piante necessaria affinché queste possano svilupparsi più rigogliose, e dei dolori – muscolari – della crescita.
Era vostra intenzione sin dal principio indagare, attraverso L’ora senza ombre, il rapporto tra trauma e trasformazione? E cosa significa per voi, e per questo libro, “catarsi”?
In Allarmata Radura: All’inizio non c’era l’idea di affrontare il rapporto fra trauma e trasformazione. Questo, in realtà, è solo uno degli argomenti emersi naturalmente, durante la ricezione e il lavoro sui testi.
Il movimento che va dal bianco al nero e viceversa è volto a indicare le sfaccettature dell’io che sono, tuttavia, inesauribili. Più che trasformazione e trauma – elementi che fanno parte del sé ma che non lo esauriscono – si tratta di salita e discesa, dentro e fuori dall’io; si tratta della sua capacità di esplorare e dire sé stesso, di osservarsi e poi di comunicarsi all’esterno. Ma il mistero del sé è inesauribile. Per quante sfaccettature si cerchi di mostrare, di capire e indagare, esso non può essere rappresentato completamente, ci sarà sempre qualcosa che resta nascosto. In questo senso, si può dire che nel percorso di salita e discesa, catabasi e anabasi, c’è un momento in cui non si può proseguire, ed è per l’appunto l’ora senza ombre, il mezzogiorno. L’ora senza ombre è l’ora in cui ci si può arrestare per riposare, riflettere, soffermarsi, ma poi il cammino deve proseguire, che sia di risalita o di ridiscesa.
In quest’ottica non esiste una catarsi, non c’è una risoluzione del conflitto ma un prenderne atto. All’interno del volume sono molti i racconti in cui gli autori si osservano dall’esterno e questo è forse avvenuto perché la scrittura porta naturalmente verso l’accettazione di quello che è, per quello che è. Inoltre, nella stesura dei testi, gli autori erano consapevoli della parte fotografica che avrebbe integrato e completato l’antologia nonostante non potessero “vederla”: questo ha portato a mettere lo sguardo, proprio e altrui, al centro delle narrazioni.

Una cosa che mi ha colpito particolarmente del libro è come la ricerca grafica non si manifesti solo nell’accostamento delle fotografie in bianco e nero ai racconti, ma anche nell’impaginazione. Sempre nella prefazione scrivete che “Ogni testo lascia fra un paragrafo e l’altro uno spazio bianco, contraddistinto da nessun segno […] come il mezzogiorno è l’ora del riposo, così lo spazio bianco è una sospensione che prepara al salto: un nuovo messaggio, un nuovo io.”
Infatti, la presenza di tutti questi spazi bianchi nel testo (ma anche delle foto a tratti conturbanti) mi ha costretta, durante la lettura, al confronto con l’assenza: ho provato spesso un senso di spaesamento, poiché mi è parso che l’inconscio venisse quasi costretto a lavorare in background per tentare di riempire quegli spazi vuoti con pezzi di sé. È stata una lettura lenta, proprio perché sovente mi comparivano in mente ricordi, riflessioni personali e anche piccole precarie epifanie. La dichiarazione di intenti de L’ora senza ombre è quella di “fare della narrazione del sé ombelicale un coltello che apra ferite dentro il corpo del testo, trasformando la materia narrativa in un vortice che esploda verso l’esterno”; a questo è dovuto, immagino, la scelta di svicolare dalla semplice autofiction, ibridando i testi con la saggistica. Che è poi la linea editoriale che caratterizza In Allarmata Radura sin dalla sua fondazione. Cosa pensate che contraddistingua i testi contenuti nel volume – e nelle scorse edizioni della rivista – da un articolo di narrative journalism? Perché, per quanto mi riguarda, la percezione di quel sentimento di assenza che menzionavo prima, mi ha senza dubbio convinta che una differenza ci sia, che chi legge debba per lo meno fare i conti con un grado di intensità maggiore ma, questa differenza, non riesco a quantificarla concretamente.
In Allarmata Radura: La rivista online ha sempre pubblicato testi – con qualche eccezione – in cui il sé narrato corrispondesse al sé del narratore. L’autofiction intesa in questo senso si sviluppa anche su un rapporto di verità-menzogna, in cui non è necessario che l’autore narri qualcosa di vero nel senso letterale del termine (non deve dunque essere necessariamente biografico) ma che esplori il sé, che ne mostri alcune sfaccettature, anche grazie alla ricerca saggistica.
In questo senso, desideravamo che l’antologia ripresentasse e approfondisse questa esperienza già cominciata con la rivista online.
Il sé narrato nei testi, che corrisponde a quello degli autori e delle autrici, indaga sé stesso, o meglio alcune parti di sé: il desiderio, la morte, la scrittura, il sogno ecc… E per farlo ha bisogno di strumenti, quali la filosofia, la pittura, l’ingegneria, gli specchi, le fiabe.
A differenza del narrative journalism, in cui l’io è osservatore di fatti, mediante l’autofiction l’io è protagonista.
Ma la ricerca del sé, e quindi la sua esplicazione, è inesauribile. Per questo la presenza dello spazio bianco è fondamentale: esso rappresenta non solo i vuoti ancora inesplorati del sé, ma mostra che ciò che si può dire, attraverso le immagini e la scrittura, poggia sull’indicibile e che l’uno non può esistere senza l’altro.
Soffermandoci ora sulla pianificazione de L’ora senza ombre, qual è stato il principio di selezione di scrittori, scrittrici, fotografi e fotografe? Li avete scelti per delle loro peculiarità distintive? Che tipo di linee guida avete fornito? E come avete commissionato loro le opere? Per quanto riguarda in particolare la componente letteraria, di cui tratta questa rubrica: avete contattato gli scrittori e le scrittrici con la richiesta di trattare un dato tema che reputavate potesse essergli affine, o avete lasciato la libertà di declinare il topos “l’ora senza ombre”, in maniera indipendente?
Tornando a citare la prefazione – che cartografa magistralmente l’antologia, aiutando i lettori e lettrici a orientarsi fra immagini e racconti – avete suddiviso i testi in “scritture bianche e scritture nere”: questo riconoscimento è stato effettuato a priori o a posteriori?
In Allarmata Radura: La selezione degli autori e delle autrici è partita dall’esperienza della rivista, richiamando alcune delle scritture che avevamo già avuto modo di leggere e pubblicare. L’occasione di poter partecipare al bando Per Chi Crea promosso da Mic e SIAE, che prevedeva la promozione di autori under 35, ci ha poi spinto a cercare in quella direzione. Abbiamo scelto autori e autrici con cui avevamo già lavorato e che conoscevamo bene.
La selezione dei fotografi è stata invece affidata a Tito Ghiglione, un fotografo che aveva già collaborato con la rivista e a cui ci lega una comune visione artistica. Inoltre, parte integrante del progetto de L’ora senza ombre è Fragile Things, molto più che un semplice booktrailer ma un vero e proprio universo cinematografico che arricchisce e traccia nuove strade altrimenti impossibili per un prodotto editoriale standard. Fragile Thing nasce dall’incontro con due artisti, Lulù Withheld (presente nel volume anche come fotografa) ed Emiliano Mondini.
Ritornando alla scrittura, gli autori e le autrici non hanno ricevuto particolari indicazioni, erano liberi di unire l’autofiction con qualsiasi disciplina. Conoscendo già la linea editoriale di In allarmata radura, non sono state necessarie ulteriori indicazioni. È stato importante lavorare dopo, con loro e in fase di editing, ai testi. Alcuni hanno comportato una riflessione più lunga, con altri invece il percorso è stato più breve, ma lavorare insieme agli autori e alle autrici è stato fondamentale per fare emergere ciò che era rimasto fra le righe, sia che si trattasse del sé che della parte saggistica.
Per quanto riguarda invece la divisione fra scritture bianche e scritture nere, si tratta di una distinzione avvenuta in seguito, e che è partita dalle fotografie. Abbiamo infatti deciso che quello del bianco e del nero – e dei loro gradienti – sarebbero stati criteri validi anche per le scritture, oltre che per le immagini.
Le scritture bianche sono appunto più poetiche, più fluide, e di qualsiasi argomento consentono un movimento di risalita e di discesa, non solo dentro l’argomentazione affrontata, ma anche dentro l’io narrato. Le scritture nere, invece, oltre a essere più enfatiche, tendono a sprofondare dentro il sé narrato, sono esplorazioni, e la risalita su un nuovo sentiero, è più difficile.
Si sta sviluppando in questi anni una tendenza verso l’ibridazione della scrittura, tra commistioni di fiction, nonfiction, poesia, drammaturgia e altro ancora. Chi scrive si sta liberando dalla concezione che il mestiere dello scrittore sia semplicemente quello di inventare storie, e si sta forse tornando a quella figura antica del sapiente che può conversare con cognizione di causa su ogni scienza e dottrina, poiché essere dotato di pensiero il quale, quella scienza, la esperisce in primis sulla sua pelle, smantellando la gerarchizzazione e la settorializzazione dei saperi.
Ne L’ora senza ombre, infatti, i saggi sono stati scritti sia da chi, la disciplina trattata, l’ha studiata a fondo sia da chi potremmo considerare un appassionato del tema. Leggiamo di Veronica Galletta che quando studiava Analisi I si sognava elevata alla n; dell’accostamento tra autopsie corporee e filosofiche di Fabiana Castellino, ancora dell’architettura terminale che indaga i traumi degli edifici di Simone Sauza, del parallelismo tra scacchi e scrittura di Leonardo Ducros, e di tante altre stupefacenti visioni oblique – che non cito solo per mancanza di spazio – di un mondo che, nella sua complessità, può essere intravisto solo attraverso una pluralità di linguaggi e attraverso accostamenti inediti, generatori di meraviglia.
Nonostante ciò, vi pongo una domanda volutamente provocatoria che non si applica tanto a questo testo nello specifico, ma più alla tendenza generale: non si rischia, talvolta, in questa apertura verso il “chiunque può scrivere di tutto, che sia formato a riguardo o no” di generare testi ridondanti, fitti di clichè tramandati dalla conoscenza comune (un esempio su tutti, il kintsugi) in cui, di fatto, si gira attorno a una verità, magari anche in modo stilisticamente ammirevole, senza però arrivare a nulla; diciamo, un rococò della sapienza?
In Allarmata Radura: La commistione di linguaggi non condanna alla ridondanza, bensì all’esplorazione. L’autofiction ibridata alla saggistica permette un allargamento di vedute, piuttosto che la presentazione di cliché. Vi sono infiniti modi per narrare l’io, o un argomento specifico, quello proposto da In allarmata radura è uno dei modi. La narrazione dell’io si compenetra, si arricchisce e allarga tramite la saggistica; la saggistica cessa di essere distante e diviene invece profonda, tocca le esperienze di chi legge.
Quello che rende profondo e lontano da cliché un testo è lo studio della materia, l’attenzione alla scrittura e la sua cura.
I cliché non derivano dalla forma, dalla commistione dei linguaggi, ma dalla superficialità o profondità del contenuto del testo.
Come è nata la collaborazione tra la rivista In allarmata radura e Pidgin Edizioni? Si tratta di un’affinità elettiva che perdura da tempo o di un primo tentativo di collaborazione? Questa antologia è stata pensata come oggetto narrativo a sé stante, o l’inizio di una serie di progetti editoriali di sperimentazione?
In Allarmata Radura: In allarmata radura e Pidgin Edizioni si sono osservati per un po’: gravitando nello stesso ambiente indipendente era facile incontrarsi, condividere autori. Per quanto riguarda la collaborazione, la scintilla è scattata con la collana Dissestazioni; la pubblicazione del personal essay di Chelsea Hodson Stanotte sono un’altra da parte di Pidgin Edizioni ha reso evidente che ci stavamo muovendo verso la stessa direzione. Diciamo quindi che si tratta di un primo tentativo, ma ben ponderato.
Per quanto riguarda possibili nuovi progetti, al momento non abbiamo niente in cantiere. Sicuramente entrambe le realtà proseguiranno la loro ricerca, forse si rincontreranno, chissà, ma in questo momento di fluttuazioni e cambiamenti è difficile pensare a una collana o a progetti più lunghi.

L’ora senza ombre – pubblicata con il sostegno del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea” – è stata curata da Fabiana Castellino, Livia Del Gaudio, Mario Emanuele Fevola, Tito Ghiglione e Maria Teresa Rovitto (In allarmata radura); impaginato da Stefano Pirone (Pidgin Edizioni); contiene i testi di Ester Armanino, Alessandro Busi, Fabiana Castellino, Deborah D’addetta, Livia Del Gaudio, Aurora Dell’Oro, Leonardo Ducros, Antonio Esposito, Gabriele Esposito, Mario Emanuele Fevola, Veronica Galletta, Francesca Mattei, Maria Teresa Rovitto, Simone Sauza, Alexandrina Scoferta, Francesco Spiedo; le fotografie di Mickaël André, Elide Blind, Barbara Cannizzaro, Francesco Dongiovanni, Pierclaudio Duranti, Tito Ghiglione, Claudia Jares, Sotiris Lamprou, Simona Nobili, Nadzeya Pakhotsina, Federico Renzaglia, Rowan Romeiro, Camilla Schmitt, Nicola Villa, Lulù Withheld, Oswald Wittower.
