Il rock party surreale degli Angine de Poitrine al Poplar Utopia

Al Mart di Rovereto, durante il Poplar Utopia, gli Angine de Poitrine hanno trasformato un concerto in un’invasione aliena e un’evasione della realtà. Al di là dei video virali e dell’hype mediatico, il duo mascherato diverte e convince. Report a cura di Federico “Nique” Nicoli.

Ci sono concerti che ricordi per una canzone. Altri per un momento preciso. Poi ci sono concerti come quello degli Angine de Poitrine, che ricordi perché per un’ora abbondante hai smesso di capire cosa stessi guardando. Ed è esattamente per questo che non riesci a dimenticarli.

Il contesto era già particolare di suo: Poplar Utopia aveva trasformato il Mart di Rovereto in una sorta di laboratorio a cielo aperto, dove arte contemporanea, performance e musica sembravano dialogare continuamente tra loro. Poche ore prima, all’ingresso del museo, una ragazza mi aveva fermato con una domanda semplice: «Qual è la tua idea di utopia?» Le avevo risposto: «La vita di tutti i giorni.» Lei aveva sorriso. Mi aveva detto che era la prima volta che riceveva una risposta del genere.

Qualche ora dopo, mentre osservavo gli Angine de Poitrine muoversi tra palco e pubblico, ho pensato che forse esistono anche altri modi per immaginare un’utopia. Per esempio inventarsi un pianeta completamente nuovo; e poi abitarlo senza compromessi.

Lo ammetto: quando qualcosa viene celebrato così tanto, il rischio di restarne delusi è sempre dietro l’angolo. Negli ultimi mesi gli Angine de Poitrine sono diventati uno di quei fenomeni che sembrano diffondersi per osmosi. Video condivisi compulsivamente. Reel che continuavano a comparire sui social. L’esibizione per KEXP passata di schermo in schermo come una sorta di oggetto non identificato della musica contemporanea. Ogni settimana sembrava esserci qualcuno pronto a chiedere: «Ma li hai già sentiti?» Oppure: «Ma hai visto questi qui?»

Attorno alla band canadese si è creato qualcosa che va oltre il semplice entusiasmo. Una curiosità collettiva. Un passaparola quasi ossessivo. Per questo la loro presenza a Rovereto aveva il sapore dell’Evento. Prima esibizione assoluta italiana. Unica data annunciata.

E soprattutto una domanda che aleggiava da mesi. Cosa succede quando una band così improbabile esce finalmente dallo schermo e si presenta davanti a te? Fin dai primi minuti è apparso evidente che la musica non sarebbe stata l’unico centro dell’esperienza.

Sul palco sono comparsi personaggi che sembravano arrivare da un’altra galassia. Creature improbabili, mascherate, deformate, sospese da qualche parte tra il teatro fisico, il cinema di fantascienza e una festa tribale organizzata alla fine del mondo. Non sembravano musicisti, non sembravano performer: sembravano davvero alieni.  Comunicavano attraverso versi incomprensibili, gesti rituali, movimenti codificati e una fisicità continuamente in bilico tra il grottesco e il comico. Entravano e uscivano dalla folla. Osservavano il pubblico. Lo studiavano. Lo coinvolgevano.

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A tratti avevo la sensazione di assistere a una sorta di documentario etnografico proveniente da un pianeta sconosciuto. Come se qualcuno avesse aperto un portale sotto la cupola del Mart e questi esseri fossero semplicemente arrivati qui per una sera. La cosa più sorprendente era la cura per il dettaglio. Dietro tutta quell’assurdità apparente non c’era mai improvvisazione. Ogni gesto, ogni pausa e ogni interazione sembravano rispondere a una logica interna invisibile ma coerente. Nulla dava l’impressione di essere casuale.

Costumi, gestualità, versi e dinamiche tra i personaggi contribuivano a creare la sensazione di trovarsi dentro un film di fantascienza grottesco. Più percepivi una struttura e meno riuscivi a tradurla. Gli Angine de Poitrine non ti chiedono di capire. Ti chiedono di partecipare. Ed è nel momento in cui smetti di cercare spiegazioni che il concerto comincia davvero.

Ma come suonano gli Angine de Poitrine?

Sarebbe però un errore parlare degli Angine de Poitrine come se tutta questa “sovrastruttura” servisse a compensare la musica. Perché sotto i costumi, i personaggi e il caos perfettamente organizzato c’è una band impressionante. Chitarre che passano dal rumore alla melodia senza chiedere il permesso, ritmiche nervose, cambi di direzione continui e una tensione costante che rende impossibile distrarsi. Un suono che assorbe math rock, noise, post-punk e art rock trasformandoli in qualcosa di profondamente personale e difficile da classificare. È uno di quei rari casi in cui il mondo immaginario non copre le canzoni ma le rende ancora più potenti.

Se tutto il resto funziona così bene è anche perché, quando chiudi gli occhi, la band continua a reggere il palco da sola. È lì che ho realizzato che la vera stranezza degli Angine de Poitrine non è il loro aspetto. È il fatto che esistano.

In un presente culturale dove tutto sembra dover essere immediatamente riconoscibile e spiegabile, loro fanno esattamente il contrario. Sfuggono alle categorie senza trasformare questa ambiguità in posa. Sono troppo teatrali per essere semplicemente una band rock.

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Troppo ironici per essere arte concettuale. Troppo assurdi per essere performance tradizionale. Troppo musicalmente complessi per essere soltanto una provocazione. Eppure funzionano. E riescono in qualcosa che spesso dimentichiamo di chiedere alla musica dal vivo. Divertire. Non nel senso superficiale del termine bensì nel senso più naive. Quello che ti fa ridere quando succede qualcosa di totalmente inatteso. Quello che ti fa guardare la persona accanto per assicurarti che stia vedendo la stessa identica scena. Per tutta la durata dello show il pubblico è sembrato oscillare continuamente tra stupore, confusione e gioia. Ed è una combinazione molto più rara di quanto dovrebbe essere.

Quando tutto è finito, la sensazione dominante non era quella di aver assistito a qualcosa di strano. Era quella di essersi divertiti da matti. Con quel sorriso un po’ ebete che resta addosso dopo le esperienze migliori. Quelle che non riesci a raccontare completamente proprio perché hanno funzionato. Uscendo dal museo ho ripensato alla domanda che mi era stata fatta all’ingresso.

Qual è la tua idea di utopia? Continuo a credere che sia la vita di tutti i giorni. Ma forse l’utopia, ogni tanto, è anche incontrare qualcosa che interrompe quella normalità. Qualcosa che sfugge alle definizioni. Qualcosa che non si lascia comprendere fino in fondo. E scoprire che non serve capire tutto. Basta uscire con il sorriso.

Una nota finale la merita anche Poplar Utopia

Per qualche giorno il Mart di Rovereto è diventato qualcosa di più di una semplice location per concerti. È stato uno spazio in cui musica, performance, arti visive e immaginazione hanno convissuto senza preoccuparsi troppo delle etichette o dei confini tra discipline. Un luogo in cui la curiosità sembrava contare più delle categorie.

Bastava guardare il programma per rendersene conto. Nello stesso cartellone convivevano FCUKERS, La Niña, Acid Arab, Model/Actriz, Tutti Fenomeni, Marlon Magnée, M¥SS KETA e una serie di progetti, performance e interventi artistici difficili da ricondurre a una definizione precisa. Una proposta costruita attorno all’idea di scoperta. È anche per questo che gli Angine de Poitrine sono sembrati come una conseguenza naturale della visione che il festival ha cercato di costruire più che una “stranezza” per catturare il pubblico.

La sensazione, camminando tra gli spazi del Mart, era che nessuno stesse cercando di spiegarti cosa avresti dovuto vedere, ascoltare o pensare. Ti veniva semplicemente chiesto di essere curioso, di lasciarti sorprendere, di seguire connessioni che forse non avresti cercato da solo. E alla fine è probabilmente questo il risultato più interessante raggiunto da Poplar Utopia: averti fatto uscire dal festival con più domande che certezze.

Tutte le foto sono dell’autore