Sordi e felici con gli Acid Mothers Temple

La multiforme creatura psichedelica (è quasi riduttivo definirla “band”) capitanata dall’eroico sciamano Makoto Kawabata è tornata a Torino durante il Salone del Libro e all’interno di Fonema Festival per un concerto come sempre rumorosissimo e memorabile. Reportage a cura di Lorenzo Giannetti. 

Dall’anno scorso il Salone del Libro di Torino ha una colonna sonora decisamente più curata ed intrigante del solito grazie a Fonema, progetto che si è riproposto di unire i puntini tra poesia, musica e letteratura attraverso una programmazione diffusa che è un po’ festival e un po’ rassegna (ormai il confine è abbastanza labile). Fonema abbraccia la Settimana Santa del Salone aggiungendo vari eventi off nei mesi pre e post ma soprattutto si è insediato in loco al Lingotto con una postazione fissa, a ridosso degli spazi dell’Oval, in quello che è stato battezzato Augusta Pop Stage. Nell’horror vacui di stand e talk, code e sieste, saluti istituzionali e afterparty, potreste esservi imbattuti in graditissime proposte musicali da parte di artisti emergenti come Sara Gioielli, Massimo Silverio o Lenore (in collab col festival di poesia Metronimie). Una boccata d’aria fresca considerando che ero preparato psicologicamente a cose tipo l’ennesimo unplugged con la morale ecologista degli Eugenio in via di Gioia o *inserire nome di artista allineato ai parametri di fuffologia utili alla vincita di bandi pubblici*. La proposta che ha attirato maggiormente la mia attenzione però non poteva che essere quella più inaspettata, sopra le righe e altresì matta-in-culo: Fonema riporta gli Acid Mothers Temple a Torino e per di più li fa suonare da Combo.

Da anni seguo e venero questa sorta di collettivo giapponese che ha cambiato mille formazioni e svariati nomi d’arte (stavolta sono i MELTING PARAISO UFO) ma si è sempre adoperato con dedizione assoluta alla diffusione della psichedelia free form più dissonante e dissoluta. La prima volta che li vidi dal vivo fu allo sPAZIO211 e mi sembra una vita fa: arrivai totalmente impreparato a quello che sarebbe successo sul palco e ne rimasi immediatamente folgorato. Per quanto sia possibile “ricordare” nomi-cose-città dopo un’esperienza assimilabile ad un carpiato in un buco nero quale è un loro concerto, mi porto nel cuore l’immagine del prode Kawabata (o forse era l’altro chitarrista? Ecco, vedete?) che si arrampica sull’amplificatore e inizia a gridare “Matia Bazar!” a ripetizione. Perché “is the only words in italian I know”. Non so se negli anni l’italiano dei regaz sia migliorato ma li ho sempre trovati in grande forma nel loro campo da gioco ovvero la distruzione totale del nostro concetto di psichedelia. Il concerto domenicale targato Fonema non fa eccezione ed è forse il migliore dei modi per concludere la settimana del Salone del Libro. Settimana che in verità si chiuderà ufficialmente il lunedì – apprezzatissima giornata di chiacchiere più rilassate e acquisti davvero scontati dopo la centrifuga del weekend – ma si chiude qui se facciamo riferimento all’utilizzo ottimale delle nostre facoltà cognitivo-uditive.

La band si presenta sul palco in perfetto orario e con la flemma (e lo swag) di sempre. È una bella sfida portare questi Cavalieri dell’Apocalisse in un locale normalmente abituato a concerti un tantino più “posh” o comunque a feste elettroniche non accostabili al rombo dei motori della Formula 1. Tuttavia il pubblico di fedelissimi è accorso numeroso e i volumi erano i soliti di sempre, anche perché come ci racconta il fonico: “Loro non scendono a nessun compromesso“. Grazie.

Mi pare ovvio essendo al cospetto di veri maniaci del suono, tant’è che al banchetto merch non vendono solo dischi e t-shirt ma anche manopole, valvole e pezzi di ricambio della marca dei propri amplificatori vintage. Casse di risonanza verso altri mondi che usano fedelmente da anni e che conferiscono un suono incandescente a tutto l’ensemble. È Kawabata stesso a controllare con cura l’imponente muraglia di ampli dietro alla sua chitarra. Un’arma con sei corde che ovviamente si ritaglia un ruolo da protagonista, sovrastando volutamente e nettamente gli altri strumenti. Il guitar hero che ci meritiamo.

Ognuno, comunque, ha un suo ruolo nel caos controllato del concerto. La seconda chitarra consente a Kawaboto di (farci) rifiatare con qualche inserto melodico e qualche riff pachidermico (nel marasma spunta anche una cover di The Wizard dei padrini spirituali Sabbath), mentre gli spippolamenti al sintetizzatore stendono un tappeto straniante e stralunato sulla passerella di assoli. Merita una menzione speciale il batterista Satoshima Nani, degno co-protagonista degli svarioni di Kawabata: avvolto nella sua tunica sgargiante sembra un pappagallo supersonico diretto verso l’iperuranio.

Se non fosse ancora chiaro, un concerto degli Acid Mothers Temple non è una roba di facile (di)gestione. Al di là dei volumi fotonici, la creazione di mantra ossessivi è un trip senza ritorno: per molti ma non per tutti. Ora come ora, il PARAISO si avvicina più ad una supernova kraut-noise che alla psichedelia Seventies. Caleidoscopio allucinogeno sì, nostalgia rassicurante un po’ meno. La band lo sa perfettamente è procede dritto per dritto per la sua strada, scremando – ragionevolmente – ogni volta un po’ di teste dal parterre. Resistere e rimanere mette in luce un paradosso: nella loro ostinata ripetizione si scorge un alto grado di imprevedibilità e nella loro improvvisazione emerge una certa forma di disciplina. Si ha la sensazione di un deragliamento repentino in qualunque direzione, forti come sono di una padronanza tecnica volutamente affogata trai i riverberi. Del resto sul palco non dicono mezza parola ma comunicano perfettamente col linguaggio alieno della loro musica. Tuttavia nelle poche interviste rilasciate in questi anni, Kawabata rivela un orizzonte di pensiero più che chiaro:

«Quand’ero bambino» racconta, «sentivo continuamente un suono nella mia testa. Ed ero convinto che questo fosse un messaggio proveniente dagli Ufo. Da quel momento mi sono messo alla ricerca di tracce extraterrestri. Un giorno però ho scoperto la tape music di Karlheinz Stockhausen, in un programma alla radio dedicato alla musica contemporanea, che esiste ancora oggi e va in onda ogni domenica notte. Ascoltandolo, ho scoperto che quella musica era la stessa che sentivo io. E lì ho realizzato che nella mia testa stavo ascoltando della musica. Questa è stata la mia prima esperienza musicale. E anche quando ho iniziato a suonare la chitarra, suonavo solo musica sperimentale, il rock è arrivato quando avevo già più di 30 anni. Mi sono sempre visto simile a un sintonizzatore della radio: la musica è sempre arrivata dal mio cosmo, e io la canalizzo, dando forma a tutto quello che produco».
(Intervista su Il Manifesto)

Mentre ricompongo pezzi della mia settimana e del mio Io, ripenso a quel volume definitivo su Stockhausen presentato l’anno scorso al Salone: avrei voluto essere nelle condizioni di parlarne con Makoto – sia di Stockhausen che dei Matia Bazar! Ma devo scappare in vista dell’ultimo giro di giostra in Fiera, e penso che probabilmente non avrei sentito un cazzo comunque. Sì, ho la malsana abitudine di non mettere mai i tappi alle orecchie.

Allora vago tra le macerie del mio cervello e sorrido sornione: mi chiedo cosa diavolo debba aver pensato la scolaresca approdata poco prima dell’inizio del concerto da Combo (se vivi in una metropoli vagamente gentrificata saprai che è anche un hotel). E poi immagino il me ragazzino, the early highschool version, in gita per la Fiera X, scendere un attimo al bar dell’albergo in cerca di “situa” come mio solito e ritrovarmi spettinato da un gruppo di giapponesi coi pantaloni a zampa che fanno un bordello allucinante.

“Giannetti, cosa hai combinato tutto questo tempo sotto??”
“Cosa proooof.ssa non sento?!”

A proposito, QUI trovi altre cose che ci sono piaciute al Salone del Libro 2026 e QUI il racconto di un altro gran concerti degli AMT.

Un grazie speciale a Fonema e Babel Agency.