Il reportage del Concertone della P38 all’Alcatraz.
Lunedì 27 aprile. Chissà se la data del concerto della P38 dopo mesi di assenza dal palco è stata scelta a caso. Se si trattava dell’unico slot disponibile in questo periodo. O se magari c’era una precisa intenzione dietro alla decisione di un gruppo sempre attento al valore simbolico delle proprie azioni. Fatto sta che piazzare proprio a cavallo tra il 25 aprile e il 1 maggio l’attesissimo ritorno sulle scene dopo lo stop forzato dettato dai guai giudiziari affrontati dalla band suona come una dichiarazione di intenti in continuità con l’agenda militante di questi tempi bui. Una Liberazione. Per di più con un concerto-evento speciale denominato “Istigazione” – giusto per abbassare i toni dopo la bufera mediatica degli ultimi mesi (ops!) – che chiama a raccolta tanti artisti sul palco per una sincera quanto agognata festa tra amici e compagni.
La risposta del pubblico arriva addirittura a superare delle aspettative piuttosto alte.
Il marciapiede dell’Alcatraz è gremito già ad orario pre-cena ma questa non è la Milano-da-bere. Al discount accanto al locale c’è gente arrivata da tutt’Italia. Un panino e due birrette per un aperitivo da marciapiede taaac. L’atmosfera è elettrica ma estremamente conviviale. Si parla di più di 2000 paganti, 450 per la Questura.
Da un lato la P38 sia riuscita ad alimentare un culto carbonaro di fedeli alla barricata grazie ad una proposta volutamente controversa. Dall’altro la bufera legale e mediatica non ha fatto altro che dare una ulteriore cassa di risonanza. Gonfiando a dismisura l’hype della band. Ci scherzeranno loro stessi a metà concerto: “Grazie alla Procura e al Questore che ci hanno aiutato a portare 2500 persone qui questa sera!”.
Insomma la P38 non arretra, noi invece facciamo qualche passo indietro per un brevissimo intermezzo. Recap delle puntate precedenti per chi si fosse perso l’ultimo surreale legal drama della musica italiana. La P38 nasce qualche anno fa come progetto rap-trap-crossover dai testi e dai toni dichiaratamente estremi e indigesti legati ad un immaginario estremista in bilico tra comunismo e anarchia, terrorismo e cronaca nera. È evidente un antagonismo politico reale ma sono altrettanto evidenti la provocazione e l’iperbole artistica. Il caricatore e la caricatura convivono nel “gioco serio” dell’Arte.
L’istigazione è più che altro volta a smascherare e ribaltare una narrazione buonista e a senso unico che spesso ci viene propinata come un diktat. La caduta di stile è funzionale alla caduta di quel velo di ipocrisia che ci porta a censurare certe schifezze ma a tollerarne tranquillamente altre. Certo, si cerca la reazione indignata e polarizzata. Certo, è un approccio condivisibile o meno. A seconda dei casi, del contesto, del momento. Ma non è certamente un gioco nuovo. P38 non sarà troppo contenta di questo parallelismo troppo “mainstream”, ok, ma torna in mente il Fibra di Mr. Simpatia e quella che era quasi una parodia horror del TG e giornali scandalistici intrecciata al malessere del quotidiano e intrisa di black humour da caserma. Per citare un esempio più “indie”, ricordo le polemiche accese quando un artista colto come Nicola Manzan aka Bologna Violenta dedicò un album alle stragi violentissime della Uno Bianca. Gran bei dischi entrambi. Ma sto divagando.
Il punto è che per l’esercizio dell’amata ultraviolenza all’interno dei loro lavori la banda della P38 è stata accusata di terrorismo e ha rischiato quasi una decina d’anni di carcere. Pericolo scampato. “Hanno perquisito le nostre auto in cerca di fucili e hanno trovato gli adesivi di Stalin”: farebbe anche ridere se non sapessimo come vengono impiegati i mezzi della giustizia – sociale e non – in questo strano Paese. Fa ancora meno ridere se pensiamo che la P38 è anche una sorta di risposta, coi toni infuocati della trollata, a tutta quella fetta dell’universo trap in cui si può inneggiare con nonchalance a mafia e sessismo, droga e furti, esaltando le storture del capitalismo-consumismo più becero.
«Siamo estremi? Sì. Siamo provocatori? Sì. Tutto questo è voluto. L’oltraggio al caso Moro? Su questo ci concediamo di essere netti. Aldo Moro è stato un morto, come lo sono i morti di overdose nelle periferie abbandonate dallo Stato, come lo sono i morti sul lavoro nelle fabbriche che ignorano le norme di sicurezza» P38
L’assoluzione arriverà dopo un calvario di mesi, perché “il fatto non sussiste, trattasi di provocazione artistica” (semicit.). Ed eccoci qui: dalla possibilità del carcere al sold out dell’Alcatraz. Non è proprio un attimo.
Grande festa alla corte di Cassazione, a dare il via alle danze il rap combat-queer di Young Paninaro e le sue “ame” in una sorta di varietà pop porno che unisce i puntini tra CCCP e Pop X. Subito dopo, si cambia registro con le atmosfere crepuscolari ed esistenzialiste dei Quercia, eccellenza emocore from Sardegna che presenta il nuovo EP “mentre i monsoni curano e scuotono l’erba rimasta” e dimostra di non mollare un cazzo. Le prime chitarre distorte, i primi riot sotto palco. A questo punto il pubblico scalpita. I cori da manifestazione sono sempre più insistenti: “Se PD vuol dire Porco Dio, la tessera al Partito la faccio pure io!”.
La stella nera delle Brigate Rosse si alza sullo sfondo sangue ed è subito un bagno di sudore: i P38 scendono in campo con i passamontagna bianchi d’ordinanza. La formazione però è inedita. Non c’è più Dimitri, uscito dalla band in seguito al caos giudiziario, verso il quale gli ex compagni di band non hanno parole concilianti, anzi: “Come ogni organizzazione criminale – o meglio accusata di esserlo – anche noi abbiamo i nostri pentiti…”. Non potendo più usare le basi prodotte da “Papà Dimitri” (molte delle quali, va detto, erano delle perle ispiratissime) per ragioni di copyright, la P38 decide di cambiare assetto ed incorporare un live band vera e propria, dal piglio decisamente hardcore. Del resto ci avevano già abituati a questo tipo di crossover, forti della militanza di Astore nel gruppo punk KDM – Kompagni di Merende. Non siamo di fronte ad una band di fortuna: i musicisti sono di prim’ordine e l’impatto è innegabilmente devastante. Immaginate la precisione chirurgica delle Carie in tour con Salmo ma in una versione da squat. Astore, Yung Stalin e Jimmy Penthotal sono visibilmente emozionati per le circostanze particolari che li hanno portati a questo “debutto” ma tutto ciò non impedisce loro di carburare in tempo zero e rivelarsi delle bestie da palcoscenico.
Dopo le dovute premesse metodologiche è doveroso fare un paio di considerazioni, per così dire, extra-parlamentari.
P38 non è solo una boutade situazionista, non è solo dark-humour bellicoso, non è soltanto colonna sonora per slogan antagonisti. Nella P38 c’è sostanza musicale. Hanno i pezzi, oltre alla cazzimma. Un primo disco più intransigente ed immediato, un secondo disco più ponderato ma non meno incazzato. Due dischi imbottiti di “hit” istantanee, basi e barre tecnicamente intriganti e a tratti sorprendenti, con la furia iconoclasta (quand’anche, sì, un pizzico naïf) del punk e tantissime “immagini” discutibili quanto potenti. Com’era? Dio Salvi la Repubblica!
A differenza di certi bidoni che ci ha rifilato la scena trap, cloud rap e affini in questi anni, la P38 regge da paura anche alla prova del live. Niente a che vedere con playback imbarazzanti e pose da TikTok: già lo sapevamo dal precedente tour ma è giusto ribadirlo, dato che online i contenuti sulla gang pare scarseggino. E aggiungerei: l’impronta di questo concerto è molto più old school rap che trap. Qualcosa di collocabile da qualche parte tra Truceklan e Ozone Dehumanizer ma con un mix tutto suo di cattiveria e ironia, serietà e cazzeggio.
Ora, qualcuno potrebbe storcere il naso per il paragone, ma a questo punto non possono che essere tirati in ballo anche i Kneecap, collettivo rap irlandese mascherato che tra polemiche e censure sta infiammando i palchi di mezzo mondo e provando a mettere in crisi l’industria musicale. È chiaro che la portata del fenomeno e la cilindrata artistica siano differenti ma P38 e Kneecap condividono qualcosa di più dell’outfit col passamontagna, sì insomma di più quello che potremmo definire “DDR/IRA nuovo swag“. Condividono un orizzonte di pensiero in una barricata globale e hanno fatto della provocazione il proprio modus operandi. Anche per questo hanno dovuto affrontare delle peripezie giudiziarie per lo meno fuori fuoco e fuori scala. Ricordiamo che i Kneecap sono stati accusati di terrorismo e portati a processo, per aver esposto una bandiera di Hezbollah in ottica pro-Palestina e per aver manifestato l’avversione al partito conservatore britannico con lo slogan “L’unico Tory buono e un Tory morto”.
Nel loro ultimo disco “Fenian” c’è un pezzo che si intitola “Carnival” che recita: “There’s a carnival coming to a town near you Kneecap vs thе Crown, so come here, you!”. La P38 parla del processo affrontato a Torino nella canzone “CIRCOTRIBUNALE” senza andare per sottile: “No, io voglio il circo senza gli animali. Se per fare terrorismo basta il vostro terrore”. Carnevale e circo: due immagini sovrapponibili per raccontare i risvolti da farsa che hanno assunto le vicende di Kneecap e P38. Il super ospite del concerto dell’Alcatraz E-Green, non proprio un novellino, dirà sul palco per il featuring “Brigate Posse RMX”: “Quello che hanno vissuto questi ragazzi non ha precedenti, per lo meno nel rap italiano. E in pochi ne hanno parlato”.
Viviamo in un mondo più sensibile alla violenza rappresentata che alla violenza perpetrata, come suggeriscono in Kneecap in diverse interviste? Questa sensibilità è solo facile indignazione mediatica da telegiornale e social network? Se il quadro mondiale è un pantano sempre più difficile da commentare, dall’Alcatraz di Milano arriva per lo meno una risposta abbastanza netta al Sindaco Sala, più volte chiamato in causa. E questa risposta arriva da un pubblico molto giovane. Forse insospettabilmente giovane.
Ricordo e riporto un articolo di Rivista Studio su P38 dove fondamentalmente si ipotizzava che il pubblico di questo prodotto non poteva che essere rivolto ad una nicchia specifica: nostalgici senior in cerca del LOL. Ebbene, a giudicare dall’età media universitaria del “Concertone alternativo” dell’Alcatraz, la formula di P38 ha invece alimentato un culto molto più eterogeneo del previsto. Coadiuvata dalla tempesta mediaticamente perfetta del CIRCOTRIBUNALE. Un cortocircuito trasversale a livello musicale e transgenerazionale a livello anagrafico: dai CCCP al Colle Der Fomento e in maniera ancor più massiccia tutta una fetta della scena hardcore-screamo rappresentata in questa occasione dai Quercia. Magari non sarà la Rivoluzione eh, ma è sicuramente qualcosa di vero e vivo.
Emiliano Paranoico, altro ospite sul palco dell’Alcatraz, ci terrà a sottolineare: “I nostri progetti sono coevi, sono nati quasi in parallelo e si sono dati forza a vicenda”. Come a sottolineare la necessità quasi fisiologica di un fronte comune per fronteggiare un’emozione sempre più indefinibile.
Dopo le affinità veniamo alle divergenze: fa molto rumore il dissing a Murubutu, l’atipico rapper-professore conterraneo della P38, liquidato come “la feccia di Reggio Emilia” dopo l’astio covato in questi mesi per posizioni divergenti sulla materia trattata in Nuove BR e Dittatura. Sempre in punta di fioretto: “Le tue Guerre Puniche ficcatele nel culo”. Difficile immaginare due approcci alla barricata e al rap game più lontani. Vedremo se e come risponderà Murubutu.
Intanto usciamo fulminati dopo un concerto che al di là di ogni speculazione e strumentalizzazione politica è stato in primo luogo un grande concerto di musica rap, e poi la festa di una comunità.
Qualcuno potrebbe dire: una comunità privilegiata ad intonare slogan in un bel locale del Primo Mondo in questo infrasettimanale milanese con ingresso a 25 euro. Noi vogliamo dire: una comunità sempre più giovane e arrabbiata, che prova a reclamare il proprio bisogno di spazio. Tantissimo spazio, per citare uno dei tanti inni che hanno sconquassato il parterre dell’Alcatraz praticamente senza sosta.
Torno a Torino in notturna col Flixbus e crollo per due ore. Al mio risveglio scendo al capolinea: la prima cosa che vedo è il Tribunale di Torino, sì, proprio quello sulla copertina di Dittatura. Si chiude il cerchio. Per ora.
Qui la scaletta completa del concerto con tutti gli ospiti saliti sul palco:
PRIMO COMUNICATO
GHIACCIO SIBERIA
Io voglio che muori (KDM cover con KDM)
BAD BEHAVIOUR
BRUCIA (KDM cover coi Quercia)
RASSEGNA STAMPA
UN AMICO
CIRCOTRIBUNALE
FRITTO MISTO
PAURA
NUOVE BR
GIOVANE STALIN
BRIGATE POSSE (con Ted Bee)
TUPAMAROS (con Franchetti)
Annarella (CCCP – Fedeli alla linea cover con Franchetti)
La Sette Comics (Ted Bee cover con Ted Bee)
SECONDO COMUNICATO
DITTATURA
GIORNI BLACK
GULAG II
La nostra canzone in gara per Sanremo (con Brrradpitt)
COME TE COME ME
Stepper (Emilio Paranoico cover con Emilio Paranoico)
Colonna (con Emilio Paranoico)
VOMIT GORE
RENAULT 4
SCEMA
STELLE ROSSE
CAMBIARE IL MONDO
PARTITO DEL LAVORO
