Ivan Sergeevič Turgenev: riscoprire il Primo Amore

La casa editrice Miraggi ripropone il racconto breve di Ivan Sergeevič Turgenev “Primo Amore”, tradotto da Barbara Delfino e con l’introduzione curata da Massimo Maurizio. L’incontro al Sovietniko di via Cibrario – nell’ambito del festival dedicato alle culture dell’Est Europa “Slavika” – è l’occasione per la riscoperta di un grande racconto ritenuto “minore” dai più, tra losche relazioni e riti di passaggio…

_di Silvia Ferrannini

In un podere di campagna, una di quelle che sovente fanno da sfondo ai romanzi ottocenteschi, trascorre le sue giornate Vladimir, un sedicenne impacciato ma dai sentimenti sinceri, troppo candidi rispetto a quelli di Zinaida, vicina di casa e maliziosa civetta di cui egli s’innamora. L’aristocratica signorina, conscia del suo bell’aspetto, stuzzica stuoli di amanti ma non ne corrisponde nemmeno uno: sono solo ornamenti, vacue distrazioni per scacciare via, almeno per un po’, una profonda noia sempre mascherata, ma sempre presente.

Vladimir non è sicuramente un’eccezione per lei: e il giovane se ne renderà pienamente conto quando scopre con sconcerto la relazione tra suo padre e Zinaida. Questo nodo non potrà che sciogliersi con un’uscita di scena (ovviamente qui non diremo da parte di chi…). Per Vladimir si prospetterà così la fine del rito di passaggio e interfacciarsi davvero con la realtà.
 
A un primo sguardo Primo Amore non sembrerebbe niente di nuovo. Torbide e “scandalose” relazioni tra insoddisfatti aristocratici, conflitti tra genuinità e artificio, incomunicabilità tra padri e figli: sono ingredienti romanzeschi questi sui quali facilmente si può erigere un racconto (e molti l’hanno fatto). Una trama fragile come molte di quelle che si dipanano nei romanzi e nei racconti di Turgenev: si pensi soltanto che da semplici osservazioni naturali fatte durante le battute di caccia nacque Memorie di un cacciatore (1852). D’altro canto questo povest’ (racconto lungo) fu accolto piuttosto tiepidamente, se non proprio con una punta di avversità (e a ben guardare anche più tardi precisamente nel 1862, il celeberrimo Padre e figli, destò non poche polemiche per il suo sfrontato e materialistico nichilismo) e nelle antologie di letteratura russa verrà prontamente collocato fra le “opere minori”. Il fatto poi che l’autore rivelò la stretta implicazione biografica (accadde un fatto simile tra lui e suo padre) può suscitare qualche curiosità in più, ma poco altro.
 
Eppure, la casa editrice Miraggi ne ripropone la lettura (stavolta con testo a fronte in russo) e c’invita a scoprire il ruolo che questa piccola opera gioca nella parabola artistica e ideologica di Turgenev.
«L’ultima traduzione di Primo Amore (realizzata dalla Rizzoli, ndr) risale solo al 2007, e non mancava quasi nulla: ma Turgenev è un autore stratificato, che ti porta a scoprire cose nuove man mano che si torna sul testo» afferma Barbara Delfino, traduttrice giunta al testo in questione per una lunga serie di casi fortuiti. «Nel suo scrivere piano, puntuale e pulito Turgenev dice tutto senza insistere, quasi con modestia; tant’è che spesso affida la narrazione ad una generica terza persona. Ma Primo Amore è un racconto che può ancora dirci molto».

Tanto del valore di quest’opera si può capire dal contesto in cui nasce e dal sottotesto che cela.


Turgenev compone il racconto nel 1860, in un momento in cui ribollivano vivi desideri di cambiamento che condurranno poi all’abolizione della servitù della gleba (1861), ma già in Rudin (1856) aveva fatto chiarezza sulle sue posizioni: il romanticismo utopico e le velleità socialiste non hanno più alcuna propulsione, dall’affrancamento della schiavitù niente è davvero cambiato e l’autore ne parla sì con una certa eleganza, quasi in punta di piedi, ma con la cupa consapevolezza di chi, tutto il lavorio di una generazione, lo aveva visto nascere e fallire.

È la poetica dell’«uomo superfluo» a vivificare il discorso turgeneviano, dell’idealista infervorato, affascinante nel suo eloquio e nella sua cultura ma sostanzialmente inconcludente, bloccato nell’azione e nella scelta. Da questa delusione post-romantica nascono anche i personaggi di Primo Amore, che all’autentico sentimento oppongono il calcolo, non riuscendo a barcamenarsi con la propria incoerenza e quella della società tutta.

 
«Turgenev si distinse perché seppe fare controcultura nella controcultura, senza tornare su quella nobiliare: non stava né dalle parte dei progressisti né da quella dei retrogradi, elaborò una propria personale concezione» afferma Massimo Maurizio, ricercatore di Lingua e Letteratura Russa all’Università di Torino e curatore dell’introduzione al testo.
Questo perché «Turgenev si fa beffa delle pose dei suoi personaggi, sembra osservarli dall’esterno e con il ghigno canzonatore di chi non vuole piacere a nessuno, di chi sa di non conoscere la Verità, ma che sa altrettanto bene che non la conoscono neppure loro che la professano».
 
I salotti dove si tengono le pompose adunanze di Zinaida e dei nobilotti come lei diventano il teatrino della loro sconfitta: inabili a vivere davvero la vita, scelgono il gioco e la sensualità, non sapendo con quali altre armi destreggiarsi. Zinaida si lascia affabulare da una relazione che lei sente “adulta”, ma le cui sorti saranno irreversibili; Pëtr Vasil’evič (il padre di Vladimir) è, come scrive ancora Maurizio nell’introduzione, «è un quarantenne -nel senso byroniano del termine- inquieto, vittima di scelte sbagliate e interessate (egli si è sposato con una donna di dieci anni più vecchia, ndt) e che quindi implicitamente negano quello stesso byronismo che egli vuole rappresentare, riducendosi di fatto alla versione matura degli eroi romantici della letteratura russa». E Vladimir? Egli altro non è che un adolescente alle prime armi con il gentil sesso e con la società, ma è ancora in tempo per salvarsi.

Non è ben chiaro di chi sia il “primo amore” in questione, ma una cosa è certa: nessuno dei protagonisti ne rimarrà appagato.

 
Turgenev, tanto in Primo Amore quanto nelle altre opere, squaderna davanti ai nostri occhi un mondo tanto ambiguo con una lucidità sconcertante, muovendo così una critica che non è mai violenta invettiva: sarà stato proprio il garbo con cui enuncia la sua condanna ad aver tanto innervosito i critici di allora. Ma fermarsi alla contestualizzazione storica, per quanto importante sia, sarebbe limitante: spogliate il racconto dei cliché (coscientemente anacronistici anche per i tempi in cui scriveva) e avrete che sì, è vero, forse è l’umanità tutta a doversi ancora davvero misurare con se stessa, tanto esistenzialmente quanto socialmente. E se l’innamoramento può essere una dolce illusione da cui lasciarsi cullare, la realtà bussa sempre alla porta e chiede il conto: il vero peccato è proclamare a gran voce e non muoversi da quel punto.
Che cosa ci si aspetta dalla sordità di un’aspirazione che noi stessi non sappiamo realizzare? Vladimir, alla fine del racconto, lo capisce. Ed è proprio in quel momento che il fantasma del suo primo amore passa con un sospiro, e lo fa sussultare di paura.

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