Poplar 2026, la sua decima edizione. Un “breve” reportage

Poplar 2026

Siamo stati a Trento per il Poplar 2026, nel suo weekend più clamoroso e infuocato, con artisti dal calibro internazionale e giovanissime chicche del panorama italiano. Sabato 12 e domenica 13 settembre abbiamo scoperto, dall’inizio alla fine, l’energia dell’innovazione e dell’amore per la musica. Di Anna Gallucci.

Day 1: Il pomeriggio italiano, tra derive jazz e universi mai realizzati 

Per arrivare a Trento, da qualsiasi parte, il viaggio sarà lungo. Non strettamente in termini temporali, ma la preparazione fisica, energetica, ti porta ad affrontare un lungo viaggio, distante e ravvicinato, in contatto con persone nuove o con la capacità di accogliere i vecchi amici. Al Poplar 2026 viene facile ricordarsi che ci sono suoni, parole, ma anche solo spazi che vanno vissuti pienamente e che ci meritiamo di farlo in pace e con l’energia che scalda il corpo. Arriviamo presto, tempo di sistemarsi nella calda città trentina, saliamo. 

È una salita estremamente romantica quella del Doss, dove soffrirai, ma lo fai per lo spirito, con una causa specifica. Come al solito a metà della salita una breve pausa di recupero, fortunatamente si deve solo salire per i prossimi due giorni, sfiancante, arriviamo con la lingua a terra ma ogni volta, la vista, ripaga ogni gradino fatto. Ci fermiamo a guardare gli allestimenti, le panche, le amache, le persone tranquille ed emozionate di essere arrivate in cima, la vista sull’Adige ricorda, in maniera umile, che noi siamo davvero minuscoli ma che nella nostra dimensione la musica influisce, come il suono dell’acqua che scorre.

Sono le 16:30, il tempo di girare il festival, lo spazio è abbastanza semplice, due palchi, uno nella posizione opposta all’altro e in mezzo la cabina tecnica dei fonici. Ai lati il food and beverage e già potevo assaporare i canederli, gnocchi di pane raffermo tipici trentini.

Inizia Cheyenne, gruppo locale che fonde Jazz contemporaneo, Psichedelia anni 70 e rimandi alle colonne sonore italiane. Il gruppo anticipa una delle linee guida di questo Poplar 2026, l’apprezzamento verso i nuovi mutismi del genere Jazz, che incontra una fusion più sperimentale. Dalla deriva elettronica a quella rock psichedelica. Hanno presentato il loro recente album “The bird in borrowed feathers” uscito a maggio 2026, a due anni dal loro primo album omonimo.

Successivamente ci avviciniamo al secondo stage per Marco Fracasia, artista torinese che ci ha sorpreso per la quantità di persone presenti sul palco – tra cui 3 chitarre e un basso – e la gente sotto il palco. Presentato “4321 Hz“, il suo primo album ufficiale, ispirato da Paul Auster e al suo romanzo. Un album in cui la parte strumentale ci trasporta in un viaggio nostalgico verso cosa abbiamo scelto e in particolare a tutto quell’universo mai realizzato di scelte non compiute. Live si realizza concretamente questo passaggio.

Il viaggio si sposta dall’altra parte del Doss con Marta Del Grandi, con una particolare euforia degna della miglior aspirata di elio, con la sua felicità ci siamo sentiti su un palloncino.

A seguire ggiovanni, un amico con la quale condividiamo la devozione per Blood Orange e questo si sente nel suo set. Il tema dell’amicizia diventa dominante quando Umarell scavalca la transenna per cantare assieme a Giova “Aria“, il loro ultimo singolo.

Il fenomeno Rares e “il pogo dei topini” 

Questa euforia ci ha trascinati in quello che sembrava il main act più atteso: Rareș , potremmo quasi definirlo un fenomeno sociale, una folla tutta accalcata per sentirlo cantare il suo ultimo album. Se vi immaginate i successi musicali emergenti più in voga del 2026 è inevitabile accostare Tony Pitony e Rareș , quasi paradossale, ma vengono dallo stesso ambiente underground. Rares a inizio 2026 lancia dalla finestra “Sincero!” un album tristissimo, carico a pallettoni di nostalgia, che aiuta il cantante a elaborare una rottura d’amore. È definitivamente l’album con la migliore scrittura dell’anno, capace di assecondare così tante vite e di mettere d’amore e d’accordo un sacco di anime.

La folla sottopalco era estremamente eterogenea, ballavamo tutti, urlavamo tutti, stavamo tutti piangendo all’unisono ricordandoci di amori passati. Forse ciò che mi rende più convinta di come l’amore che esprime Rareș sia veramente universale è il concetto stesso di amore inteso sia romanticamente, amicalmente, magari anche nel contesto familiare o inanimato. Per questo mi piace definirlo “fenomeno Rareș” perché spiega come tutti siamo insaziabilmente colmi d’amore e soffriamo a causa di esso, a prescindere dal destinatario e dai suoi atteggiamenti.

Simpaticamente è partito un pogo, ci è piaciuto definirlo “il pogo dei topini”, un insieme di persone che si spingevano amichevolmente, come nelle magliette del suo merch.

Nel “reparto mondo”: l’ipnosi di Floating Points (e un pubblico da rivedere) 

La lineup successiva iniziava ad avere un sentore internazionale, come quando entri nel reparto “mondo” del supermercato, ma rimani a vedere gli scaffali cercando di capire come mai il latte di cocco costi così tanto ed esplorando i vari chicken curry. Al primo piano troviamo i bastoncini di zucchero da Brighton delle Lime Garden, gruppo indie rock particolarmente carismatico, con una bella presenza scenica sul palco, hanno portato “Maybe Not Tonight” il loro ultimo album che può ricordare un po’ i Paramore se avessero avuto in mano più sintetizzatori e dei bassi più accentuati, ma bella presenza, belle vibes.

Passiamo alla Vegemite australiana con The Avalanches, da Melbourne, il duo elettronico ha fatto una performance djset al limite dell’impeccabile, il palco a cupola irregolare ha permesso di avere un set-up scenico bellissimo, suggestivo che secondo noi ha arricchito ulteriormente l’esibizione.

Ritorniamo nel Regno Unito a mangiare il porridge scozzese con corto.alto, un sacco di strumenti sul palco marcando la vena polistrumentista, jazzista, sperimentalista. Una bella presentazione del progetto ma eravamo troppo proiettati verso Manchester da Floating Points.

Un set incredibile, il mio amico toscano dice “ha gasato in maniera impossibile”, un’esibizione quasi improvvisata in cui ha, successivamente, iniziato a produrre suoni bizzarri, bassi insensati, suoni improvvisati quasi modulati. Coronati da dei visual live curati da Akiko Nakayama chiamati “Alive Paintings” che potremmo definire una performance visiva quasi separata dalla musica ma che in realtà sono strettamente necessari l’uno all’altra. Per farla breve: l’artista, utilizzando una pipetta, spruzza gocce di detersivo per piatti in un contenitore, realizzando forme ipnotiche. I riflessi del sapone nel contenitore, generando anche bolle, creano colori vibranti davanti la telecamera. Questi visual vengono filmati per mostrare come le forme reagiscono al suono, con le superfici delle bolle che si muovono, tremano, esplodono man mano che il ritmo della musica si intensifica.

Live di Floating Points al Poplar 2026

Straordinario, soprattutto tutto on stage, le bolle non erano solo soggette alle frequenze audio della musica ma anche a quelle delle persone intorno che vivevano l’esibizione con intensità.

Con difficoltà abbiamo capito che uno dei migliori set sarebbe terminato a breve, forse la vera difficoltà è aver assistito a una cosa così bella e rendersene conto sempre post-live.

Forse la vera difficoltà è aver capito che uno dei problemi del Poplar è il suo pubblico, molto variegato, poco eterogeneo, molto “italiano” se ci possiamo permettere. Fanno gruppo, cercano di stare sempre in prima fila ma non si rendono conto che, nel momento in cui un artista non interessa, sarebbe buona educazione spostarsi verso altre aree, invece di disturbare chi vorrebbe ascoltare, in questo caso, Floating Points. Forse è un tema da approfondire, per ora consigliamo di guardarsi intorno e di portare rispetto verso le altre persone, già questo basterebbe.

Come dicevamo, Floating Points è stata un’esperienza sublime, abbiamo toccato quasi il cielo. Difficilmente avevamo ancora le energie per altro ma abbiamo scoperto con molto piacere: Macedonia Sintetica che ci ha dato una coccola elettro-jazz, il trio di Venezia. Alla fine c’è stata anche HAAi: dj set solido in chiusura, direi importante da segnalare, ma ormai eravamo un po’ troppo stanchi per sopportare il tutto. Scendiamo dal Doss, fortunatamente senza scalare la montagna, passando per parte della galleria degli Alpini.

DAY 2: Meno fiato, più Regno Unito (e l’ombra di Niccolò Contessa) 

Dopo pranzo ci rendiamo conto della salita ma sarà anche l’ultima volta che la faremo, salvo altri viaggi a Trento non previsti attualmente. Risaliamo con fatica, meno rispetto a ieri. L’aria è frizzante, il calibro degli artisti è molto internazionale, più del “reparto mondo” di ieri.

Arriviamo, passiamo per l’area merch e un po’ iniziamo a percepire il sentore nostalgico dato dall’altro fenomeno socio-culturale “Niccolò Contessa aka I Cani”. È un fenomeno che non vi so ben descrivere rispetto a Rares, qui trovate vari reportage molto più sensati dai colleghi Millennials. Però anche qui, mi aspetto grosse lacrime.

Iniziano i talenti local come Zanoner e Bob and the Apple: progetti trentini, indie, il primo vicino al cantautorato; il secondo più strumentale, può quasi ricordare Tame Impala se stesse chill, o se avesse l’amore profondo per l’Adige e le Alpi trentine.

Ricominciando ad entrare nel negozio di souvenir nel Regno Unito ci troviamo la band londinese 1000Rabbits composta da 5 membri, rispettivamente violino, synth, chitarra, batteria, voce. Sono giovanissimi, di una freschezza pura, già sotto la stessa etichetta di FKA twigs e The xx. Portano il loro primo EP “Are we still friends?”, una raccolta di 6 brani che navigano il folk, l’art-pop e le tendenze post-punk, un bel viaggione nel loro universo fatto di “coniglietti travestiti da umani, a loro volta travestiti da musicisti”. 

Passiamo agli irlandesi Madra Salach, cane sporco tradotto, sentiamo una descrizione un po’ blanda “Fontaines D.C. ma on a budget” in realtà forse sono la cosa, concettualmente, più vicina ai Kneecap. La loro è una rivisitazione del folk tradizionale irlandese, con sintetizzatori, distorsioni ed elettronica. Gasando.

Riscendiamo a Brighton per ELLIⱾ·D, band che si cimenta ad unire e prendere ispirazioni dal glam punk, dalla psichedelia e dalla new wave. Live scalda decisamente gli animi, l’energia della musica, la loro performance carica di intensità: il frontman suona la chitarra – nonostante la concepisca come una batteria – e scende in mezzo al pubblico, per suonare tutti insieme, per essere parte unica di questa prima data italiana.

Arriviamo dal preferito della mia compagnia, direttamente dalla provincia di Galway: Dove Ellis. Lo ricordiamo in apertura alla Prima Estate con main act di Nick Cave, il caldo allucinante di fine giugno e con il sudore che usciva anche dalla chitarra. Questo cucciolo di uomo ricorda Jeff Buckley e Thom Yorke per le sue capacità vocali, un’incredibile voce maschile che dobbiamo tenere d’occhio. Ha portato il suo progetto “Blizzard”, vi consiglio la versione The Old Operating Theatre.

Sudore e post-punk: il rito violento di Visconti e Maruja 

Ritorniamo in Italia per poco, con il massimo esponente del post-punk Visconti. Qui i poghi hanno iniziato ad essere pesanti. Ha presentato il suo prossimo album “Il Grande OK” in uscita il prossimo 6 novembre. Qui il pogo dei guys di ferro, per citare il precedente album colonna portante del 2025 “Boy di Ferro”.

Rimanendo nello stesso ambiente caldo di spintoni nella terra ancora un po’ fangosa, troviamo in terra anglosassone i Maruja, “siamo cattivi ma lo facciamo per la Palestina, per la pace” iniziando così sai che quel terribile abbraccio dettato dalla violenza della folla un po’ ce lo meritiamo. Lo abbiamo descritto come un viaggio spirituale, una ricognizione con il terreno e le persone attorno. Venendo da concerti shoegaze non penso di aver mai visto cerchi così grandi, sono volate letteralmente le persone. Il sassofonista della band è sceso nella folla, facendo un po’ di crowd surfing. La band non la possiamo realmente categorizzare in un genere ma hanno un sassofonista jazz che spacca i culi, le chitarre post-punk e il cantato con delle forti influenze nell’hip hop statunitense.

Stiamo per chiudere la notte dei Cani, prima con i GANS, da Birmingham, in un’atmosfera particolarmente sospesa, nonostante le botte e le legnate dei Maruja, anche qui cerchi in apertura. Il trio composto da chitarra, batteria e sax è decisamente ambiguo, un po’ anni ’80 ma con venature di industrial rock, beat techno e di alternative. Un bel mix, goduto tanto.

L’ultimo abbraccio collettivo de I Cani 

Infine loro, i Cani, un live dal pieno carico nostalgico. Un po’ smorzato dalle botte prese nelle esibizioni precedenti, qui ci si cura, si torna all’abbraccio collettivo e all’amore sospeso nell’aria. Un live impeccabile, band – come già vi avevo raccontato – assurda, vi lascio un paio di similitudini con le quali giocare: metà degli apostoli, gli Avengers, la nazionale della pallavolo italiana. 

Un live straordinario a livello musicale, impeccabile. Definitivamente un trionfo tecnico valutando tutte le band che si sono esibite nella giornata, backliners estremamente competenti. Lacrime ne sono cadute, soprattutto con “Sparire” alla tastiera e “Lexotan” in chiusura come ai vecchi tempi.

Una meravigliosa ultima esibizione, dell’ultima data, dell’ultimo (attualmente) tour dei Cani.