Dopo una gestazione durata quasi vent’anni arriva in sala il documentario su Jeff Buckley diretto da Amy Berg e co-prodotto da Brad Pitt. La nostra recensione a cura di Giulia Costa Barbè.
Uno non si aspetta di andare a vedere un documentario su una rockstar morta tragicamente nel fiore degli anni e di uscirne allegro, addirittura ispirato.
Eppure questa è l’emozione principale suscitata dalla visione di It’s Never Over: Jeff Buckley, il documentario di Amy Berg (Janis: Little Girl Blue, Phoenix Rising) presentato al Sundance 2025 e arrivato nei nostri cinema in questi giorni.
Ma come? Jeff non era il ragazzo bello e tormentato, schiacciato dal peso del suo stesso talento, diventato icona delle adolescenti alternative?
Forse. It’s Never Over: Jeff Buckley ci restituisce piuttosto l’immagine di un ragazzo vitale, estremamente divertente, un cazzone assoluto capace di piantare in asso Ben Harper nel parterre di Les Eurockéennes pur di vedere il concerto di Page & Plant abbarbicato alla struttura del palco, a venti metri d’altezza.
Il ritratto che emerge dell’artista è sfaccettato ma sempre tracciato con leggerezza. C’è il fan che si emoziona quando incontra il suo idolo Nusrat Fateh Ali-Khan; il musicista agli esordi che si esibisce al café Sin-é incantando il pubblico con una voce e un sorriso che non sembrano di questo mondo; ma anche il pessimo moroso che si dimentica della sua ragazza fuori dal teatro dove aveva appena suonato. È l’album dei ricordi di un ragazzo con una sensibilità e un talento estremi che stavano sbocciando.
Il documentario di Jeff Buckley è un inno alla vita

Quando si deve accennare all’elefante nella stanza – la depressione, l’abuso di sostanze, e la morte prematura – il tema sembra sia stato introdotto per dovere di cronaca.
Si tratta pur sempre di una versione approvata in tutto e per tutto dall’unica erede e custode del lascito dell’artista: Mary Guibert, madre di Buckley, il cui commento ci accompagna per tutta la durata della pellicola.
Tra i pregi dell’opera di Amy Berg, che ha lavorato a questo progetto dal 2008, spicca l’enorme quantità di materiale inedito, recuperato dagli archivi che Mary ha custodito gelosamente e concesso alla regista solo dopo anni di corteggiamento. Impresa non da poco: Guibert ha fama di essere un soggetto poco incline alla trattativa e in passato ha detto no persino a Brad Pitt, che per anni ha cercato di ottenere i diritti per un biopic, il cui cast era stato annunciato nel 2021. Brad si è dovuto accontentare della co-produzione del documentario riuscendo finalmente a realizzare un tributo che inseguiva da anni.
È stato meglio così: c’era troppo materiale sensibile – l’abbandono del padre, le relazioni incasinate, la morte prematura – troppa vita che rischiava di venire impastata e rimodellata per adattarsi al linguaggio del biopic e che la forma documentario riesce a valorizzare naturalmente.
Durante le due ore del documentario Jeff ci viene raccontato da compagni di band, colleghi come Ben Harper, Alanis Morrisette e dalle donne più importanti della sua vita: sua madre e le ex compagne, Rebecca Moore e Joan Wasser, testimoni di una vita che si è conclusa a soli trent’anni.
I frammenti di interviste sono alternati ad appunti su quaderni, disegni e tanti, tantissimi messaggi che Jeff lasciava sulle segreterie telefoniche di amici, fidanzate e di sua mamma. Viene da pensare che i messaggi in segreteria siano stati un genere letterario a sé stante dotato di una capacità espressiva che le note vocali di Whatsapp si sognano. Il documentario si chiude proprio con un messaggio in segreteria, l’ultimo lasciato a sua madre. È davvero difficile a questo punto trattenere le lacrime.
È lodevole che la regista abbia fatto di tutto per non scadere nella trappola narrativa del destino crudele che tormenta la vita del protagonista e abbia deciso di mostrarci il bambino biondo e allegro prima, il musicista venerato e amato poi. Il titolo stesso del documentario è volutamente un inno alla vita, al ricordo, all’eredità straordinaria che ci ha lasciato la breve e luminosa carriera di Jeff.
