Ripercorriamo i ricordi di questa estate sotto palco. Il 23 luglio, al Parco della Musica di Milano, Lorde firma uno dei concerti più coinvolgenti dell’anno. Novanta minuti in cui vulnerabilità, libertà ed energia si fondono in uno spettacolo essenziale e travolgente. Report a cura di Federico Nique Nicoli.
Quando arrivo al Parco della Musica il sole sta lentamente scendendo dietro gli alberi e l’aria è ancora torrida. Joan Thiele ha appena iniziato il suo set. La giornata finora non è stata delle migliori: una di quelle che ti consumano più la testa che le energie. Arrivo al concerto con una speranza semplice: che la musica faccia quello che spesso sa fare meglio di chiunque altro, ovvero rimettere un po’ d’ordine. Non immagino ancora che, un’ora e mezza dopo, uscirò con una leggerezza completamente diversa.
L’ultima volta che avevo visto Lorde era il 2018: Primavera Sound, Barcellona. Ricordo bene il concerto e ancora meglio quello che successe dopo. Durante il live degli Arctic Monkeys me la ritrovai accanto, in mezzo al pubblico. Non c’era nessuna area riservata e nessuna distanza. Solo una ragazza che, dopo aver appena suonato davanti a migliaia di persone, aveva voglia di godersi Alex Turner e compagni come tutti gli altri. Mi colpì quella normalità. Forse perché raccontava già allora qualcosa di profondamente suo: prima ancora di essere un’artista da palcoscenico, Lorde era una ragazza innamorata della musica. Otto anni dopo, rivedendola a Milano, ci ho ripensato. Perché quella ragazza è ancora lì. Solo che oggi è diventata un’artista incredibilmente più consapevole e più completa.
Lorde ha raccontato che l’estate è la sua stagione preferita. Ed è difficile immaginare una definizione migliore per questo concerto. Novanta minuti che scorrono come una notte d’estate. Un viaggio che attraversa tutta la sua carriera, da Royals a Ribs, da Green Light fino ai brani di Virgin, l’album con cui la sua scrittura appare più sincera che mai. Lorde riesce a parlare di identità, relazioni, crescita, libertà e fragilità con una profondità disarmante, senza che il peso di questi temi diventi mai un macigno. Anzi, li trasforma in energia.

L’ingresso sul palco racconta già tutto. Arriva con una borraccia, la riempie, sorride e accenna poche strofe di Royals. La canzone che, poco più che adolescente, le ha cambiato la vita. È un gesto semplicissimo e basta quello per cancellare ogni distanza.
Sul palco Lorde è semplicemente magnetica. Non sta mai ferma. È una danza continua. Anima e corpo completamente al servizio delle canzoni. Lo spettacolo è essenziale: pochi elementi e nessun eccesso. Ogni scelta sembra esistere soltanto per valorizzare la musica. Eppure quel palco è in continua trasformazione. I grandi volumi che lo compongono si spostano, cambiano prospettiva, diventano ogni volta uno spazio diverso. Lorde li li trasforma in un’estensione naturale del proprio corpo. Anche il light design accompagna questa metamorfosi continua, costruendo scenari sempre nuovi senza mai rubare la scena alle canzoni. La sensazione più bella, però, è un’altra. Lorde non occupa semplicemente il palco ma lo condivide. Passa con naturalezza da riflessioni profonde a momenti di assoluta leggerezza. Ti invita dentro il suo mondo.
Racconta di aver scritto le sue canzoni in Nuova Zelanda, lasciandole poi andare nel mondo come messaggi in una bottiglia lanciati nell’oceano. Senza sapere dove sarebbero arrivate. o chi le avrebbe raccolte. Per questo, dice, la connessione che sente con il pubblico di Milano è qualcosa di raro e prezioso. La conferma che, da qualche parte, quei messaggi sono davvero arrivati. Si capisce davvero che quella connessione di cui parla non è un semplice ringraziamento di circostanza. È il cuore stesso del concerto. Quando canta Girl, so confusing, Charli XCX non c’è. Eppure è come se fosse presente. E il pubblico canta ogni parola.
L’energia rimbalza continuamente tra palco e platea, fino a rendere quasi impossibile distinguere dove finisca l’artista e dove inizi il pubblico. È uno dei momenti che meglio raccontano la libertà con cui oggi vive la propria musica. Poi arriva David, uno dei brani più intensi di Virgin. Il pubblico del pit viene coperto quasi completamente da un enorme telo bianco. Sopra compare una frase. “I don’t belong to anyone.” Questo verso diventa un manifesto e insieme una dichiarazione di libertà collettiva. Uno di quei momenti in cui scenografia, musica e significato diventano una cosa sola. E il finale non può essere che Ribs. Nel giro di pochi istanti ti ritrovi a muoverti insieme a lei, senza più pensare a nient’altro.

Ripenso allora a quella sera del Primavera Sound. A Lorde in mezzo al pubblico durante gli Arctic Monkeys. Forse non è cambiata poi così tanto. Ama ancora la musica con lo stesso entusiasmo. La differenza è che oggi ha trovato il modo di trasformare quell’entusiasmo in uno degli spettacoli pop più autentici che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni.
Esco dal Parco della Musica che Milano è ormai immersa nella notte. Mi torna in mente un’immagine.
Le canzoni come messaggi in una bottiglia, lanciati dall’altra parte del mondo, senza sapere dove sarebbero arrivati.
Uno di quei messaggi è sicuramente arrivato anche a me.
