[REPORT] Col suo primo concerto in Italia Lorde ci porta nello Spazio

Elegante, irrequieta, raffinata e passionale: giovedì scorso Lorde ha suonato per la prima volta in Italia al Fabrique di Milano e ci ha semplicemente stregati.

_Edoardo D’Amato

Il 10 gennaio 2016 se ne andava David Bowie: da quel giorno ovviamente, come è giusto che sia, i tributi nei suoi confronti sono stati tantissimi. Ho ancora i brividi ripensando al ricordo fatto dai Placebo durante la data milanese dello scorso novembre. Tra i tantissimi aneddoti tirati fuori in questi mesi, ce n’è uno che riguarda anche Lorde, raccontato da Mike Garson. Durante un live su Periscope il pianista di Bowie dichiarò: “A David piaceva davvero tanto Lorde, sentiva che lei era il futuro della musica e hanno avuto anche la possibilità di passare pochi bellissimi momenti insieme“. Tanto che agli scorsi Brit Awards l’artista neozelandese ha cantato insieme alla storica band del Duca Bianco “Life on Mars?”.

Un’investitura importante, che in molti – considerando quel capolavoro a metà che era “Pure Heroine” – avevano considerato in parte esagerata. Ma lui ci aveva visto lungo, come sempre: a quattro anni dal suo esordio, la ventunenne Lorde ha già pubblicato un disco fondamentale. “Melodrama” è semplicemente un prodotto perfetto, in bilico tra l’house party più vicino agli XX e le confessioni a cielo aperto di alcune ballate che si discostano decisamente dalle tipiche produzioni americane spacca classifiche. Una vera outsider del pop contemporaneo, sia per quanto concerne in senso stretto la sua proposta sia con riferimento alla sua ascesa. E quindi c’era molta curiosità nel vederla live, tra l’altro per la prima volta in Italia.

E al netto di alcuni accorgimenti che andrebbero a migliorare ancora di più (se possibile) un live già memorabile, non si può non promuovere Lorde anche on stage. L’apertura è stata affidata ad un altro enfant prodige: Khalid è un classe ’98 che insieme alla sua band sembra un veterano. Del suo “American Teen” qui in Italia se n’è parlato forse troppo poco: un paio di hit che sottopalco in molti intonano già e uno stile riconoscibile rendono questo under 20 un profilo sicuramente interessante.

I due perciò sono giovanissimi, invece tra il pubblico c’è gente di ogni età. E mentre dalle casse del Fabrique scorrono prima le note di “Say It Right” di Nelly Furtado (che lacrime ripensando al periodo d’oro di Timbaland) e poi quelle dell’immancabile “Running Up That Hill” di Kate Bush, le luci si spengono e Lorde si materializza tutta vestita di nero. Dietro di lei c’è l’installazione di un astronauta: si parte subito con “Homemade Dynamite”, giusto per far capire il leit motiv della serata, per poi continuare con “Magnets” (il pezzone insieme ai Disclosure). È letteralmente scatenata: balla, zompetta senza sosta e non perde occasione di ringraziare Milano per l’affetto (impossibile muoversi, tanto che ci si chiede se una data con così tanto hype non avrebbe riempito anche un Mediolanum Forum ad esempio).

Nel corso del concerto Lorde non risparmia nemmeno discorsi e confessioni: ci racconta le sensazioni di una ventenne che spente le luci dei riflettori sveste i panni della beauty queen e indossa quelli di una ragazza semplice e con le sue insicurezze, peraltro mai nascoste nelle sue canzoni. Il party sfrenato non può durare per sempre: in “Sober” ci si pone la fatidica domanda, ovvero “But what will we do when we’re sober?”. E’ un artista ma anche una persona matura: abbandonarsi completamente proprio non le riesce e infatti, dopo essersi cambiata d’abito, ritorna sul palco con un vestitino bianco e inaugura il momento emotivamente più intenso della serata. Inaugurato da “Louvre”, con il suo manifesto ipnotico “Broadcast the boom boom boom and make ‘em all dance to it” ripetuto all’infinito: è uno dei brani top di “Melodrama”, e introduce perfettamente il secondo atto dello spettacolo. Dà quella sensazione di festa che sta per terminare, perchè in fin dei conti c’è un tempo per tutto.

E dopo una notte sfrenata, il ritorno a casa fa scattare una riflessione interiore, magari dentro un taxi. E non può non scendere una lacrima. “Liability” è l’esempio di come si possa scrivere nel 2017 una ballad non banale, intima e sincera. Lorde la introduce con una confessione a cielo aperto: seduta sotto un’arcata floreale illuminata (la seconda installazione della serata), si apre totalmente raccontando cosa passi per la testa ad una ragazza che è diventata donna anche grazie alle sue insicurezze.

“Stai seduto nel tuo seggiolino nel fondo di un taxi e ti scende una lacrima. In quel momento pensi: cazzo, questo è un livello di solitudine a cui non ero mai arrivato prima e rimarrò sola per sempre. Ma ovviamente non sarà così, ve lo assicuro. Sono una fottuta sognatrice e ho sogni così selvaggi che spesso mi hanno fatto sentire “troppo”. Dedico questo brano a tutte le persone che si sono sentite così una volta nella vita”

La gente le vuole davvero un bene dell’anima: come ha dichiarato Tavi Gevinson, direttrice della rivista Rookie, “La sua immagine, l’essere neozelandese e outsider non solo rispetto al pop americano, ma anche a quanto onnipresente sia la fama, tutto ciò la rendeva un personaggio con cui era facile identificarsi“. Insomma, l’autenticità di questa ragazza ha fatto breccia nel cuore dell’industria discografica mondiale e conseguentemente in quello del pubblico per diversi fattori, non solo per il suo innegabile talento. E’ una cosa che ho potuto constatare sia durante il concerto sia sfogliando il suo Instagram.

L’ultimo cambio d’abito coincide anche con la parte finale del live. Lorde si presenta con un vestito rosso fuoco e una stella cometa al suo fianco, quasi come se volesse dire: “Ehi, la festa non è finita! Ora arriva la parte migliore”. Ed effettivamente il terzo atto sforna una hit dopo l’altra: non possono mancare “Royals”, la canzone che l’ha fatta conoscere a tutto il pianeta, e “Team” (con tanto di discesa verso la prima fila). “Greenlight” è un pezzo “non come gli altri, è quello in cui ci ho messo tutto ciò che sono, tutto”: è uno dei momenti migliori di “Melodrama”, e anche del concerto. E mentre Lorde canta il ritornello, epico e catartico, un’esplosione di stelle si libera nel cielo del Fabrique. È l’atto finale, seguito dall’encore affidato a “Loveless”.

Riflessioni finali: sul palco a Lorde non servono particolari orpelli. È carismatica e le sue debolezze diventano anche la propria forza. Non si ferma un secondo, c’è lei e l’attenzione è concentrata esclusivamente su ogni suo gesto: i musicisti sono rimasti nell’anonimato per tutta la durata del concerto, come anche le due ballerine che l’hanno seguita in tutti i suoi movimenti. Un aspetto su cui forse si potrebbe lavorare un po’. Anche gli interludi video, proiettati su un televisore analogico posto alla destra del palco, potevano essere strutturati meglio, anche perchè chi non era nelle prime file difficilmente ha visto qualcosa. Questi ultimi rimangono dettagli nell’economia generale di un live riuscitissimo sotto tutti i punti di vista, che pone Lorde di diritto nell’Olimpo del pop mondiale.

Tutte le foto sono di Martina Marzano, per vedere la gallery completa clicca qui.