Due artisti affini nel loro modo di vivere la musica si incontrano a Collegno per un doppio live che stupisce per intensità d’esecuzione e partecipazione del pubblico.
Con il caldo, questi tempi un po’ obsoleti e la mancanza di desiderio di partecipare veramente ai live, da un po’ di tempo a questa parte la brutta abitudine di parlare fortissimo ai concerti mi fa pensare che il pubblico non si diverta più davvero al concerto stesso. Mi è sembrato inizialmente paradossale: paghi per entrare al concerto di un artista che ti interessa, ma poi stai al cellulare con la tua amica mentre le casse pompano i bassi. Sembra un nuovo modo di vivere la socialità, tanto che alcuni live, da un paio di anni a questa parte, diventano un sottofondo musicale a un’attività di socialità.
Senza il coinvolgimento emotivo dell’artista sul palco, come faccio a rimanere attenta alla musica? Se sento che l’artista va in playback, qual è la differenza con l’ascoltare la stessa canzone in cuffia al massimo volume?
Lo scorso giovedì 2 luglio sono stata al concerto di Faccianuvola e Tutti Fenomeni al Flowers Festival di Collegno: due artisti che si incrociano per la loro penna.
Faccianuvola e la disperata gioventù
Faccianuvola, amico e conoscente di vecchia data, l’ho conosciuto già nel 2024 con Le stelle, il sole, l’arcobaleno, il primo album pop che lo ha collocato in un frangente particolare: un cantautorato elettronico dai tratti alternative pop incredibilmente marcato, identitario ma non ancora del tutto maturo, almeno non come in Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù (2025), il suo secondo album, completo a livello emotivo, di ricerca cantautorale e di scrittura. I riferimenti visivi, letterari e musicali lo etichettano come la “reincarnazione di Battiato”, figura che lui stesso cita spesso come riferimento in diverse interviste. Dedicandosi a un lavoro di ricerca quasi curatoriale nei suoi confronti, ci convince con una finalissima “Cuccurucucu”.
Sul palco Faccianuvola ha confermato quello che Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù raccontava in studio. Si apre al pubblico un po’ intimidito, festeggiando insieme con “Portami a ballare in primavera” e con “Disperata gioventù“. Un entusiasmo che a me è parso quasi strano, difficile da percepire come reale. Eppure era l’apertura più autentica che abbia mai visto, essenziale, umile: il pubblico lo amava, e lui ha percepito subito quell’amore, accogliendolo e continuando a cantare e a suonare.
Era da solo sul palco, ma giocava come se fosse in un trilocale: tastiera, sintetizzatori e keytar. Nella singolarità del suo palco, diviso tra i suoi tre strumenti principali, ci ha portato in un mondo lontano, vicino alla freschezza della montagna e al suo sole caldo e diretto, raccontandoci come la sua fantasia abbia viaggiato: ispirata dal mondo immaginifico di Battiato, fino ai canti alpini della Valtellina.
Nonostante l’aria da concerto singolo, e quindi la mancanza di quell’energia unificata che si respira ai festival, dove la curiosità stessa è motore pulsante per tutti, in questa occasione più singolare, dove si va in un luogo per un determinato artista, ho percepito un amore diverso, più forte per Faccianuvola che per Tutti Fenomeni.
Eppure i due artisti restano complementari sotto diversi punti di vista: la loro visione musicale, certo, ma anche il modo di vivere la musica senza cercare i riflettori, cogliendo l’occasione del tour per incontrare faccia a faccia le persone che li amano, invece di usarla come occasione per esibirsi in modo egoistico, almeno nelle intenzioni dichiarate.
Su Faccianuvola ho trovato più amore trasmesso, forse per i testi più vicini alle giovani generazioni, forse per la semplicità con cui Alessandro ha comunicato tutto questo.
Tutti Fenomeni e l’erotica noia borghese romana
Con Tutti Fenomeni la temperatura cambia, e non solo musicalmente. Sul palco con lui la band, ma il centro scenico resta saldamente la figura del frontman, costruita per sottrazione più che per slancio: gesti misurati, quasi annoiati, e quella bottiglia rivestita di scotch nero che tiene in mano per tutto il set, il cui contenuto resta un mistero volutamente non svelato al pubblico.
C’è qualcosa di erotico in quella noia esibita, nel non dare tutto, nel tenersi un margine di distanza dal pubblico che pure canta sotto il palco: un atteggiamento che sembra appartenere più a un salotto romano che a un concerto. La performance è apparsa meno accesa rispetto a quanto ci si aspetterebbe, ma forse è proprio quella la cifra: un’indolenza costruita, non subita. Il pubblico ha comunque risposto, cantando in coro su “Vana Gioia“. Va detto, per trasparenza verso chi legge, che il mio resta in parte un giudizio parziale: ho seguito Tutti Fenomeni meno a lungo e meno nel dettaglio rispetto a Faccianuvola, e non l’ho ascoltato nel periodo che va considerato il suo picco discografico. Resta il fatto che il pubblico, subito dopo il set di Faccianuvola, è sembrato cambiare: più contenuto, più maturo, forse meno disposto a lasciarsi sedurre da quella noia messa in scena.
Tornando alla domanda che mi ponevo in apertura, quella serata mi ha lasciato una risposta parziale: il coinvolgimento del pubblico non è morto, si accende ancora, ma solo quando chi è sul palco ha davvero qualcosa da dire, e la voglia di dirlo bene.
Fonte foto in copertina: Pagina Facebook Ufficiale Flowers Festival
