Intervista a Birthh: il percorso al contrario e il fiato ritrovato

Di solito il percorso di un’artista va dal locale all’internazionale. Si parte da una provincia, da una città, da una scena, e si cerca di allargare il cerchio. Birthh ha fatto il percorso opposto. Abbiamo intervistato la cantautrice di origini toscane che ha già suonato in giro per l’Europa e gli States e questa estate è in tour in tutt’Italia. L’abbiamo intercettata durante la sua partecipazione all’ultimo Artico Festival di Bra. Intervista a cura di Anna Galucci.

Dopo aver costruito negli anni una carriera che l’ha portata dai festival italiani ai palchi internazionali, passando per Brooklyn, New York e una scrittura interamente in inglese, Alice Bisi ha scelto di tornare all’italiano. Nata e cresciuta tra le colline toscane, debutta nel 2016 con “Born in the Woods”, un disco scritto e prodotto nell’ultimo anno di liceo che attira rapidamente l’attenzione di pubblico e critica anche fuori dall’Italia. Da lì arrivano i festival internazionali, i tour in Europa e Nord America, il secondo album “WHOA”, registrato a New York, e poi “MOONLANDED”, nato nel suo home studio di Brooklyn e profondamente segnato dagli anni vissuti negli Stati Uniti.

Eppure, dopo aver costruito un immaginario musicale fortemente legato alla lingua inglese, il nuovo capitolo della sua carriera parte proprio da un cambio di prospettiva. Le chiediamo se questa svolta sia stata una scelta coraggiosa o una necessità. La risposta arriva senza esitazioni: «Quella di avere sempre meno filtri tra me e chi ascolta».

Una frase che sintetizza bene il senso di “SENZA FIATO“, il disco che inaugura questa nuova fase artistica. Un lavoro che arriva dopo anni di ricerca musicale e personale, ma che sembra riportare l’attenzione sull’essenziale: trovare un linguaggio capace di restituire con precisione ciò che si è.

La stessa tensione verso l’autenticità emerge quando la conversazione si sposta sulle influenze del disco. Se esista un libro, un film o qualcosa di apparentemente lontano dalla musica che sente particolarmente dentro “SENZA FIATO”. Nessun elenco di album fondamentali o artisti di riferimento. La risposta è un film: “Everything Everywhere All at Once“. Un’opera che, come la sua musica, tiene insieme realtà e immaginazione, spaesamento e meraviglia.

Forse non sorprende allora che, quando proviamo a chiederle chi sia davvero al di là delle etichette professionali, la risposta non passi né dalla parola cantautrice né da quella produttrice. Le proponiamo un piccolo gioco: se dovesse raccontarsi a una bambina di dieci anni, cosa direbbe?

«Sono un’esploratrice che guarda la vita in cerca di meraviglie. E tutto ciò che vivo, lo racconto in musica».

L’immagine dell’esploratrice attraversa in fondo tutta la sua discografia. Dalle foreste interiori di “Born in the Woods” fino ai paesaggi cosmici di “MOONLANDED”, la musica di Birthh ha sempre avuto qualcosa di nomade, sospesa tra mondi reali e immaginati. Anche oggi, mentre cambia lingua e coordinate, sembra continuare a muoversi seguendo la stessa bussola.

C’è poi una dimensione più quotidiana che emerge quando la conversazione si allontana dalla musica. Per capire una persona, a volte basta parlare di gelato. Alla domanda più divisiva dell’estate — cono o coppetta? — Birthh non ha dubbi: cono. Sul gusto che la rappresenta, invece, non cerca significati nascosti.

«Non so se sia quello che mi rappresenti di più, però è quello che ordino sempre da quando sono piccola».

Naturalmente non possiamo evitare di chiederle quali siano le canzoni che le hanno tolto il fiato la prima volta che le ha ascoltate. La playlist che ne esce racconta bene il suo immaginario: “Accendi una luna nel cielo” di Ornella Vanoni, “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, “Self Control” di Frank Ocean, “Let’s Dance to Joy Division” dei The Wombats e “Thrasher” dei N.E.R.D. Cinque brani molto diversi tra loro che sembrano dialogare con la stessa libertà con cui Birthh attraversa generi, epoche e riferimenti.

Nel frattempo “SENZA FIATO” continua a trasformarsi. Le chiediamo se esista un brano che abbia rischiato di rimanere fuori dal disco. In realtà quel brano esiste, ma non è mai stato davvero abbandonato.

«C’è un pezzo che ho effettivamente tolto dall’album, ma solo perché ho deciso di farlo uscire nel caldo torbido in cui gli ho dato forma: “Più in alto”. Avevo lasciato qualche indizio sulla sua esistenza e l’ho suonato in tour sin dalla data zero perché è una parte fondamentale di “SENZA FIATO”».

Da oggi quel tassello trova finalmente il suo posto nella tracklist, completando il percorso del disco.

Anche il tour racconta qualcosa del modo in cui Alice immagina la musica: come un processo collettivo. Pur avendo scritto e prodotto quasi interamente da sola il disco, ha deciso di costruire la sua band attraverso una open call che ha raccolto quasi cinquecento candidature da tutta Italia. Le chiediamo cosa stesse cercando davvero.

«Quell’open call è stata un bellissimo segnale di quanto talento e voglia di fare musica ci sia in Italia. Ho ricevuto candidature da musicisti validissimi e ho risposto personalmente uno ad uno».

Alla fine la scelta è ricaduta su Marco Pucci, Marco “Pizza” Martinelli e Martina Tedesco, musicisti con cui oggi condivide il palco e la dimensione live di questo nuovo capitolo.

Le date estive sono appena iniziate. Tra queste anche il passaggio in Piemonte per Artico Festival. Le chiediamo se riuscirà a trovare il tempo per fermarsi un po’ “in girula”, come si dice da queste parti. La risposta è quella di chi sta vivendo uno dei momenti più intensi del proprio percorso.

«Mi piacerebbe molto, ma è un periodo in cui il tempo libero scarseggia. Ed è un ottimo segnale».

In fondo, dopo anni trascorsi a muoversi tra continenti, lingue e identità artistiche, Birthh sembra aver trovato una direzione molto precisa: continuare a esplorare, ma con sempre meno distanza tra ciò che vive e ciò che canta. E forse è proprio questa assenza di filtri, oggi, a lasciare senza fiato.