La mostra subalpina, conclusa a inizio febbraio, ha offerto un’occasione unica per conoscere l’opera di uno dei più autorevoli fotografi d’arte internazionali. Attraverso un percorso che ha abbracciato l’intero arco della sua produzione, Jeff Wall. Photographs alle Gallerie d’Italia di Torino ha restituito gli elementi fondanti di una poetica certamente spettacolare, ma sempre, incessantemente, orientata ad interrogare lo statuto dell’immagine e ad esplorare i confini tra linguaggi. Di Alberto Vigolungo
Nato a Vancouver nel 1946, Jeff Wall è il “regista” dell’immagine fotografica. I suoi soggetti, esposti in opere di grande formato, sono infatti il risultato di una ricostruzione meticolosa, in cui l’occhio di chi osserva diventa protagonista assoluto dell’indagine semiotica, e la formazione del significato passa attraverso un processo preliminare di visualizzazione e scrittura. Un processo complesso e di continua elaborazione, che accosta per l’appunto l’atto del fotografare a quello dello scrivere.
Se a imporsi all’attenzione dello spettatore è innanzitutto la mole fisica e drammatica delle sue immagini (richiamando un parallelismo con un altro nome eminente della fotografia contemporanea, quello di Gregory Crewdson, già al centro di un’importante mostra monografica alle Gallerie d’Italia nel 2023), il percorso espositivo curato da David Campany, tra i più stretti collaboratori dell’artista nonché tra i massimi esperti della sua opera, svela sotto la superficie di questo approccio massimalista una riflessione profonda sul senso dell’immagine e sul suo potenziale narrativo, guidando il visitatore alla scoperta di un’arte che nasce dall’esplorazione della dialettica tra realismo e illusione, e in cui l’atto fotografico nasce necessariamente dall’elaborazione del già visto o, parafrasando lo stesso artista, del “ricordo”. Una poetica che Jeff Wall ha ampliato negli anni anche attraverso l’attività critica e l’insegnamento presso numerose università canadesi.

Il risultato di questa ricerca è una fotografia densa di suggestioni, simbolismi ed enigmi celati dietro l’ordinario: un lirismo fotografico rispetto al quale risulta cruciale il ruolo dello spettatore, la sua capacità di attribuire significati. Nello stesso modo in cui “queste immagini non raccontano storie”, preferendo disseminare indizi e mettendo così al centro un processo di immaginazione, proprio come in poesia, il fotografo nordamericano visita varie tematiche, che vanno dal dolore privato alle tensioni sociali al senso di assenza e perdita, in un dialogo diretto con letteratura e cinema. Riprendendo Campany, quello immortalato da Jeff Wall è un mondo fatto di:
Piccole tensioni tra le persone. Riflessioni sulle difficoltà della vita. Momenti enigmatici di bellezza e contemplazione. Talvolta le scene sono fantastiche, o cariche di pericolo. Ma in ogni caso ciò che emerge è un fascino profondo per l’aspetto delle cose: volti, corpi, gesti, stanze, strade, natura, luce.
Questa tensione è motivo centrale dell’opera che inaugura il percorso espositivo dell’esposizione alle Gallerie d’Italia di Torino: il trittico The Gardens (2017), realizzato nel suggestivo scenario di Villa Silvio Pellico, poco distante da Torino. Fotografie imponenti in cui si sperimenta subito l’inventiva di Wall nello scardinare le convenzioni del linguaggio: presentandosi a prima vista come quadri di paesaggio, che ritraggono figure in campo lungo sovrastate dalla natura lussureggiante di giardini immersi nella luce estiva, la loro interpretazione si allontana a poco a poco dalla percezione di calma e bellezza che questo tipo di composizione suscita comunemente per porre un elemento di problematicità che risiede proprio nella dialettica tra i corpi (nella loro postura, posizione, codice vestimentario ecc. ecc.), innescando un gioco di inferenze del tutto inaspettato.

Se queste immagini, nel loro volume quasi insostenibile, rappresentano un robusto “assaggio” della poetica walliana, il secondo spazio introduce ad un altro elemento cardine del suo approccio all’immagine: la ricostruzione, attraverso la quale l’artista indaga il rapporto tra la fotografia e la realtà, e tra la fotografia e le altre forme d’arte (in particolare, letteratura e cinema). Uno degli aspetti più interessanti di questi scatti votati all’enigma e alla sospensione è che Wall, con un’attitudine già orientata alla fruizione finale del proprio lavoro, costruisce la sua fotografia della finzione anche sfruttando la forza del margine, dello spazio liminale come strumento semiotico di immaginazione e racconto: l’allestimento di David Campany mette in luce questa caratteristica proponendo due fotografie d’interni che sembrano condividere una continuità spaziale, in realtà inesistente.
Tra fotografie di formato più piccolo che evocano atmosfere ispirate dalla lettura di Mishima e simbolismi (il più emblematico dei quali è rappresentato da una cavallerizza distesa su un prato estivo), questa sala rappresenta il tentativo di sintesi più estremo dell’arte di Jeff Wall. In una decina di scatti, realizzati in gran parte nel corso degli anni Dieci del nuovo millennio, la varietà di soggetti e atmosfere è qui davvero ampia. Così, mentre nell’elegante dittico Pair of Interiors la narrazione prende forma dalla dialettica di due corpi che comunicano nella loro apparente distanza emotiva, in Approach la realtà si offre alla visione in tutta la sua immediatezza.


Fedele a questa logica di progressivo disvelamento, la mostra conduce il visitatore nel suo spazio principale per presentare l’elemento distintivo della tecnica di Wall, applicata in particolare all’esplorazione di temi quali il mistero e l’epifania. Si tratta delle celebri diapositive retroilluminate, opere realizzate tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta in cui il fotografo approfondisce la sua ricerca sulla transitorietà dell’immagine insistendo sul suo elemento fondativo: la luce. Che rappresentino “scene di vita quotidiana o immagini fantastiche” (nuovamente tratte da suggestioni letterarie, come quella scelta come immagine copertina dell’evento), queste fotografie sono dominate da una metafisica particolare – la cui tensione riporta quasi al cinema di David Lynch – sollevando molteplici domande sul loro senso ma anche, inevitabilmente, sul significato del fotografare e sulla sua natura, problematizzando alla radice l’equazione “fotografia = realtà”. Un vero e proprio saggio di ciò che l’artista stesso definisce con un concetto preciso:
Il mio termine ‘quasi-documentario’ si riferisce a immagini che somigliano a fotografie documentarie ma sono realizzate con altri mezzi. Esse contemplano la natura della pretesa di verità delle fotografie, senza però avanzare tale pretesa.
Un uso della luce che è tratto distintivo del dispositivo drammatico della fotografia di Jeff Wall, amplificando l’enigma dei soggetti immortalati. Se, in Morning Cleaning, questa luce “rafforzata” contribuisce ad un senso di sospensione che scaturisce dal ritmo lento del lavoro di un addetto alle pulizie (in un’immagine di grande suggestione anche sotto il profilo cromatico), in The Drain assume un ruolo drammatico di primo piano, approfondendo, quasi paradossalmente, l’enigma fissato nello sguardo in macchina di una bambina intenta in un momento di gioco.


Diversamente dall’approccio di molti contemporanei, lo scatto diventa per Wall l’atto finale di un accurato processo di ricostruzione, di rielaborazione del già visto, di raffinazione concettuale, proprio come per la scrittura, e la sua fruizione consiste in un continuo gioco semiotico rispetto al quale, proprio come nell’esperienza della lettura, lo sguardo di chi osserva è parte fondamentale nella costruzione del racconto:
[…] ho imparato che nelle immagini si nasconde una sorta di “scrittura”. Per poter iniziare a realizzare una fotografia devo in qualche modo scriverne il soggetto, definirlo con almeno poche parole. Poi, durante il processo di creazione dell’immagine, cancello quelle parole. Sono gli spettatori a riscrivere ciò che ho cancellato, ma non possono farlo esattamente come ho fatto io.
Allo spettatore è pertanto assegnato un ruolo di assoluto rilievo, per cui lo stesso diventa parte attiva di un processo di creazione potenzialmente infinito, in un lavoro sul significato e l’interpretazione che rimanda alle teorie letterarie di Eco e Calvino.
Abbattendo decenni di luoghi comuni sul medium fotografico, Wall spalanca le porte ad una riflessione sul senso dell’immagine che muove oltre il concetto di realismo, di documentario, di “vero”: puntando l’attenzione al potenziale narrativo (o poetico) della fotografia, per l’artista canadese quest’ultima diventa un eccezionale veicolo comunicativo quando è frutto di una ricostruzione, messa in scena di una visione o di un insieme di visioni: in altre parole, per Wall l’immagine funziona quanto più è meditata, quanto più dissemina indizi, lasciando piena facoltà di immaginare. Una tecnica che lo stesso fotografo chiama infatti, in modo piuttosto eloquente, “cinematografia”.
Nel solco di questa ricerca, la quarta sala dell’esposizione estende la prospettiva presentando soggetti più codificati, tutti realizzati tra gli anni Dieci e i primi anni Venti del nuovo millennio, che guardano alle tensioni sociali o a momenti di vita quotidiana, in contesti sia pubblici che privati. La tecnica del lightbox, vera e propria cifra stilistica di Jeff Wall, insieme all’approccio cinematografico, torna qui per indagare l’insolito nell’ordinario, o il mistero di un momento di solitudine.


L’ultimo spazio della mostra propone un’esperienza immersiva che sintetizza i tratti più iconici dell’universo visivo del fotografo, offrendo al visitatore la possibilità di soffermarsi su alcuni dettagli delle sue opere proiettati in una sala oscura, e invitandolo così a meditare sulla forma d’arte con cui Wall intrattiene un dialogo serrato e che ne condiziona profondamente l’approccio: il cinema.
Jeff Wall. Photographs ha rappresentato un’occasione straordinaria per conoscere l’opera di uno dei fotografi che più hanno contribuito ad una riflessione sulla dimensione semiotica del visivo, sullo statuto dell’immagine e sul suo potenziale metadiscorsivo. Ispirato dal fascino del mistero e dell’epifania che si cela dietro ciò che appare scontato, la peculiarità di questo artista risiede nella sua critica radicale dell’approccio tradizionale all’immagine, per la quale la fotografia, quasi paradossalmente, è il risultato del lavoro svolto in uno spazio cui si ha accesso grazie al “non fotografare”, nel collegamento di visioni e suggestioni, nel dubbio che deve sempre accompagnare lo spettatore nell’atto del vedere.
Le opere di Jeff Wall sono in mostra al MAST di Bologna fino all’8 marzo 2026.
