Musica in Prossimità si distingue per il modo in cui organizza l’esperienza d’ascolto. Non punta sulla spettacolarizzazione né sull’accumulo di proposte, ma su una precisa idea di relazione tra suono, spazio e pubblico. È un festival che mette alla prova chi ascolta. Report di Fabio Taravella.
Ogni sede utilizzata, dalla Sala Italo Tajo (ex Chiesa di San Giuseppe) al Teatro del Lavoro, diventa un laboratorio percettivo. Qui gli strumenti non sono mai isolati dal contesto: la loro efficacia è legata al modo in cui interagiscono con l’architettura, con la distribuzione del pubblico e con le soglie di silenzio che intercalano i brani. In più occasioni si ha la sensazione che l’esito musicale derivi tanto dalla composizione quanto dal comportamento dello spazio stesso, che amplifica, assorbe o devia il materiale sonoro.
La programmazione privilegia un approccio investigativo. Tecniche estese, microvariazioni timbriche, dispositivi elettronici minimali e incursioni etniche – mai banali – non sono presentati come elementi sperimentali in sé, ma come strumenti per interrogare la “musica”: la sua durata, la sua direzione, la sua capacità di ridefinire l’attenzione. Ne risulta un ascolto che procede non per “momenti forti”, ma per continui aggiustamenti percettivi, in cui anche le transizioni – gli accordi lasciati svanire, i cambi di postura, i silenzi intermedi – assumono un ruolo strutturale.

Il sabato inizia con Carlo Laurenzi, computer music designer presso l’IRCAM di Parigi, che presenta il concerto acusmatico “On Air”, prendendo il nome dall’album seminale di Christina Kubisch, dal quale attinge per eseguire “Djungle Walk” e “Travel”. I presenti hanno, inoltre, la fortuna di poter ascoltare dal vivo “Thema (Omaggio a Joyce)” di Luciano Berio (qualcuno ricorda “Air War” dei Crystal Castles?). In un contesto catalizzante così com’è stato quello dell’ex chiesa il risultato è, senza esagerare, di totale catarsi e svuotamento sensoriale. La “funzione” si chiude tra gli applausi scroscianti dopo “Cinq études de bruits” di Pierre Schaeffer e “Capture éphémère” di Bernard Parmegiani.
L’impressione è quella di attraversare una serie di osservatori sonori: luoghi in cui il medium non viene semplicemente presentato, ma messo alla prova insieme al nostro modo di ascoltarlo.
Si passa poi all’anti-performance di Lolina, già nota come Inga Copeland e membro della band Hype Williams insieme a Dean Blunt. Entrando in sala si percepisce subito un’atmosfera d’intimità. Lei, sdraiata sul divano a bere, la macchina del fumo che ormai ha avvolto nella nebbia gli spettatori e la sensazione di aver sconfinato nello spazio privato dell’artista. Inizia come e quando vuole. Salta subito all’orecchio la relazione tra voce, sintesi e frammentazione ritmica. Impossibile non essere affascinati da quella presenza così impalpabile ma comunque magnetica. Spazia all’interno del suo repertorio maneggiando le tracce in un costante affinamento dell’opera e si concentra maggiormente sull’ultima fatica “Unrecognisable” pubblicata da Relaxin Records. Alla fine di tutto sparisce come se non fosse mai stata presente su quel palco: uno spettro nel suo outfit sport chic medievaleggiante che rende il freddo calore nel cuore.
La domenica, nonostante la stanchezza accumulata per qualche ballo di troppo con l’orgoglio torinese Stefania Vos, ci si dirige verso l’esibizione dell’ensemble Airborne Extended. Questo momento rappresenta il versante più dichiaratamente strumentale del festival e la loro esecuzione permette di riascoltare la musica da camera attraverso parametri diversi. Si lavora su una precisione quasi microscopica: soffi, percussioni sul corpo degli strumenti, armonici spinti al limite della controllabilità, passaggi d’aria che ridefiniscono la nozione stessa di frase. Il merito del quartetto sta nell’equilibrio tra rigore e permeabilità. Ogni gesto è calibrato, ma mai chiuso in sé: resta sempre una zona d’incertezza, un margine in cui il suono si complica o si sfalda. Un live stregato o forse sarebbe meglio dire un vero e proprio sabba.

La chiusura è affidata al veterano Eomac, già reduce da festival internazionali come Berlin Atonal, Unsound e Nuits Sonore, con la collaborazione del progetto Saint Abdullah dei fratelli Mohammad e Mehdi Mehrabani-Yeganeh, fautori di “Of No Fixed Abode” per The Trilogy Tapes. Il set opera su due livelli: un asse ritmico frammentato, fatto di pulsazioni irregolari e materiali percussivi destrutturati; e un asse testurale in costante mutazione, che oscilla tra drone granulare, rumore trattato e frammenti melodici residuali. La situazione diviene man mano sempre più coinvolgente, l’apertura alla world music cancella ogni certezza e convinzione, nessuno resta seduto al Teatro del Lavoro, e qui, proprio qui, ogni confine viene abbattuto, rendendo il senso ultimo di questa sorprendente happening.
Lasciando Pinerolo, ciò che rimane non è una somma di concerti, ma l’impressione di aver attraversato una serie di osservatori sonori. Luoghi in cui il medium non viene semplicemente presentato, ma messo alla prova insieme al nostro modo di ascoltarlo. Un’esperienza che continua a lavorare dopo la fine, come fanno le cose che non chiedono di essere capite subito, ma di essere riascoltate nella memoria.
