Più spaghetti per tutti con The Dark Pictures: Little Hope

Grazie a Bandai Namco abbiamo passato la notte di Halloween a giocare a The Dark Pictures: Little Hope, il nuovo capitolo della serie survival-horror di Supermassive Games. Tra grandi miglioramenti rispetto a Man of Medan e qualche caduta di stile (ma in fondo neppure troppi) ci siamo divertiti parecchio.

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_di Mattia Nesto

La notte è scura e nebbiosa là fuori ma qui dentro non è mica che sia meglio. Infatti, nonostante la riluttanza della nostra compagna di classe, siamo voluti comunque entrare in quella casa abbandonata sul limitare del bosco: la porta era aperta, anzi sfondata e, apparentemente, non c’è anima viva dentro. Forse, abbiamo pensato, potevamo trovare una torcia, magari un kit medico o anche solo un paio di batterie visto che, ormai, le nostre si stanno consumando.

Disabitata dicevamo, già, e allora perché, non appena siamo entrati abbiamo avuto la sensazione che qualcuno ci scrutasse nell’ombra e, soprattutto, per quale motivo appoggiato su un tavolino di una stanza completamente sgombra c’è appoggiato, per caso ci domandiamo, un libro sulle esecuzioni delle streghe di Salem. Già, questa serata storta potrebbe prendere una piega troppo peggiore soprattutto visto che l’ombra che si muove in fondo al corridoio non è, evidentemente, né la nostra né quella della nostra amica.

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Ecco questo è un po’ il mood che si respira, praticamente a ogni angolo, in The Dark Pictures: Little Hope, il secondo capitolo prodotto dai ragazzi di Supermassive Games dedicato a un nuovo racconto de Il Curatore, l’enigmatica figura che ci introduce al gioco (che abbiamo provato su Xbox) e che, come al solito, si rivela più misterioso e sfuggente che mai. Essendo un secondo capitolo, seppur completamente staccato rispetto al primo, non si può non iniziare questo nostro pezzo di analisi facendo una comparazione fra i due. Se il comparto grafico era già eccellente nel primo, qui il lavoro dello studio britannico è stato eccezionale.

Nonostante permangano la nota rigidità nel controllo “libero” del personaggio (e la fastidiosa rotazione della torcia davvero poco funzionante) l’estetica qui raggiunge livelli di fotorealismo rari: l’Unreal Engine 4  viene spinto a piena potenza e gli effetti di illuminazione, specialmente quelli nel bosco, sono davvero eccezionali. Menzione d’onore poi, cosa niente affatto scontata, per le animazioni di morte dei vari personaggi: se infatti non sempre le smorfie e le espressioni sono azzeccate, abbiamo adorato (perdonateci la parola) il modo in cui viene mostrate su schermo lo spegnimento della vita in Little Hope.

Raramente abbiamo visionato un tale realismo crudo e che non vuole fare alcun tipo di sconto. Anche se troppo spesso si fa ricorso ai più classici jumpscare (ma lo capiamo, in fondo l’immaginario è da “notte horror del liceo) la direzione artistica ci è parsa nettamente migliore rispetto a Man of Medan (da sola la sessione del “museo” vale il prezzo del biglietto.

Anche dal punto di vista della sceneggiatura i miglioramenti ci sono stati anche se non sotto tutti i punti di vista. I cinque personaggi giocabili non hanno tutti motivazioni e comportamenti coerenti e troppo spesso, in situazioni che vanno al di là dell’essere rischiose, si mettono a disquisire sui “massimi sistemi” o di questioni personali, mentre, letteralmente, la morte li potrebbe ghermire da un momento all’altro.

Nonostante questo la scrittura è più matura rispetto al gioco precedente, in particolare modo il contesto del mondo di gioco viene raccontato con dovizia di particolari, se si ha la voglia e la pazienza di cercarli nella, ridotta, mappa di gioco. Nonostante molte ambientazioni siano poco più che corridoi “larghi” vi sono dei momenti, come ad esempio nella stazione di polizia, in cui i bivi e le diverse scelte esplorative che si possono o non possono prendere danno profondità a un gameplay che, seppure sia molto semplice, in questo secondo episodio si stratifica.

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A tal proposito menzione d’onore al sistema di relazioni fra i diversi personaggi che, se da un lato aumenta tantissimo la ri-giocabilità dall’altro mostra il fianco a un sistema fin troppo elementare, se non rozzo. Infatti a seconda delle risposte che daremo ai nostri compagni di ventura potremo vedere aumentare o diminuire il nostro livello di affinità con loro. Un maggiore livello significherà la possibilità di ricevere “un soccorso” insperato dal nostro compagno di ventura, viceversa potrebbero dire maggiori possibilità di sopravvivenza per noi.

Se questo dona più possibilità di interazioni e maggiori bivi di trama, il “gioco” si scopre facilmente: sostanzialmente dando sempre ragione e sprizzando ottimismo da tutti i pori nelle nostre risposte, aumenteremo senza troppe difficoltà l’affinità con l’altro. Per farvi un esempio concreto abbiamo raggiunto il livello di intesa massimo con un personaggio già a inizio del secondo atto.

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Tuttavia, al netto di qualche imprecisione, il livello di doppiaggio e localizzazione ci è parso davvero eccellente: se in Man of Medan alcune parti era davvero troppo trash anche in considerazione del doppiaggio, qui il livello è sempre ottimo. Unica pecca, in tal senso, è il fatto che, rispetto all’inglese, in determinate scene, in cui sarebbe occorso, senza voler fare spoiler, un linguaggio più vetusto e antiquato, l’italiano non fornisce questa particolare sfumatura. Tuttavia è davvero una piccola sbavatura in un comparto d’eccellenza anche dal punto di vista sonoro.

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Perciò  The Dark Pictures: Little Hope, giocato grazie a Bandai Namco durante la notte di Halloween, migliora e amplifica il senso di avventura grafica survival-horror in questo finale di generazione. Una bella avventura con una trama che, al solito, tenta di inserire, a volte a forza a volte meno, un bel squadrone di creature, cliché e mostri dell’incubo. Il risultato è un buon piatto, certamente gustoso, magari non di altissima cucina ma che abbiamo adorato sgranocchiare la sera d’Ognissanti. Caro Curatore questa volta dobbiamo farti proprio i complimenti e unirci al tuo motto: più spaghetti per tutti.