È una tragedia silenziosa quella che si sviluppa nel romanzo Il Quinto Angolo di Metter, una fuga dal pericolo che incombe su ogni ricordo: quello di sottrarlo all’intimità per farne il teatro di una memoria collettiva. Il rischio che si corre è di perdere l’elemento umano. Metter parte da qui, dal dolore privato di un’esistenza travagliata.
_ di Carlo Placeo
Approcciarsi a Metter vuol dire fare i conti con la sua storia. Soprattutto se è l’autore stesso a definirsi divorato dalla sua biografia, come dimostra il volume che sussume in sé tutti gli scritti autobiografici dell’autore, edito da Einaudi, Ritratto di un secolo (1998) che riunisce le sue opere principali. Ma nell’Unione Sovietica di Stalin c’è da chiedersi: chi non sarebbe divorato dall’insostenibile peso della storia? Egli stesso dice che alla storia non resta altro che il: «è stato». Eppure la storia a cui allude Metter non è quella collettiva, resa canonica dai libri di storia, ma la storia privata, la sottile filigrana del vissuto su cui si imprime la traccia del decorso storico: la riflessione che Metter apre è sulla memoria privata, una memoria fatta di silenzio.
L’occasione del romanzo è data da una lettera scritta dalla consorte di un suo conoscente, Sasa, che mette in moto uno stream of consciusness fatto di ricordi. Tra l’inizio e la fine della storia, tutta la trafila di uomini, amici, compagni, donne che hanno formato la sua vita. Il romanzo è una zona interstiziale tra l’occasione da cui nasce la narrazione e la visita alla donna con cui intrattiene un rapporto epistolare. Metter non si premura di dire quanto lui e Sasa fossero amici, anzi, di lui, solo un vago ricordo, qualche poesia, pochi contatti. Chi abita le stanze del suo ricordo è Katja, con cui intrattiene una tormentosa relazione d’amore mal ricambiato, vero fil rouge che annoda un’esistenza anodina. Eppure Metter si premura di dare la dimensione di un imbarazzo davanti alla donna che le scrive da Samarcanda, Zinaida Borisovna, quando la incontra, alla fine del romanzo.
Davanti a questa donna che raccoglie, paziente, detriti di memoria, l’unica cosa per cui Metter ha rispetto è il ricordo da lei conservato. Perché si rende conto che nessuno di noi possiede altro, se non il ricordo. Eppure, qui si trova il vero senso del romanzo e il suo equilibrio: da una parte la fragilità di una memoria costruita che egli non s’azzarda a distruggere, dall’altra il ricordo con cui Metter è costretto a fare i conti e che il rapporto epistolare scatena. Il suo dolore è il ricordare, fare i conti con l’intransigenza della propria verità. Ma questa battaglia personale è condotta in silenzio. Chi non la conduce merita qualcosa a cui aggrapparsi: il gesto di Metter è un gesto di pietà verso la devastazione operata dalla storia.
Lo stile adottato da Metter e reso nella traduzione di Anna Raffetto è scarno, conciso, a riprova che la verità, quando si presenta, è sempre nuda.
Quello di Metter è un dramma fatto di silenzio: sono frequentissimi i punti e a capo, giustificati solo dallo spazio bianco in cui le frasi echeggiano grazie alla semplicità con cui l’ineluttabile si presenta. E tuttavia la storia di Metter – quella dei dimenticati, vittime del regime – ti avvolge come una ruvida carezza. Il suo è uno sguardo discreto rivolto agli eventi della vita: vaga in mezzo a ricordi con cui deve lottare, incessantemente, affinché non scompaiano. È per questo che afferma «vaghiamo entrambi in mezzo a tombe introvabili». Metter scende nell’arena delle stagioni della vita e in punta di piedi le toglie le vesti succinte. Non gliele strappa: questo è il segreto della sua narrazione, gliele sfila abilmente e ne guarda il corpo distrutto. L’effetto che ne deriva è una minimizzazione del tragico: la semplicità dell’espressione fa si che in esso non vi sia traccia di alcun patetismo.
Metter ha sottratto al dolore il suo palcoscenico: la sua tragedia non può essere comica. E non perché, moralmente, non si potrebbe ridere dei morti del regime sovietico, ma perché la sua semplicità espressiva è disarmante: non permette il rovesciamento nell’ironia. Nello spazio privato della sua memoria impariamo a fare i conti con i ricordi, a digerirli, a sottrargli il carattere spettacolare con cui li falsifichiamo. Uno spettacolo che ci vizia, a cui si è assuefatti, ma di cui prima o poi ci si stanca («è un gioco che dura vent’anni», direbbe Pavese). Allora, forse, questo è l’unico compito che ci è assegnato. Trovare il quinto angolo, quello inesistente. Metter ci dice di non illuderci: il quinto angolo era la frase con cui, dopo esser stato picchiato a sangue, ti buttavano in cella, a riflettere, affinché tu firmassi la tua colpevolezza. Forse che, nei ricordi indorati dalla coscienza, il quinto angolo è proprio la violenza della comicità, per restituirci a noi stessi, privati di un pubblico di cui non abbiamo bisogno.
«E proprio nel momento culminante della mia vergogna per lei, all’improvviso pensai: per qualcuno anch’io sono ridicolo» – Izrail’ M. Metter
Il gesto di pietà che compie verso la donna è anche un atto di pietà verso sé stesso, ricordarsi cioè che il suo sforzo memoriale potrebbe essere, anch’esso, un ridicolo tentativo di fuga.