Le storie di Enrico De Vivo con le “Poche parole che non ricordo più”

Il 30 di marzo è uscito nelle librerie, “Poche parole che non ricordo più”, l’ultimo romanzo di Enrico De Vivo, edito da Exorma. Storie brevi e apparentemente slegate che con poche naturali “pennellate” rivelano mondi lontani e significati profondi. 

_di Gaël Pernettaz

“Parti dal poco, basta una piccola idea, ma netta, precisa, che s’accampi sulla pagina. Su quella bava di ragno potrai sviluppare la ragnatela delle parole.” Così scriveva Italo Calvino, uno degli ultimi grandi narratori italiani, sulla scrittura. Lasciare che il racconto nasca da sé, che intorno a un’idea, un’immagine si sviluppi una storia con personaggi, luoghi e avventure che dell’idea originaria sono immagine e specchio. Enrico De Vivo, ha fatto evidentemente tesoro di tale lezione. Questo romanzo atipico, fatto di brevi quadretti, è infatti costruito proprio come il nido di un ragno: i personaggi e le immagini si fanno trasportare da fili invisibili, che si intrecciano, si avviluppano e annodano in un’atmosfera di leggerezza e eleganza. Nessun particolare è di troppo, nessuna descrizione è eccessivamente pesante, nessuna virgola è fuori posto in un romanzo in cui, come in una ragnatela, “tout se tient”. Il senso di piacevolezza e liquidità della storia è elevata esponenzialmente dalla scrittura dell’autore che, come le immagini che usa, è sinuosa e leggera, in una parola: naturale.

Come accennato precedentemente “Poche parole che non ricordo più” è un romanzo atipico. È fatto di brevi storielle, pregne di significato e assolutamente finite in sé stesse, che appaiono inizialmente slegate, scombussolando il lettore, per poi legarsi in una narrazione più ampia. I singoli capitoli assomigliano così alle sinfonie di un concerto, emozionanti se ascoltate singolarmente, ma che, se sentite legate, travolgono l’ascoltatore. Per questo motivo forse, il testo concede una tale importanza alla musica; essa è completa in sé, un barbaglio di infinito, che viene poi unita in seguito in narrazione.

«I protagonisti delle storie sono persone che sono alla continua ricerca della verità, di una fuga dalla storia, di una logica differente da quella matematica e utilitaristica del presente»

La verità, infatti, per De Vivo, è riscopribile solo per lampi, brevi epifanie. Come i foglietti che recitano cantando gli abitanti della valle del lago, questi quadretti, dipinti a colori pastello, sono le descrizioni dei momenti in cui la rete del quotidiano si spezza ed è possibile cogliere la dimensione vera della realtà fatta di musica, armonia e leggerezza.

I protagonisti delle storie sono persone che sono alla continua ricerca della verità, di una fuga dalla storia. Personaggi un po’ stravaganti forse, alcuni decisamente matti secondo l’opinione comune, come Felice Sportiello o Agostino Barbella, che addirittura è stato rinchiuso in un manicomio. Questi in realtà sono però persone in cerca di una via altra, di una logica differente da quella matematica e utilitaristica del presente, che perciò cercano sensazioni e emozioni vere, percorrendo la strada della fantasia. Questo è infatti il motore primo e fine ultimo della narrazione, l’idea iniziale, per rifarci alla citazione di Calvino. De Vivo dà così vita, in un’ambientazione realistica, quale la campagna campana, a un mondo nuovo, dove nulla è come sembra, e nascosti dalla nebbia puoi incontrare Kafka e Malaparte e intrattenerti con loro, oppure trovare grandi registi che imbastiscono spettacoli teatrali clandestini in campi di patate.

«De Vivo non ha lo spirito descrittivo e compilativo di Verga, ma piuttosto l’anima di un Monet»

Tante le storie delle persone in cerca della fantasia raccontate in questo libro. In un viaggio attraverso i ricordi i personaggi ripropongono la loro esperienza, descritta per schizzi, tratti salienti. De Vivo non ha lo spirito descrittivo e compilativo di Verga, ma piuttosto l’anima di un Monet, che attraverso poche pennellate di colore fa intuire qualcosa di più di quello descritto, lasciando poi però a noi lettori di approfondire, interrogarci sul senso del racconto.

Come il titolo stesso suggerisce, infatti, “Poche parole che non ricordo più” è infine un romanzo di bianchi e di vuoti, dove il lettore deve perdersi per poi trovare la sua via verso quel mondo dopo la nebbia, che è solo accennato. Perché dopotutto, la fantasia non si può racchiudere tutta in un libro.