[REPORT] Run The Jewels Are The Champions

El-P e Killer Mike alla conquista del mondo: Club to Club e Radar Concerti portano per la prima volta in Italia – al Circolo Magnolia di Milano – il duo hip hop che sta mettendo d’accordo d’accordo old school e new school.

“We keep on fighting ‘till the end”: l’entrata in scena sulle note di We Are The Champions é qualcosa di più della solita compiaciuta spacconeria da gioco del rap, più di un semplice divertissement per i Run The Jewels. L’inno da stadio dei Queen, prontamente cantato in coro dalla “curva” del Magnolia, dev’essere un urlo liberatorio per El-P e Killer Mike. Infatti, prima di dar vita ad uno dei sodalizi artistici meglio riusciti degli ultimi anni, questi due navigati mc così diversi e così ben assortiti – già ampiamente conosciuti e rispettati nell’ambiente – avevano in comune il fatto di non essere riusciti a sfruttare al meglio le proprie potenzialità nel corso delle rispettive carriere. Outsiders per vocazione, El-P e Killer Mike non erano mai saliti sul carro dei vincitori, o per dirla in maniera certamente più congeniale alla loro attitudine, non si erano mai trovati nel posto (veramente) giusto al momento (davvero) giusto.

Ma soprattutto non ci si erano mai ritrovati INSIEME – lì, nell’anticamera dell’Olimpo dell’hip hop – con un po’ d’erba e un foglio bianco su cui buttar giù idee e rime. Ma se “la classe non é acqua” e “chi la dura la vince” in un business di f(r)asi fatte a tavolino, questi due campioni non proprio di primo pelo si sono presi la loro rivincita: superata abbondantemente la trentina, hanno unito le forze, sono usciti dall’angolo e hanno sferrato il colpo del K.O. con due dischi (intitolati semplicemente “1” e “2”, come un doppio montante sferrato sul ring) che hanno valicato immediatamente i confini del rap in senso stretto, diventando fenomeno “indie” di “massa”.

Nel caso dell’appena diciannovenne Shamir – opening act della serata – é sicuramente ancora presto per parlare di bilanci di carriera, sebbene la performance milanese di questo talentuoso kid di Las Vegas invitato a salire sul palco prima dei Run The Jewels offra uno show più che godibile ed interessanti spunti di riflessione. Molti accostano il suo caleidoscopio funk alla black music a tutto tondo di Azealia Banks, della quale Shamir potrebbe essere il fratellino adolescente. Se la pantera Banks sprizza attitudine da tutti i pori, il giovane Shamir si fa forte – per intanto – di una voce fuori dal comune, che ricorda quella d’un Prince in erba. E’ accompagnato da una corista, un batterista ed una tastierista; quest’ultima smanaccia anche al sintetizzatore, mentre il nostro Shamir, figura esile e androgina, zompetta come un grillo da una parte all’altra del palco. Un freschissimo cocktail di synth pop funkadelico, ora più solare, ora più cupo, con un immaginario da fumetto afro-futurista e una scrittura piuttosto eclettica. Black Music come potrebbe pomparla nelle casse Todd Terje. Shamir insomma pare un soul man atipico: non so se da grande voglia fare il D’Angelo o lo Stromae ma voglio essere suo amico. Bizzarro ma coraggioso l’accostamento in antitesi con il truce rap della coppia Killer Mike/El-P.

We Are The Champions, dicevamo: scendono in campo i beniamini della serata. L’alchimia tra i due balza agli occhi di tutti sin dalle prime battute: i Run The Jewels divertono e si divertono. Nel farlo ci scaricano addosso un caricatore con cartucce tipo Lie, Cheat, Steal e Blockbuster Night. Poco dopo arriva Close Your Eyes, che parte zoppicando e poi esplode come fosse fulminato di mercurio (sì, quello di Breaking bad). Avremmo barattato le nostri madri per sentire dal vivo la strofa di Zach De La Rocha ma ci “accontentiamo” di questa bomba introdotta così: “Preparatevi perché la prossima canzone sarà una carneficina. Fareste bene a spegnere le sigarette, metter via i cellulari e gli occhiali! “

Sul palco, alle spalle dei due mc, troneggia la consolle di Dj Trackstar, sormontata a sua volta dall’ormai iconico logo dei Run The Jewels con la collana nel pugno e la pistola nella mano: “Oggi state indossando tutti una gigantesca collana invisibile da 36 pollici! É il nostro souvenir immaginario per voi!” – tuoneranno simpaticamente i Jewels. Una sorta di amuleto, “da utilizzare quando qualcuno vi dirà che non siete liberi di lottare per quello in cui credete”, chiosa El-P.
Equità, libertà d’espressione, lotta ai soprusi: ecco il “sogno americano” di questi Robin Hood del ghetto, che – quand’anche un po’ retorici – fanno politica senza quasi mai risultare pedanti. Tra cori e siparietti ingaggiati tra di loro e col pubblico, i Run The Jewels sfoderano un flow inarrestabile ed una simpatia verace, lontana dalle pose da star. Se El-P è il più loquace tra i due, Killer Mike rivela delle inaspettate doti da ballerino: mai si era vista tanta grazia in un omone colphysique du role del cuoco di South Park.

Nel bis invocato a gran voce dalla bolgia del Magnolia, arriva anche il saluto e la dedica all’amico Sean Price, scomparso di recente. E sulla coda psichedelica di Angel Duster, Mike esce di scena con l’asciugamano al collo come un pugile a fine incontro ed El-P brandisce la sua bottiglia di vodka come un trofeo: “tonight they are the champions, bitches!”. 

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