[INTERVISTA] Valerio Cosi: “C’è molta più logica nel mio caos apparente…”

Valerio Cosi è un outsider del music business. E’ un polistrumentista italiano che ama sperimentare linguaggi musicali diversi con approccio eclettico e laterale. Viene dalla Puglia (come altri “alchimisti” del calibro di Fabio Orsi e Donato Epiro) e raccoglie consensi oltre confine (chiedete a Caribou).

Giovedì 11 giugno 2015 suonerà a Torino con Luxa e Rapone per il progetto En Avant in quel crocevia di sperimentazioni che è il Superbudda (tutte le info qui).

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“I wanna be free” è il titolo del pezzo di apertura del tuo “Collected Works”, disco che hai realizzato prima di una consistente pausa discografica – “consistente” almeno secondo i dettami del musicbiz contemporaneo. Musicalmente, ti dividi tra acustico/elettrico/elettronico e passi con disinvoltura dal free-jazz al kraut. E, anche a livello “organizzativo”, sembri uno spirito libero, una mina vagante. Insomma, niente regole, niente dogmi. Direi quindi che quel titolo, messo in apertura di una raccolta antologica, suona come una precisa dichiarazione di intenti! Ma quanto “pesa” questa libertà? Quali sono, diciamo, vantaggi e svantaggi di questo modus operandi?

“Credo che un artista in piena libertà espressiva sia sempre soggetto ad un sacco di fraintendimenti… C’è questa banale e fastidiosa tendenza della stampa a catalogarti, incapsularti in un’etichetta, forse perché questa alimenta anche il gioco del mercato musicale… Oggi sei occulto, domani sei dronico, dopodomani sei techno… senza che fondamentalmente tu sia nulla di tutto ciò. Ecco io sono Valerio, nient’altro. Pensa ad esempio a Jim O’Rourke ed ai suoi dischi. Quando iniziai a far musica nello scorso decennio, sono passato dal free-jazz al noise, dai drones ai beat ipercinetici, dal rock all’ambient… ho sempre cercato di sradicare tutti i paletti e di fare la musica che avrei sempre voluto ascoltare. Nella mia musica ci puoi davvero trovare di tutto, ma mi ha sempre terrorizzato l’idea di vederla catalogata come solo free-jazz o impro solo per via del sax e qualche richiamo alla Thing degli anni ’60. Questo non ha mai reso piena giustizia alla mia musica in passato. Non mi spaventa l’idea che un mio ascoltatore possa sentirsi spaesato in mezzo alle mie creazioni, c’è molta più logica ed ordine nel mio caos apparente che altrove.”

Non mi spaventa l’idea che un mio ascoltatore possa sentirsi spaesato in mezzo alle mie creazioni”  –  Valerio Cosi

Giusto per spiazzarmi/-ci ulteriormente, con cosa sei tornato in scena? Un disco di cover. Sulla carta una di quelle cose che fanno storcere il naso, a molti. Si rischiano 1) paralisi da timore reverenziale 2) banale emulazione 3) paraculata tout court. E invece no. Perché Valerio Cosi fa un disco di cover dei Popol Vuh, innanzitutto. Anzi, una selezione ragionata di pezzi dei Vuh. E lo fa realizzando delle versioni trasfigurate di quelle canzoni, che diventano delle canzoni nuove e bellissime. Per dire, l’originale e cult “Hosianna Mantra” sospesa in un iper uranio senza percussioni diventa una suite tribale e robotica nella tua versione! Ci racconti come è nato e come sta “crescendo” quello che tu stesso definisci il tuo lavoro più “rock”?

“Sì, è vero… E’ un lavoro più “rock”… Non suona come molte altre cose in giro. Rock nel senso meno tradizionale del termine. Ora il mio percorso è sempre lo stesso, continuo a fare ciò che mi piace. Non voglio rifare le stesse cose in eterno, mi annoiano tantissimo quelle persone. I nuovi lavori si muoveranno in direzioni più o meno affini a “Plays Popol Vuh” ma non ripeteranno quello che c’è già stato.”

“There are some bands that I like to listen to, like Fuck Buttons, HEALTH, Wooden Shjips and Valerio Cosi”  –  Caribou 

Ho letto che Caribou é un tuo fan. E insomma, senza farne un vessillo direi che torna sempre utile avere Caribou come fan. Hai anche aperto un suo concerto, se non sbaglio. Come è stata quell’esperienza? Trovo sia “prezioso”, almeno per quella fetta più aperta e curiosa di pubblico, partire da Caribou e trovare Cosi. 

“Sì, Dan e la band sono dei ragazzi fantastici. Dan si innamorò della mia musica, credo che lui ci abbia rivisto dentro un sacco di cose che gli appartenevano musicalmente. E’ un grande appassionato diAlbert Ayler. Sì, più di uno, una serie di concerti… Ai live c’era sempre moltissima gente, ma non tanta come il loro pubblico live di oggi.”

So che tua madre é pittrice e che tu apprezzi molto la pittura come mezzo espressivo, oltre la musica. A me capita spesso di associare le due cose nella mia testa: dare una colonna sonora a un dipinto e viceversa. Hai mai pensato a quale artista “visivo” potrebbe rispecchiare al meglio la tua musica?

“Ci penso spesso: mi viene in mente Edward Said Tingatinga per alcune cose passate oppure Gerhard Richter per le cose recenti. Anche io adoravo dipingere ma ho smesso del tutto ora. Oggi sono sempre più attratto dall’idea di dover associare un suono ad un’immagine in movimento, quindi non statica.”

Gerhard Richter, "Fuji" (1996)

Gerhard Richter, “Fuji” (1996)

Le tue collaborazioni sono tante e spesso esaltanti, al netto dei risultati (Fabio Orsi, Uton, Jukka Reverberi). Leggendo alcune tue dichiarazioni io però ho fantasticato su “quella (collaborazione) che ancora non esiste”: ho letto che apprezzi approccio e stile di IOSONOUNCANE. Per uno split tra di voi rischierei di esaltarmi come quando metto su lo split tra Dälem e Faust! Tutto questo, forse, per dire: come vedi l’idea di avere dei testi sulle tue composizioni? Testi di un’altra persona e testi altresì “articolati” – nel senso, non qualche litania nel marasma strumentale, ma un vero e proprio bilanciamento tra musica e parole…

“Trovo che sia un’idea molto bella e ci stiamo già lavorando a dir il vero. Ma non posso aggiungere altro…”

Hai tenuto una masterclass in Puglia intitolata Elettronica-mente e adesso parteciperai al format del Superbudda di Torino En Avant, alla ricerca di “codici comuni dell’elettronica contemporanea”. In tal senso, ci fai una specie di “bignami/playlist” da cui partire, secondo te, per arrivare preparati, predisposti e consapevoli?

“Dovessi scegliere 3 punti cardine… senza perdermi troppo per strada: 1) credo sia importante avere una buona conoscenza dei software con cui si sceglie di lavorare o muovere i primi passi, 2) ascoltare moltissima musica, scoprirne di nuova tutti i giorni e 3) potenziare la propria creatività con l’esercizio quotidiano, le migliori idee nascono dalla costanza.

Una playlist per En Avant?

1) Terry Riley – “Poppy Nogood”


2) Hexlove – “Holds Her, Sees Crane”

3) The Books – “An Owl With Knees”

4) The Books – “I Didn’t Know That”



5) Caribou – “A Final Warning”

6) La Dusseldorf – “La Dusseldorf”

7) Neu! – “After Eight”

 

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