[REPORT] Mashrou’ Leila: un megafono per l’Arab Pop?

Come suona dal vivo la band libanese più chiacchierata degli ultimi anni? Siamo andati a sentirli all’Hiroshima Mon Amour di Torino. 


_di Lorenzo Giannetti

In arabo mashrou’ vuol dire grossomodo “progetto”. Leila invece, oltre ad essere un nome di donna assai comune, significa “notte, notturno”. A fronte di questo accostamento, prima di documentarsi sui perché del successo internazionale di questi cinque studenti universitari libanesi, si potrebbe scambiare il “progetto notturno” della band araba più in vista del momento per un dj set di dance mediorentale. Ma nella “notte” torinese dei Mashrou’ Leila all’Hiroshima Mon Amour non ci ritroviamo ad ascoltare “semplicemente” la colonna sonora della movida in quel di Beirut. Siamo piuttosto davanti ad una band che al grido (e relativo tweet) di #OccupyArabPop riesce a mettere d’accordo i fan del desert blues di Bombino così come i clubbers con la kefiah in visibilio per la techno siriana di Omar Souleyman.

I giovani libanesi decidono di non scimmiottare la tradizione, di non sradicare le proprie radici per impiantarle nella logica discografica occidentale – ad esempio, decidendo di continuare a cantare in arabo:

“Per ora è la dimensione a noi più congeniale, non viviamo la lingua come una barriera ma uno stimolo, crediamo e speriamo che chiunque abbia una connessione Internet possa tradurre i nostri testi, approfondire”.

Già, i testi: é indubbio che i Mashrou’ Leila si siano imposti all’attenzione dei media occidentali inizialmente soprattutto come “band simbolo della Primavera Araba” e grazie alle lyrics coraggiose delle loro canzoni che indugiano sulle contraddizioni della società mediorientale e non hanno paura di affrontarne i tabù. Un leitmotiv, quello della “militanza”, che loro provano intelligentemente a smorzare quando in maniera un po’ semplicistica e sensazionalista si attribuisce loro un peso specifico eccessivo nella “rivoluzione”.

E se i giornalisti devono fisiologicamente ricamare sulla questione sociale, i Mashrou’ Leila sottolineano l’aspetto intimista, personale prima che politico e universale, delle storie che raccontano; e soprattutto provano a spostare l’attenzione sulla musica.

E dell’aspetto strettamente musicale, infatti, è quanto mai doveroso render conto. Rock dalle spezie elettroniche (“Raasük”, il titolo dell’ultimo disco, si ricollega al concetto di dancefloor) e ballate pop desertiche: il tappeto sul quale si alternano groove e pathos, caroselli festosi ed invettive anche feroci. Quasi sempre si batte il piede a tempo. Una piccola ma euforica compagnia di ragazzi arabi canta molte canzoni a memoria sotto il palco dell’Hiroshima. Il violino la fa da padrone ma la sezione ritmica lo incalza. Il canto di Hamed Sinno predilige ovviamente arabeschi e gorgheggi (agli italiani potrebbe venire in mente la voce del compianto Mango?) ma senza eccedere e farsi macchietta (ehm, Sangiorgi…). Il giovane leader dei Leila esce a testa alta anche da un falsetto iperbolico al megafono (un Matt Bellamy nella casbah?) neanche fossimo ad una manifestazione di piazza in Sala Majakovskj. Se ci si aspettava la cover di Get Lucky dei Daft Punk (in studio l’hanno suonata addirittura con la chitarrina “ufficiale” di Nile Rodgers), ha stupito non poco il divertissement della versione mediorientale di Toxic di Britney Spears!

Al netto dell’hype mediatico e dello scetticismo di alcuni sulla sostanza musicale del progetto, i Mashrou’ Leila hanno affrontato il live quadrati, ordinati e senza sbavature, quasi con la diligenza e la concentrazione di chi – come detto – sente di dover dimostrare qualcosa, chino sui propri strumenti. La sensazione é che sul palco, dal punto di vista performativo, dell’entertainment, Hamed Sinno e soci siano ancora un po’ acerbi, trattenuti, ingessati nel vestito scomodo che l’Occidente ha cucito loro addosso. Ma vista l’empatia con la quale (già) risponde il pubblico, i margini di crescita e miglioramento sono davvero notevoli. Quel che conta è che la risposta sul piano musicale sia arrivata.

Vireranno verso un sound più elettronico come alcuni nuovi pezzi suggeriscono? Riusciranno ad acquisire quel pizzico di carisma e sicurezza in più?  Esploderanno definitivamente su scala internazionale? Per ora collezionano sold out. Il tempo è dalla loro; e il coraggio non manca.

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