Il nichilismo di Anubi

Marco Taddei e Simone Angelini firmano una graphic novel che è una storia di antropologia nera come la pece, tra divinità egizie, William S. Burroughs, Nietzsche e Joy Division.

di Mattia Nesto  –  Per creare un mondo, anche un modo di pensare ma meglio dire un mondo, occorrono forza di volontà, forza di spirito e forza di corpo, dato che se la vita sulla Terra ci appare sempre più come “frutto del caso” (o che non sia del caos?) questo caso per imporsi lo ha fatto con assoluta fatica. E di fatica, di “fatica di vivere” che è sentimento ben diverso dal “male di vivere” di Montale, stracarico di “inutili orpelli” chiamati cultura e consapevolezza di sé, è pregna la graphic-novel Anubi di Taddei e Angelini, uscita per i tipi della GRRRz Comic Art Book.

Anubi è la storia, anzi la tragedia quotidiana della omonima divinità egizia (“uno sciacallo, non un cane”) colta in un’anonima città di provincia italiana mentre trascina stancamente la sua esistenza tra piccoli furti, lavori orridi e una quasi totale e accecante solitudine.

In molti sanno che Anubi, nella mitologia dell’Antico Egitto, era colui che presiedeva alla psicostasia, ovvero alla “pesatura delle anime”: si prendeva il cuore del defunto e lo si poneva su un bilanciere con una piuma. Se il muscolo cardiaco era più pesante, il dipartito era condannato al regno degli inferi. Ma, la domanda sorge subito spontanea: cosa rimane dell’antica gloria nell’odierno randagio Anubi?

tumblr_nwvmnr4lK71tpq2dco1_1280Rimangono poche cose ma molto chiare: gli occhi a forma di stella, il colore nero pece e il non provare mai freddo. Quindi, a tutti gli effetti, Anubi non è un essere umano e così ce lo presentano, in esordio del volume, gli stessi Taddei ed Angelini. Infatti, in una sorta di cosmologia solipsistica, il mondo stesso scaturisce dalle carni e dalle viscere (attenzione a queste due parole, fondamentali per il resto della graphic-novel) dello sciacallo infernale. Che la città, la città-mondo nel quale le vicende sono calate, possa rappresentare una creazione puramente intellettuale di Anubi, è un’opzione perseguibile ma non ci persuade al cento per cento.

Non ci persuade al cento per cento perché, nell’economia di un racconto di un solo protagonista, i personaggi laterali o secondari, praticamente tutti, svolgono un ruolo fondamentale nell’economia della storia. Senza di essi saremmo di fronti ad un racconto di mitologia: invece così siamo davanti ad una piccola storia di antropologia urbana, piuttosto triste, piuttosto nera, piuttosto disincantata come un randagio che vaga per le vie di una città senza nome.

E il campionario umano/non umano, nicciano nel senso di nichilista, è quanto più variegato: c’è “l’uomo col cancro in faccia” che sogna la notte, semplicemente lavandosi il viso, di eliminare le pustole purulenti (“so che è un sogno ma mi piace lo stesso”), c’è l’amico di Anubi, l’amico di una vita ormai drogato perso (“l’ho instradato io alla droga ma questo non lo posso accettare”), c’è anche William S. Burroughs, nelle vesti di William S. Burroughs e poi un’assistente sociale che fa spettacoli sadomasovestita da dominatrice (la quale impera su uomini ridotti a canidi, l’assonanza con la figura di Anubi è voluta, ovviamente) ed un uomo solitario, il quale lavora alla diga, che “schiacciando un bottone potrebbe decretare la fine di tutti gli abitanti, aprendo le chiuse”.

C’è una feroce critica alla religione in generale e al cattolicesimo in particolare.

Questa minaccia di morte, che incombe su tutta la storia, fa sì che Anubi non ne abbia mai paura e che, nonostante le ristrettezze economiche, i problemi con la giustizia e una lancinante solitudine, egli, forse perché è un dio, forse perché è un dio caduto, non ha mai paura della morte. La sua paura, una paura totalizzante che non gli fa muovere un arto senza esser preso “dal sacro orrore”, è la paura della vita. Perché in fondo la vita non può essere soltanto ridotta a scroccare campari. Gli occhi a forma di stella di Anubi non vogliono vedere al di là del fondo del bicchiere, ecco perché quando incontra una ragazzina di 16 anni egli fugge. Non teme di violare la legge, ha paura di violare la sua condizione di “non vivo”.

I riferimenti e le citazioni che abbondano nel volume (una suggestiva serie di tavole “simil Pimpa” oppure un sogno di Anubi che prende le fattezze del videoclip di Atmosphere dei Joy Division diretto da Anton Corbijn) rendono la storia ricca, anche culturalmente. C’è una feroce critica alla religione in generale e al cattolicesimo in particolare, con tre terrifiche suore (il numero tre è diretta ascendenza alla numerologia riferita, non tanto alla Santissima Trinità, quanto alle Tre Erinni/Furie di classica memoria) che sono tra i più orridi degli orridi personaggi qui presentati.

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Ma alla fine della forza nichilistica e della solitudine cosmica Anubi se ne distacca: prende un treno e abbandona la città. Come la città, che lo ha sempre respinto ed odiato, finalmente “viene liberata” dalla sua presenza, ecco che si scatena la fine. Nelle sue viscere e interiora, infatti, sempre da più tempo si annidano strani animaletti che vengono regolarmente ammazzati a colpi di bastone dai cittadini. Per un caso fortuito uno di questi animaletti “assaggia” una goccia di sangue umano. È il sangue il motore della vita nella storia di tutti i giorni: ma in questa storia, nera come l’anima di Anubi, è motore di morte.

Folli e terribili, gli animaletti erompono dalle viscere della città, sono in ogni dove. Si avventano sugli abitanti, li squartano e li divorano uno dopo l’altro, senza speranza, senza sconti, senza futuro. Quando gli dei se ne vanno, le civiltà crollano. Anche gli dei caduti servono agli uomini: perché gli ricordano che sono, dannatamente, soli in questo sasso lanciato nella spazio che chiamiamo Terra.

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