[INTERVISTA] I C’mon Tigre sono il diario di bordo di un viaggio molto lungo…

I C’mon Tigre sono un’orchestra afro-jazz e un collettivo apolide ma soprattutto vogliono essere il diario di bordo di un’esperienza molto più lunga, densa e complessa di quella che inizia e finisce su un palco.


_di Lorenzo Giannetti

Woodstock, il calcio tuareg e le trasformazioni della società contemporanea: una maratona tra le dune con i C’mon Tigre, che – dopo il magnifico live di qualche mese fa all’Hiroshima Mon Amour – il prossimo sabato metterà le tende a Chiaverano per una delle esibizioni più attese dell’A Night Like This Festival (qui tutte le info sull’evento). *

Vorrei partire da “A world of wonder”, video d’animazione/mini-film che accompagna il vostro ultimo singolo. E’ stato realizzato da Danijel Zezelj, noto per le sue magnifiche graphic novel. Cosa potete dirci al riguardo? 

“Le nostre collaborazioni derivano innanzitutto da una vita passata a circondarsi di belle persone. Conosco Danijel da una decina di anni, abbiamo condiviso diversi momenti lavorando su cose molto diverse. Quando sei nel bel mezzo di un movimento così vorticoso, quando attorno a te si muovono dei talenti di questa portata vivi senza dubbio una condizione privilegiata. Tutto questo per dire che le nostre non sono scelte fatte a tavolino, sono piuttosto delle intuizioni, oltre che la scelta di lavorare con degli amici. A WORLD OF WONDER parla di metamorfosi, sedersi e guardare il mondo che si trasforma, le specie che si mescolano generandone altre. Parla anche della fuga drammatica dell’essere umano da se stesso, in queste bizzarre ricerche di assomigliare a quello che non si è.”

Sembrate molto attenti ad una visione olistica e sinestetica del vostro progetto: musica, immagine (video compresi), concept. Tutto all’insegna della contaminazione. Infatti, anche il video di Federation Tunisienne de football – per chi scrive una delle cose più belle ascoltate e viste quest’anno – vi siete affidati ad altro artista di valore assoluto: Gianluigi Toccafondo. In quel caso avete “inscenato” una particolarissima partita di pallone tra le dune, onirica, surreale e con risvolti inaspettati… A giudicare anche dal disco magnifico che avete tirato fuori, le collaborazioni decollano davvero, in un connubio efficacissimo. 

“Ti ho in parte già risposto: i siamo trovati circondati da persone che ci rispettano, abbiamo parlato loro di questo progetto, le loro reazioni sono state: “Ok facciamolo!” Questo in sintesi. Con Gianluigi è successa la stessa cosa che è poi successa con Daniel. L’unica differenza è che, essendo la prima volta che ci presentavamo al mondo, avevamo bisogno di descrivere il nostro immaginario nella maniera più forte possibile. Perché proprio grazie a quell’immaginario il nostro disco avrebbe trovato il giusto luogo. Dobbiamo tantissimo al maestro Toccafondo. Ci ha dedicato due mesi e mezzo della sua vita, lavorando 8 ore al giorno al piccolo film di Federation Tunisienne De Football, se non è questa amicizia non saprei come altro chiamarla.”

I gol tunisini del vostro videoclip mi fanno un assist – stemperiamo un po’ – per parlare di calcio. No, non vi chiedo certo la squadra del cuore ma se avevate in mente anche il concetto di sport come fenomeno di aggregazione universale, dato che quest’ultimo aspetto mi sembra essere centrale nella vostra produzione.

“Lo sport, soprattutto quando diventa nazionale, genera un incredibile fenomeno di aggregazione, questo lo sappiamo bene. Ci piace osservare le dinamiche che si generano perché hanno dell’incredibile. E quello che succede attorno a una partita di calcio forse non ha rivali. Gioia, rabbia, passione, fratellanza, solidarietà, commozione, in certi casi morte. Non credo che esista niente di più potente al giorno d’oggi. Noi volevamo la nostra partita.”

Come lo sport, poi, dovrebbe esserci la musica: ma è ancora così? La musica desta le coscienze più o meno rispetto al passato secondo voi?

“La musica ha perso molta della sua forza. Abbiamo perso i contenuti, non ho più visto nulla come l’inno americano suonato da Jimy Hendrix a Woodstock, nulla con quella potenza. Ci abbiamo riprovato ma senza raggiungere quei risultati.”

Ora è la line up di A night like this festival a suggerirmi una suggestione per un vostro commento. Nella stessa giornata con voi suoneranno Populous e Capibara, quest’anno ha girato tantissimo anche gente come i Ninos du Brasil, Donato Epiro, Clap! Clap! e Foxhound: un’estate a tinte esotiche, insomma: una corrente “tropicale” e “mediterranea” dove convergono rock, elettronica, pop, sperimentazione e il vostro afro-jazz. 

“Sì, ci guardiamo intorno e non ci sentiamo affatto soli. Non sappiamo dire il perché di questa ondata, ma di certo queste cose succedono spesso e ciclicamente. C’è chi sostiene che le idee viaggino nell’aria e che semplicemente i recettori più sensibili le fanno proprie. È probabile che in quanto esseri umani siamo stati anche noi parte di questo processo. Quello che possiamo dirti è che lo stiamo incubando da tanti anni, e che il nostro è più semplicemente il diario di bordo di un viaggio molto lungo.”

Avete bandito ogni personalismo, rivelando il meno possibile sulla vostra identità, lasciando parlare la vostra creatura. In questo senso, chiedervi cosa tipo i progetti per il futuro cozzerebbe con lo spirito estemporaneo del progetto, che penso di aver capito muti in continuazione. Quindi non vi farò una domanda retorica. Allora toglietemi una curiosità, se vi va: perché questo nome, C’mon Tigre? Al di là del riferimento esotico di cui si accennava prima.

“È bello leggere le tue domande perché sembrano già contenere le risposte! C’mon Tigre è come un abito sartoriale per noi, non possiamo fare a meno di ripeterci. E’ un nome che contenitore, c’è dentro la tradizione e l’intercalare urbano, c’è il medio oriente e l’america. E’ allo stesso tempo provocazione (C’mon Tigre) e protezione (C’est mon Tigre).”

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.