[INTERVISTA] A Place To Bury Strangers: come un pugno in faccia

Gli A Place To Bury Strangers sono tra gli indiscussi alfieri della shoegaze contemporanea.

L’appellativo di “loudest band in New York” vale ancora, anche se non producono più pedaliere “assassine” con la Death By Audio e hanno lasciato intravedere un inaspettato gusto per la melodia.

Il loro ultimo disco si inseriesce di prepotenza nel lotto dei migliori del 2015, confermandoli ai vertici del genere. Si intitolaTransfixtation, parola difficilmente traducibile che i tre sostengono di aver coniato ad hoc. Li abbiamo intervistati a pochi giorni dal loro concerto all’A Night Like This Festival (OUTsiders seguirà in prima linea l’evento, che si terrà sabato 18 luglio a Chiaverano) e tra architetture simboliche, batteristi spinti fino al collasso e un suono che viene “allenato” come un pugile, abbiamo capito che per capire fino in fondo gli A Place To Bury Strangers bisogna lasciarsi colpire, da quel pugile. E oltre che alla tecnica, affidarsi all’ispirazione, all’improvvisazione, al caos.

Voglio partire da un aspetto “secondario” che però trovo estremamente interessante: sembra che per gli artwork delle vostre copertine, almeno nell’ultimo periodo, abbiate una predilezione particolare per le architetture – intere strutture o dettagli costruttivi. Azzardate accostamenti simbolici (penso alla copertina dell’EP “Onwards to the wall”), utilizzante prospettive particolari (il senso di vertigine della copertina di “Worship”) e rielaborate pesantemente le immagini (le colonne viste dall’alto di “Transfixation”). So che spesso ve ne occupate in prima persona e personalmente avverto una corrispondenza tra quelle immagini “spaziali” e la vostro musica fisica e disorientante.

“Non sono del tutto sicuro del perché l’abbiamo fatto. Diciamo intanto che quando si vive a New York è normale essere circondato” – forse quasi schiacciato – “da edifici.  Le strutture vengono costruite, poi possono venire dimenticate oppure sono costruite e sfruttate” – vissute – “Forse tutto questo è in qualche modo un concetto che si può ricollegare parallelamente alle canzoni. Le canzoni sono lì per proteggerci e ospitarci ed essere un posto che ispiri creatività. Oppure forse ci affascinava il fatto che le architetture possano contenere qualcosa di misterioso.”

worship

Entriamo un po’ nel dettaglio in merito al vostro ultimo disco “Transfixation”. Quali sono state le dinamiche della sua realizzazione? Si tratta di un lavoro più corale dal punto di vista con compositivo, giusto?

“È stato un po’ come un giro sulle montagne russe. L’obiettivo principale era di creare un disco che catturasse la potenza del nostro show dal vivo, attraverso tecniche di registrazione. Siamo stati in tour per mesi e al ritorno siamo andati direttamente in studio perché suonavamo davvero bene insieme e i concerti erano andati alla grande. Abbiamo ricostruito lo studio perché fosse il più simile possibile a un set live e l’abbiamo sistemato per registrare un sacco di tracce in una volta sola. Abbiamo iniziato a sistemare tutto faticosamente e a mettere un sacco di microfoni su tutto per catturare il suono come un fortissimo pugno in faccia, per poi scoprire che non importava davvero. O meglio, abbiamo scoperto che per catturare quel tipo di suono avevo bisogno anche di essere davvero lì in quel momento e sentirci come se volessimo tirare un pugno in faccia a qualcuno. Capisci? Non importava soltanto come fosse registrato dal punto di vista tecnico. Quindi mi sento di dire a tutti i proprietari di studi là fuori di comprare delle luci di atmosfera perché vi saranno più utili di qualsiasi microfono fighetto.”

Quanto conta l’improvvisazione in questo processo?  

“L’improvvisazione è stata sicuramente una componente fondamentale per scrivere alcune delle canzoni del disco e abbiamo effettivamente provato a inventarci più soluzioni possibili come band. Credo che le canzoni siano molto più forti se ognuno suona ciò che è “naturale” per lui stesso, piuttosto che quello che una sola persona scrive per tutti.

Non importava soltanto come fosse registrato dal punto di vista tecnico: dovevamo sentirci come se avessimo voluto tirare un pugno in faccia a qualcuno.

Come si è inserito il vostro nuovo batterista nel processo creativo?

“Il fatto che Robi picchi più duro che può e arrivi da un background diverso rispetto a Dion o me credo abbia aggiunto una nuova dimensione alle canzoni. In generale c’era molta concentrazione sul ritmo in questo disco.”

A proposito di batteristi: 4 dischi e 5 batteristi… So che siete molto esigenti ma che fate a questi ragazzi dietro alla batteria? LOL

“Essere in una band è molto impegnativo, soprattutto se sei il batterista di questa band. Si tratta “solo” di suonare più duro che puoi per più tempo che puoi.”

So che tornate da un po’ di date in Australia e che negli ultimi anni – complice il fatto che vi siate affidati ad un tour manager – avete intrapreso tour che vi hanno portato un po’ in tutto il mondo, anche in posti in cui non eravate mai stati (tanti paesi dell’Est Europa, ad esempio). Come avete vissuto in passato e come vivete adesso le dinamiche del tour?

“È sempre fantastico avere l’opportunità di viaggiare, vedere posti, conoscere persone e godere di belle opere d’arte. Forse più uno ha l’opportunità di girare più diventa difficile essere stupiti completamente, ma succede ancora, comunque, nel nostro caso. Immagino che così sia la vita. Si tratta di aspettare che un qualche sentimento esca dal tuo corpo e ti faccia vedere le cose da una prospettiva universale o primitiva.”

L’obiettivo principale era di creare un disco che catturasse la potenza del nostro show dal vivo.

a place 3

Siete partiti con la Mute Records per poi passare alla “più do it yourself” Dead Ocean. Sono entrambe ottime label. Come é avvenuto il passaggio e quali sono le differenze?

“Sono entrambe ottime etichette, assolutamente. Come dire, ci si è presentata l’occasione di provare Dead Oceans e così abbiamo fatto. Mute era grande e fantastica e così anche Dead Oceans. Entrambre ci lasciavano fare tutto quello che volevamo. Mute era decisamente l’etichetta dei sogni, essendo un fan del loro catalogo passato e del loro lavoro attuale. Credo che a volte uno sia solo impulsivo e volubile. Umano.”

Essere in una band è molto impegnativo, soprattutto se sei il batterista di questa band.

A proposito di essere in tour e vedere cose belle in giro, faccio un po’ la guida turistica: tra qualche giorno suonerete all’A Night Like This Festival di Chiaverano, un piccolo paesino della provincia del Nord Italia a due passi da un meraviglioso Lago, il Lago Sirio, dove vi aspettavamo già l’anno scorso quando purtroppo avete avuto un imprevisto durante il tour. Quest’anno non vediamo l’ora, insomma. Nel Bel Paese ci venite comunque abbastanza spesso, conoscerete forse anche qualche band nostrana…

“Sono sicuro che ci divertiremo. Amiamo l’Italia. Il cibo è così buono e le persone in genere hanno un ottimo gusto (in fatto di musica). E’ passato circa un mese da quando ci abbiamo suonato per l’ultima volta e sono davvero esaltato all’idea di tornarci adesso. Band italiane? Conosco i Soviet Soviet!”

*

Soviet Soviet che guarda caso sono una delle tante eccellenze “a chilometro zero” che hanno suonato ad A Night Like This lo scorso anno. Quest’anno tocca – tra gli altri – a C’mon Tigre, Stearica, Girl Names e a questi tre newyorkesi che promettono di far tremare il Piemonte. Impossibile mancare.

Ecco tutte le date degli A Place to Bury Strangers in Italia a luglio:

17 Luglio – Catania – Zanne Festival
18 Luglio – Chiaverano (TO) – A NIGHT LIKE THIS festival
19 Luglio – Roma – Traffic Live
20 Luglio – Venezia – Phobic Club

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.