L’epopea lirica de Les Miserables

di Isabella Parodi – L’urlo rivoluzionario dei Miserabili parigini sbarca nel cinema del nuovo millennio, dopo più di un secolo di lotte sulla carta e innumerevoli versioni musicali e non, per piccolo e grande schermo.
Tom Hooper ridà voce agli indimenticabili personaggi di Jean Valjean, Cosette, Fantine e Javert, ispirandosi direttamente all’arcinoto musical francese riscritto da Herbert Kretzmer, figlio a sua volta dell’immenso romanzo di Victor Hugo, inventore del romanticismo politico.
Hooper si conferma un ardito sperimentatore: innanzi tutto il suo Les Miserables non somiglia a nessuna delle versioni precedenti. Il regista inglese propone un adattamento concepito come un musical, ma impostato in realtà come una vera opera lirica, dove la freschezza dell’improvvisazione cede il posto ad una struttura scenico-narrativa più calcolata e pulita. Le canzoni soliste si armano di spietati primi piani con sfondi sgombri, dove non esiste altro che il cantante e la sua voce, mentre il resto è congelato per pochi intensi minuti musicali. Per il parlato non c’è spazio e lo svolgimento della vicenda deve essere seguito quasi interamente in rima, espediente che forse volta le spalle al fattore comprensibilità, ma che conquista a pieni voti la perfezione formale. Come in un’opera tutto è canto, tutto è in musica e per le prima volta nel cinema, completamente dal vivo. A conti fatti, non c’è sfida più difficile per un attore, e non a caso non tutto il cast tiene il passo, mentre le musiche rimangono al top dall’inizio alla fine, spaziando tra inni patriottici, cori battaglieri, canti d’amore zuccherosi e di strepitosa tragedia.
L’epopea comincia con una ouverture a dir poco marziale, dove la telecamera plana dall’alto per puntare sui detenuti intenti ai lavori forzati: Look Down è il canto di sfida dei lavoratori, che invitano spavaldamente chi sta bene a guardare in basso, dove regnano miseria e disperazione. Intanto, l’eterno fuggitivo ormai redento dei suoi peccati Jean Valjean (un Hugh Jackman quasi perfetto) dopo anni di prigionia per aver rubato un pezzo di pane, decide di asservirsi al bene a alla giustizia (quella vera), ma sarà eternamente inseguito dall’ispettore servo dell’impero Javert (un Russel Crowe che canta benino, ma evidentemente a disagio in un genere che non gli si addice).
Con l’intenso soliloquio di Valjean What Have I Done? c’è l’ipotesi di una nuova vita e con essa la volontà di proteggere per sempre la piccola Cosette, figlia della sventurata Fantine. Ed è col suo personaggio che arriva l’eccellenza: Anne Hathaway regala la miglior performance della sua carriera, combinando con sublime perfezione canto e recitazione mimica. La sofferenza di Fantine si sfoga con vigore disperato in I Dreamed a Dream, grido angosciato di una donna costretta a prostituirsi per i luridi sobborghi di Parigi per mantenere la propria figlia.

I veri miserabili di Victor Hugo sono però i poveri di Parigi, affamati, abbandonati, traditi da quegli stessi ideali rivoluzionari che l’impero post-restaurazione riuscì così velocemente a cancellare. Un teatro di disperati, ma anche di miserabili ladri, come la ripugnante (quanto spassosa) coppia di locandieri Thénardier (chi se non Helena B. Carter e Sasha B. Cohen?) che insieme intonano Master Of The House mentre ripuliscono i clienti intontiti dal vino. I due venderanno a prezzo buono la piccola Cosette a Jean Valjean, che con la bambina in braccio in un momento di rara dolcezza intonaSuddenly, unico inedito del film e candidato all’oscar come miglior canzone.
E mentre passano gli anni, Parigi evolve: gruppi sempre più estesi di studenti si caricano di quell’autocoscienza sociale che sfocerà nei moti del 1848, sedati nel sangue. Ma il loro grido risuona fino alla fine: Do You Hear the People Sing? è epico, glorioso, forte, mitigato solo dall’amore tra Cosette e il rivoluzionario Marius o dal tenero canto tormentato di Eponine, On My Own, in cui la giovane rivoltosa dà sfogo alla disperazione del suo amore non corrisposto. Il canto del popolo ritrova comunque spazio con gloriosa prepotenza con l’epilogo nell’aldilà, dove i rivoluzionari caduti esultano per il loro sacrificio in nome della libertà.
Una conclusione giustamente epica per la più coraggiosa versione de I Miserabili mai vista, con cui Hooper rischia grosso, strappando l’opera lirica dal teatro per piazzarla sullo schermo bidimensionale, peraltro in un’epoca come questa dove già il musical perde colpi. Il risultato è comunque un prodotto di indubbia qualità, anzi forse troppo perfetto: i momenti musicali sono così alti e intoccabili che finiscono per tradire un po’ l’illusione di insieme, innalzando una storia tragica a un’estetica eccessivamente ricercata. La carica emotiva inevitabilmente si riduce, eppure il film ha commosso la critica, e dopo aver fatto piazza pulita ai Golden Globes si aspetta di fare altrettanto agli imminenti Oscar.

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