A teatro con Anna Karenina

Anna Karenina, per molti (autore compreso) il vero capolavoro di Lev Tolstoj, anche più dell’immortale Guerra e Pace, è un’altra volta trasferito dalla pagina scritta allo schermo.

di Isabella Parodi –  E’ Joe Wright a occuparsi di questa nuova ambiziosa trasposizione cinematografica, dopo i già ragguardevoli risultati di Orgoglio e Pregiudizio e Espiazione. Certo è che con i romanzi russi il coefficiente di difficoltà si alza di parecchio, specialmente se l’obiettivo si sposta sul capolavoro per eccellenza del realismo narrativo ottocentesco. Un romanzo così denso di tematiche e sfaccettature da renderne pressoché impossibile una trasposizione veramente completa: probabilmente non basterebbe mezza giornata di film e la scelta del focus non può che dare l’imbarazzo della scelta. Saranno i personaggi splendidamente tratteggiati nei loro limiti, eccezionalità, forze e debolezze? Sarà forse la crudezza dell’ambiente russo, con le strade ghiacciate di San Pietroburgo e le infinite distese di campagna? O magari quell’impietoso, crudo ritratto delle ipocrisie dell’alta società russa, con i suoi eventi mondani, l’ignorante snobismo, i pigri sollazzi alla Maria Antonietta e le infinite ingiustizie.
Joe Wright è un regista d’atmosfera e come tale sceglie l’ultima opzione, focalizzandosi innanzi tutto sulla scena: il film diventa una gigantesca quinta teatrale, con sfondi che scorrono, sfarzosi palcoscenici, scenografie bidimensionali e un pubblico onnipresente a osservare tutto comodamente seduto in poltrona, simbolo di quella stessa società invadente e inquisitrice da cui la protagonista sembra non avere scampo: Anna Karenina (Keira Knightley) è una donna giovane, acculturata, bella e ricchissima, ingabbiata come molti in un matrimonio di convenienza con il serio Alexei Karenin (Jude Law). Scoprirà l’amore e le gioie della vita con l’amante Vronsky (Aaron Johnson), ma innamorandosi i due supereranno il limite consentito dai quotidiani adulteri animaleschi (maschili e femminili) d’alta società, e la donna sopporterà fino alla fine il peso di quell’intollerabile e completo abbandono alla libertà.
I conflitti interiori si palesano nelle trame musico-visive: Wright chiama il suo evergreen italiano Dario Marianelli (già vincitore dell’oscar per la colonna sonora in Espiazione, ma distintosi per l’anarchismo musicale classico di V per Vendetta). Musica e scene si legano in modo indissolubile dando vita a un autentico spettacolo per gli occhi e per le orecchie: la scelta cade com’è giusto che sia sul classico, con un piacevole indugiare sulla sesta sinfonia di Tchaikovsky. Ma ciò non significa che Marianelli si sia limitato ad un facile ripescaggio a occhi chiusi di compositori ottocenteschi. Sono ben ventiquattro le tracce da lui composte, che se da una parte rispettano il genere classico, dall’altra strizzano palesemente l’occhio all’est Europa, attingendo a un repertorio folkloristico dal piacevolissimo sapore balcanico. Il soundtrack rivela quindi la doppia anima del romanzo: le fanfare allegre e danzanti di The Girl and the Birch o Can-Can rispondono ai momenti leggeri e felici tra i due amanti; le ballate lente e profondamente tristi come Someone is watching accompagnano strisciando la protagonista fino al suo declino, passando per il tema principale Dance with me riproposto in più stili e ritmi, che fa da sfondo al primo ballo di Anna e Vronsky, intenso e violento, metafora del tumulto interiore e della sfida. Nel momento stesso in cui Anna la accoglie, il treno inizia a sferragliare lentamente, finché il balkan lento e cadenzato di Anna’s last train segnerà la resa fiera e consapevole della protagonista.
Note, colori e simboli sono curati ossessivamente (ne valgono l’oscar per i costumi e una nomination per il soundtrack), ad ottenere un prodotto molto carico, al limite del kitsch. Strategia vincente finché quegli stessi dettagli non diventano gli unici protagonisti del film: il regista inglese si riconferma infatti (com’era prevedibile) ingenuamente giovane nella scelta degli attori. La sua musa Keira Knightley non è ancora all’altezza di un ruolo così impegnativo e sfodera puntuale il suo arsenale catalogato di espressioni; il dandy Jude Law d’altra parte non è credibile nei panni del marito tradito, quasi quanto il (troppo) giovane Aaron Johnson in quelli dell’amante che toglie il respiro.
Qualunque buon conoscitore delle pagine di Tolstoj non può che uscire dalla sala con l’amaro in bocca, alla ricerca di quei personaggi scavati nel profondo in modo così acutamente semplice, di quell’idealismo fuori posto tra i luccichii sfarzosi dell’alta società russa, di quella filosofia così d’avanguardia in un’epoca ancora troppo ottusamente retrograda.
Eppure riesce difficile liquidare il film con un lapidario “tanto fumo e niente arrosto”: forse perché in questo caso il fumo è troppo saporito da non lasciarci (almeno parzialmente) sazi.

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