Clint Mansell, l’uomo di Aronofsky

di Isabella Parodi – Da quando un giorno del lontano 1996 Clint Mansell abbandonò il ruolo di frontman nell’alternative rock band inglese Pop will eat itself, il cinema salutò uno dei più originali compositori di colonne sonore attualmente in circolazione. Il passaggio dal rock all’elettronica minimalista “da cinema e non” (sì, perché anche all’ascolto nudo e crudo Mansell piace molto), fu il lasciapassare  alla fortunatissima collaborazione dell’artista con l’amico neo regista Darren Aronofsky, fresco di laurea ad Harvard. “Dio li fa e poi li accoppia”, si dice: più che mai verità per questo duo cinemusicale, che sembra incontrarsi perfettamente nella poetica di ogni immagine, ogni nota.
Tutto comincia con l’esordio alla regia di Aronofsky in π – Il teorema del delirio, inno visionario alla matematica come linfa vitale di tutte le cose in natura, persino della stessa entità divina. Per capirlo, non serve conoscere frattali e integrali, basta sapersi perdere nei deliri psicotici del protagonista (uno Sean Gullette genio schizzato, ben più fuori di testa del Russel Crowe – Nash di A Beautiful Mind), facendosi cullare dalla colonna sonora vorticante e maniacale. L’electro anni ’90 domina la scena, sia nelle tracce di Mansell πr²2πr, scatenate e paranoiche, del tutto in linea col tetro bianco e nero del film, sia in quelle soffocanti ma decisamente più tranquille degli Orbital in P.E.T.R.O.L. e dei Massive Attack in Angel. 

Pochi, pochissimi anni e si firma il capolavoro. Requiem For a Dream riunisce il duo in uno dei prodotti più alti di cinema indipendente mai passato sugli schermi. L’accoglienza all’inizio è tiepida, ma in poco tempo l’etichetta “cult” diventa un obbligo.
Ma com’è che un film così ostico all’apparenza diventa cult generazionale? Sarà l’assoluta originalità della scrittura sul tema della dipendenza. Sarà il realismo quasi nauseante delle riprese. Sarà quello strepitoso utilizzo del fast motion ripetuto ed ossessivo. O magari sarà l’assordante climax del soundtrack, oramai simbolo del lacerante grido d’aiuto della dipendenza, sia essa dall’eroina, dall’amore, dai media o dalla magrezza.
Il brano Aeterna Lux è divenuto leggenda, con le sue armonie e pulsazioni costanti e le crescenti variazioni sulla base. Qui interpretato dai Kronos Quartet, la sua dialettica minimalista torna riadattata in ogni dove: per il cinema ne Il Signore degli Anelli – Le due Torri, Il Codice Da Vinci, Babylon A.D., Io Sono Leggenda ma anche in televisione per spot, eventi sportivi e chi più ne ha più ne metta.

La collaborazione continua col più discusso e strano pargolo di Aronofsky: The Fountain – L’albero della Vita, frutto di anni e anni di vicissitudini, e mai apprezzato appieno dalla critica. Qui più che mai immagini e musica viaggiano a braccetto, grazie alla come sempre superba colonna sonora di Mansell che coglie appieno la doppia anima del film, diviso tra la scelta tra bene e male: per il primo sarà il sussurro delicato del pianoforte, per il secondo la violenza stridente dei violini. Ma l’incontro dei due, per quanto disarmante e malinconico, raggiunge risultati eccelsi e assolutamente originali.
Due anni dopo, le delicatezze filosofiche lasciano spazio al mondo grezzo e duro del ring: The Wrestler gode di un Mickey Rourke in stato di grazia, in biblico tra un passato glorioso e un presente malinconico alle prese con la crudeltà del tempo che passa. Il soundtrack ben coglie entrambi gli aspetti, barcamenandosi tra l’hard rock di Scorpions, Slaughter, Guns ‘n Roses e Accept e alcuni più tenui toni hip hop. Ma soprattutto spicca il singolo originale vincitore del golden globe, l’omonima ballata melodica e insieme dolcemente rude di Bruce Springsteen: The Wrestler.

Dal wrestling alla danza classica: il balzo in qualità è compiuto con Black Swan (Il Cigno Nero), thriller psicologico del genere tanto caro ad Aronofsky in cui viene scomodato per l’ennesima volta il tema del doppio, ma per una giusta causa. La fragilissima e sessualmente frustrata Natalie Portman è prima ballerina nel celeberrimo balletto russo Il Lago dei Cigni e le tocca interpretare insieme sia il puro cigno bianco che le assomiglia così tanto, che il malvagio e disinibito cigno nero, in lei sopito da troppo tempo.
Ancora una volta, schizofrenia e paranoia si combinano, generando uno squisito sdoppiamento della personalità della protagonista che vede crescere ed esplodere il proprio rabbioso lato nero. Mansell segue l’inesorabile viaggio verso l’autodistruzione con una rivisitazione totale e molto “trash” (nel senso positivo del termine, ovvio) dell’arcinota melodia “carillonesca” di Tchaikovsky: aggiunte avvolgenti, variazioni ardite, aumenti spietati di volume nel clou della follia. E poi dramma, dramma e ancora dramma.
Non contenti, in pochi anni la coppia Aronofsky – Mansell si preparano a stravolgere nuovi topoi: c’è in cantiere Noah, resoconto del leggendario Diluvio Universale. Dal profano al sacro, dunque. Rischioso entrare in temi così delicati, specie se ci si porta dietro un approccio al cinema tutt’altro che tradizionalista. Eppure Darren Aronofsky non pare demordere, anzi si dichiara da sempre affascinato dal racconto biblico e non vede l’ora di travolgerlo con un’ondata di innovativa aria fresca. E noi ci fidiamo.

Natalie Portman ne Il Cigno Nero

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