Il primo maranza al governo: la recensione del libro di Mosa One

maranza

Identità in transito tra realismo sociale e magico: periferie, potere e immaginazione nel romanzo di Mosa One. 

Maranza” è stata una delle parole più googlate del 2023, tanto da sembrare un fenomeno linguistico nato sui social negli ultimi anni. In realtà, la sua storia è molto più lunga. L’Accademia della Crusca ne registra già un uso nel 1988, nel brano Il capo della banda di Jovanotti, dove indicava il “tamarro”, il “coatto”, il ragazzo percepito come volgare o eccessivo. Anche l’etimologia racconta molto delle tensioni sociali che la parola si porta dietro: sembra infatti nascere dalla sovrapposizione tra “maranza” — voce regionale meridionale per “melanzana” — e “Marocco” o “Marrakech”, termini usati nel Nord Italia con accezione dispregiativa verso i meridionali.

Più che cambiare significato, negli anni “maranza” ha cambiato bersaglio. Oggi il termine viene associato soprattutto ai giovani italiani di seconda generazione o a giovani immigrati che arrivano senza famiglia, spesso di origine araba o nordafricana: i nuovi “scomodi”, i nuovi corpi percepiti come fuori posto nello spazio pubblico, sui mezzi, nelle scuole, nei quartieri delle città. La figura del maranza finisce così per condensare paure sociali, stereotipi classisti e islamofobia.

Uno degli aspetti più interessanti del libro lo si nota ancora prima di iniziare a leggerlo, dal titolo: la volontà di riappropriarsi di un termine nato come etichetta discriminatoria.

“Maranza” viene sottratto allo sguardo stigmatizzante di chi lo usa per marginalizzare e trasformato in un’identità rivendicata, quasi in una dichiarazione di appartenenza culturale e generazionale. Un processo che ricorda da vicino quello avvenuto con parole come “troia” all’interno del femminismo: termini originariamente offensivi che, una volta reclamati dai soggetti colpiti, perdono parte della loro forza denigratoria e diventano strumenti di resistenza e riconoscimento collettivo.

La storia di questo Maranza intellettuale, Sami, è ambientata in una periferia dimenticata di questa giungla di cemento abitata da “persone [che] marciano tutte indifferenti come prodotti al supermercato, anzi scorrono…”. Il microcosmo in cui il protagonista ci trascina è pervaso dalla noia e dall’assenza tra scenografie quasi brutaliste — ex scuole abbandonate, garage arrugginiti, cantieri immobili, palazzi consumati dal tempo — eppure non rinuncia mai a una dimensione sospesa, animata da una serie di dettagli dai toni proustiani e da un vago realismo magico che, intrecciandosi con il realismo sociale, offrire ai personaggi brevi vie di fuga dal peso del disagio.

Sami, a causa di un trauma, decide di scendere in politica, stanco della situazione, e insieme al suo amico Andy fonda la LDG (=lontano dalla giungla).

Proprio grazie alla sua costruzione fortemente cinematografica, il romanzo riesce a mantenere costante quella sensazione dolceamara sospesa tra speranza e frustrazione. Le scene si susseguono alternando costantemente malinconia e slanci vitali, con cambi di atmosfera improvvisi: a momenti di durezza estrema seguono episodi teneri, ironici o carichi di energia collettiva.

Il trauma resta il motore invisibile dell’intera narrazione, ma l’autore evita di trasformarlo in pura estetica del dolore; preferisce invece spezzarne il peso attraverso dialoghi vivi, amicizie, sogni e piccoli gesti di resistenza quotidiana, fino alla decisione di candidarsi in politica. Il risultato è una sensazione costante di oscillare tra il desiderio di salvezza e la consapevolezza che quella salvezza potrebbe durare solo per un istante.

Stranieri in che senso?

Un romanzo che profuma di “spezie orientali e basilico” indaga nel profondo i temi dell’Identità, della migrazione e della cittadinanza. Elementi centrali dell’analisi sono pluristilismo (punteggiatura assente, autocorrezioni esplicite) e plurilinguismo: l’italiano perfetto di Sami, che odia la scuola, ma legge un sacco, quasi contrapposto all’italiano “degli immigrati” di Mahmoud e Faouzia (i genitori di Sami nel romanzo, ndr) – el esbesa, caboccia, basta al sugo.

Il risultato è un pastiche gaddiano, rappresentazione di una “generazione invisibile, una generazione che ha voluto piantare un seme lontano dal deserto, finendo a piantarlo in un’altra terra arida e prosciugata”. Lo si percepisce nella loro stanchezza cronica, figlia dell’alienazione da lavoro e della rassegnazione, da una paura affrontata con i piccoli rituali quotidiani e dalla speranza riposta nei propri figli.

«Il romanzo di Mosa One rivendica la complessità, il diritto alla contraddizione e alla trasformazione. Perché, in fondo, essere uno stereotipo quando puoi essere chi cazzo ti pare?»

Un prosimetro multimediale

Un altro elemento interpretativo chiave del romanzo è la sua natura multigenere e multimedia: prosimetro che alterna narrazione prosastica a traduzioni poetiche, slam poetry, testi rap, aforismi e preghiere, restituendo una fotografia introspettiva dell’anima del protagonista, forse dell’autore, o forse di ognuno di noi, oltre a rappresentare un bellissimo omaggio alle arti, non a caso, proveniente da un artista poliedrico (poeta, artista figurativo, autore, ecc.) come Mosa One.

I media giocano anche un ruolo fondamentale nella storia di Sami: la campagna elettorale si svolge infatti principalmente tra Instagram e un talk show televisivo che ricorda vagamente qualche programma di Rete4 con un certo signore dagli urli acuti. Nel capitolo, chiamato emblematicamente WWE -il gusto per il citazionismo postmoderno non muore mai- Sami adatta infatti il proprio approccio a seconda del “palcoscenico” su cui si svolge il dibattito politico, marcando una spia generazionale e rivendicando l’abilità e la consapevolezza di saper parlare la lingua della generazione a cui si rivolge, al contrario dei propri avversari, ancorati a modalità obsolete e anacronistiche. Strategie che si rivelano vincenti, ottenendo viralità, una delle forme di espressione del potere contemporaneo.

SPPT=Sindrome del potere post traumatico

Il tema della politica si intreccia inevitabilmente con quello del potere, capace di esercitare insieme fascino e repulsione. Se il potere può essere uno strumento necessario per perseguire la giustizia, il rischio è che la giustizia stessa finisca oscurata dalle dinamiche di privilegio e dalle seduzioni che il potere comporta. Chi occupa determinate posizioni, infatti, raramente vi arriva soltanto per merito: spesso dispone già del tempo, delle risorse e degli strumenti necessari per potersi dedicare alla competizione politica e culturale che quelle posizioni richiedono.

È una contraddizione che Sami sperimenta continuamente sulla propria pelle. A un certo punto del romanzo si trova diviso tra le proprie aspirazioni politiche e il peso delle necessità quotidiane, quelle che assorbono energie, tempo e possibilità fino a rendere il futuro un lusso difficile persino da immaginare. La sua non è soltanto una lotta interiore: è il sistema stesso a ricordargli costantemente quale sarebbe il suo posto, imponendogli di “sognare alla sua altezza”.

Alla fine, Il primo maranza al governo non è soltanto un romanzo sulla periferia, sull’immigrazione o sulla politica: è soprattutto un romanzo sul diritto di immaginarsi altrove rispetto all’identità che gli altri ti assegnano. Sami prova continuamente a fuggire dalle categorie dentro cui la società vorrebbe rinchiuderlo — il figlio degli immigrati, il ragazzo di quartiere, il maranza, il fenomeno nello zoo della giungla di cemento — e nel farlo trasforma la propria esistenza in un gesto politico ancora prima che elettorale. La vera rivoluzione del libro non sta tanto nella conquista del potere, quanto nella possibilità di ridefinire il proprio linguaggio, il proprio immaginario. In un presente che sembra voler ridurre tutto a slogan, stereotipi e identità monolitiche, il romanzo di Mosa One rivendica invece la complessità, il diritto alla contraddizione e alla trasformazione. Perché, in fondo, essere uno stereotipo quando puoi essere chi cazzo ti pare?

Fonte foto: Pagina Facebook Mosa One