SynthFest France 2026: dal Politecnico di Torino alla Fiera di Nantes

synthfest france 2026

Mi sono ritrovata davanti a una tastiera Yamaha pensando che forse non ho mai capito niente di musica. Non nel senso romantico del termine ma quasi esistenzialista: ho passato anni a raccontare di musica, a scrivere come suona, cosa trasmette e del perché valesse la pena viverla. Un reportage dal Synthfest France

Non mi ero mai soffermata a chiedermi come si costruisce tecnicamente. Quel sintetizzatore Yamaha, il MODX M6 per la precisione, aveva dentro drum, fiati, beat, era tutto già lì, da selezionare e suonare. Un’orchestra compressa, pronta all’uso, chiusa in una scatola di circuiti. Ridicolmente completa. Ho pensato, “a che cosa servono i musicisti se puoi avere a casa uno strumento che ti fa tutto?” Però sempre ridicolmente mi sono resa conto che i musicisti servono perché non sono in tanti a saper tradurre la propria lingua musicale attraverso quegli strumenti.

Io la guardavo quasi come se fossi tornata bambina, stupidamente meravigliata da qualcosa che esiste da sempre ma che sblocca qualcosa nel cervello per la prima volta.

Questa crisi è avvenuta in una bella giornata di aprile a Nantes, al Synthfest.

Il SynthFest France non è una fiera nel senso che vi immaginate

Non ci sono hostess, non ci sono stand con roll-up patinati, non c’è nessuno che ti mette in mano un depliant. È un posto dove ottanta espositori portano quello che hanno costruito, lo appoggiano su un tavolo, e aspettano che tu lo tocchi. Puoi toccare tutto. Anzi, devi.

Siamo arrivati al Centre de Congrès de la Fleuriaye al mattino, uno spazio culturale ristrutturato di recente, architettonicamente stupendo, a venti minuti dal centro di Nantes con il bus 85 direzione Souchais. PoliTek è un gruppo di studenti del Politecnico di Torino, principalmente dal dipartimento di elettronica, che costruisce strumenti open source.

Avevamo portato quattro progetti: il TS741, una rivisitazione del classico pedale overdrive TS9 in cinque varianti di clipping – una delle quali ottimizzata per i sintetizzatori, non solo per le chitarre. Il PoliKick, un adattamento Eurorack del leggendario kick dell’808 di Roland, con controllo CV e quella cassa bassa e profonda che non ha bisogno di presentazioni. Ultrasuono, un dispositivo open source che connette suono e ambiente attraverso sensori – funziona come registratore, pedale o controller MIDI, a seconda di cosa gli chiedi. E poi PSP, Plant Signal Processing: toccando foglie e steli di una pianta, chiunque può generare suoni, modellarli, aggiungere effetti. La pianta come strumento.

Il supermarchè Carrefour di Nantes ci ha visto provarla nel reparto giardinaggio prima di portarla, fisicamente, allo stand. E’ stata sul tavolo dello stand per tutta la durata della fiera. Io ero lì per documentare, tecnicamente. Ma documentare vuol dire guardare, guardare lì dentro è pericoloso.

Il primo stand che mi ha colpito era di Cœur de Son. Tamburi in tela vegana, organi di cristallo, tubalophones, monocordi, casse acustiche – tutto costruito a mano, con materiali vegani e in parte riciclati. Si definiscono “strumenti per il benessere”, il che in italiano suona strano, ma davanti ai loro oggetti capisci cosa intendono.

Avevano una serie di strumenti in vetro. Il principio è lo stesso del dito bagnato sul bordo di un bicchiere, quella frequenza che sembra venire da dentro le cose invece che da fuori. E poi una sedia. Ci si siedeva e dei sensori distribuivano vibrazioni in punti diversi del corpo: non musica che si ascolta, musica che si sente fisicamente, nelle spalle, nella schiena, nelle gambe. Non sapevo bene cosa stessi ascoltando. Non sapevo bene se importasse saperlo, o se bastasse stare lì seduta.

Poi c’era La Voix du Luthier , risuonatori acustici costruiti in legno pregiato, progettati per dare corpo fisico al suono elettronico. L’idea è semplice e radicale insieme: e se lo strumento digitale suonasse come se fosse vivo? Come se avesse una cassa armonica, una voce propria? Hanno lavorato con Hans Zimmer per Dune. Erano lì, a Nantes, con i loro oggetti bellissimi appoggiati su un tavolo.

Il Theresyn di Nori Ubukata e Cynthia Caubisens era in un angolo. Nori è un tastierista che nel 2013 si è innamorato del theremin, il primo strumento elettronico della storia, inventato nel 1920, e ha deciso che non bastava. Troppo limitato nell’articolazione, troppo statico nel timbro. Così ha cominciato a modificarlo, integrando un sintetizzatore analogico, un touchpad a pressione per controllare le dinamiche in tempo reale, e corde simpatetiche ispirate agli strumenti classici indiani, sitar e sarod, con un ponte Jawari fatto costruire artigianalmente in India. Il risultato è uno strumento che non assomiglia a nient’altro: puoi suonarlo nell’aria come un theremin tradizionale, o usare il touchpad per note veloci e attacchi percussivi che il theremin classico non può fare. Nori lo ha progettato da solo nel corso di anni. I circuiti li ha fatti costruire da Yves Usson, lo stesso che troverai tre stand più in là.

Charlotte Dubois suonava il theremin. Lo strumento che si suona nell’aria, senza contatto, nel mezzo di una fiera dove tutto invita a premere, girare, toccare. C’era qualcosa di deliberatamente stonato in questo, nel senso giusto.

Ho girato con la telecamera cercando di inquadrare tutto questo. A un certo punto ho smesso di inquadrare e ho iniziato solo a guardare. Succede.

Durante i giorni di fiera la gente girava in ondate. Dopo due giorni riconoscevi le stesse facce e hai capito dopo che molti erano artisti ingaggiati dalle aziende per le Demonstration: una sorta di mini-concerto integrato nella fiera, in cui qualcunx mostrava tutto quello che uno strumento poteva fare, quante variazioni, quante possibilità.

Ha cambiato un po’ la mia concezione di concerto, di ascoltare musica dal vivo. Non ho più bisogno di stare in piedi per sentire qualcuno esprimersi. A volte basta sedersi e capire cosa uno strumento potrebbe fare.

Team Politek

L’ultimo giorno, prima di smontare, abbiamo regalato la pianta a due ragazzi dello staff.

Si erano avvicinati il primo giorno, quasi per caso, forse attratti dalla pianta stessa, che in una fiera di synth è comunque una presenza insolita. Poi erano tornati. Avevano fatto domande, avevano provato, avevano passato del tempo con noi in un modo che al SynthFest sembra normale e fuori dal SynthFest probabilmente non succederebbe.

La pianta era collegata a un PCB. Il dispositivo legge i suoi segnali biologici e li trasforma in suono: è uno dei progetti di punta PoliTek, ed è anche la cosa più difficile da spiegare a parole e più immediata da capire quando la vedi funzionare. L’abbiamo portata fino a Nantes dentro una borsa, l’abbiamo sistemata allo stand, e alla fine è rimasta lì.

Non so dove l’hanno messa. Spero stia bene.

Ecco dove è finita

Nel mezzo di tutto questo, il SynthFest ci ha proposto di entrare nel Synth Farm, un progetto che vuole costruire ponti reali tra chi produce strumenti e chi li studia, tra aziende del settore e studenti universitari. Ci hanno chiesto di farne parte come istituzione. È una di quelle frasi che sul momento annuisci e poi, in treno, capisci cosa significa davvero.

Sono partita con una telecamera e la convinzione di sapere già abbastanza di musica. Ho passato tre giorni in un posto dove ottanta persone diverse stavano dimostrando il contrario, ognuna a modo suo, con il proprio strumento, con la propria ossessione.

Forse non è che non capivo la musica. È che non avevo ancora visto da dove viene.