Jodorowsky’s Dune: il più importante film mai girato?

Un progetto titanico, un cast stellare (da David Carradine a Salvador Dalì, passando per Mick Jagger), un budget milionario (circa 15 milioni di dollari). La storia dell’ambiziosa opera sci-fi mai realizzata da Alejandro Jodorowsky…

di Andrea Carobbio  –  In un caldo mattino di maggio del 1974 Alejandro Jodorowsky è seduto in una piccola stanza al quarto piano di un palazzina in rue de la Trémoille, Parigi. J. è vestito con un elegante completo grigio cenere di cotone leggero e ogni tanto si passa la mano tra le onde vaporose della sua capigliatura argentata. Davanti a lui, gambe accavallate e occhialoni in celluloide, c’è Michel Seydoux, un giovane produttore francese che gli ha appena fatto una domanda. Jodorowsky la risposta la conosce già, solo che gli piace masticarla un po’ in bocca. Alla fine, dopo un paio di minuti di silenzio, Jodo sgrana gli occhi come un bambino e dice solo una parola: “Dune”.

Jodorowsky allora è un regista cileno 45enne completamente fuori di testa. Non è uno scherzo. Nel 1973 ha girato La montagna sacra, una specie di trip surreale, blasfemo e alchemico finanziato da John Lennon e diventato in breve tempo un cult movie, proprio come il precedente El Topo, che invece somiglia a un western di Sergio Leone sotto effetto di acido. Alejandro Jodorowsky è un visionario, un santone della pellicola, fermamente convinto che il cinema debba essere prima di tutto una forma di arte spirituale. Così, quando Seydoux in quella piccola stanza nel cuore di Parigi gli chiede cosa vorrebbe girare ora, Jodorowsky pensa a un romanzo che travalica i limiti del conosciuto e che racconta un’epopea fantastica – usata come profonda metafora dell’attuale – che non avrebbe avuto eguali se trasportata su grande schermo.

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Alejandro Jodorowsky: outsider.

“Dune”, appunto. Pubblicato nel 1965 da Frank Herbert, è un po’ la Bibbia della letteratura fantascientifica e racconta, semplificando molto, la lotta tra la Casata Atreides – i buoni – e gli Harkonnen – ci siamo capiti – per il possesso del pianeta Arrakis, una specie di immenso deserto popolato da giganteschi vermoni famelici ma ricco di melange, una sostanza a quanto pare fondamentale per l’equilibrio dell’Universo. Se tutto questo vi suona in qualche modo familiare, tenete conto che Star Wars sarebbe uscito, non a caso, solo nel 1977.

Bene. Jodorowsky, dopo essersi rinchiuso in un castello nella campagna francese per scrivere la strabordante sceneggiatura, ha bisogno di mettere insieme quelli che chiama i suoi “guerrieri spirituali”, che poi è il modo romantico e vagamente squinternato che ha il buon Jodo per definire la troupe e gli attori. In realtà, quest’aria di mistica sacralità che aleggia intorno al regista ha perfettamente senso, perché a pensarci ci sarebbe voluto un vero e proprio atto di fede per decidere di partecipare al progetto – si trattava sulla carta di una pellicola incredibilmente ambiziosa, che avrebbe necessitato di straordinari effetti speciali e per di più Jodorowsky – che già di suo è un tipo che ridefinisce il concetto di bizzarro – aveva in mente di assoldare alcuni di più geniali, stravaganti, folli personaggi a disposizione su piazza.

Ad esempio. Il primo a entrare in squadra è Jean Giraud, più noto come Moebius, un fumettista di straordinario talento. E’ lui che, con i suoi disegni, dà letteralmente vita a un mondo fino a quel momento costruito solo a parole e lo fa in un modo magnifico – le sue tavole che compongono lo storyboard sono un mix di allucinazione, perizia tecnica e colori assordanti che già di per sé rappresenterebbero un capolavoro. A completare la squadra di creativi, oltre all’artista futurista Chris Foss, Jodorowsky scopre in un piccolo paese della Svizzera un giovane pittore incredibilmente cupo e inquietante che lo affascina per quella sua unica capacità di trasformare la materia in un incubo. Il suo nome è H. R. Giger, e tanto per capirci solo qualche anno più tardi avrebbe partorito il suo mostro più celebre, l’Alien di Ridley Scott.

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H. R. Giger alle prese coi bozzetti per “Dune”.

Creato l’Universo, ci vogliono gli attori destinati a popolarlo. Jodorowsky per primo ingaggia David Carradine che negli anni ’70 era diventato celebre per il ruolo di Kwai Chang Caine in Kung Fu, una furiosa serie televisiva che poi inspirò anche il Kill Bill di Tarantino.

Poi è il turno di Salvador Dalì, che in linea col suo personaggio fa una serie di richieste del tutto modeste: un elicottero personale, una parte importante anche per la sua Musa di allora – Amanda Lear -, una giraffa in fiamme e la cifra più alta mai pagata a qualunque attore, ovvero 100mila dollari l’ora. Jodo, che è sì pazzo ma non fino a questo punto gliene propone 100mila a minuto utile – in pratica per ogni minuto in cui Dalì sarebbe apparso realmente nella pellicola (ovvero al massimo tre), cosa che però fa andare letteralmente in solluchero il surrealista spagnolo. 

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German Granell Alvarez, Spain – “Dali, Jodorowsky y los relojes”

Infine, Jodorowsky riesce a convincere anche Mick Jagger – e non so se è chiara la portata, stiamo parlando del ’74, tra Goats Head Soup e It’s Only Rock ‘n’ Roll e Jagger è una star assoluta -, e a ottenere il sì dell’ormai pachidermico Orson Welles, che accetta solo quando Jodo gli promette di assumere lo chef del sul ristorante preferito di Parigi.

Manca solo la colonna sonora. Jodorowsky in questo suo messianico pellegrinaggio in cerca di anime folli arriva a Londra, agli studi di Abbey Road, dove incontra i Pink Floyd che hanno da poco pubblicato The Dark Side of the Moon e vengono da un’esperienza tutt’altro che esaltante col cinema – nel 1970 Antonioni aveva scartato cinque degli otto brani composti appositamente dalla band per Zabrieski Point. Ma Jodo, l’abbiamo capito, è un tipo convincente e riesce e strappare anche il loro l’assenso.

Il risultato finale è un librone pazzesco, spesso quanto un paio di mattoni impilati, con la sceneggiatura di Jodorowsky, lo storyboard di Moebius, le scenografie disegnate da Foss e Giger, gli effetti speciali spiegati nel dettaglio, il cast favoloso, la colonna sonora e soprattutto con una stima precisa del budget necessario per realizzare il film: 15 milioni di dollari – un cifra, va detto, davvero molto importante per l’epoca. Michel Seydoux consegna questo tomo – il leggendario Jodorowsky’s Dune, titolo poi ripreso nel 2013 da un bellissimo documentario di Frank Pavich praticamente inedito in Italia che racconta proprio questa storia – a ogni studio hollywoodiano, con la speranza di poter convincere i Grandi Produttori con un progetto già strutturato – per quanto per molti versi visionario.

Naturalmente è una pila di no. La totale incapacità di guardare oltre il proprio naso da parte delle major – completamente impreparate a comprendere la portata di una pellicola che nel suo profondo significato artistico e spirituale aveva ambizioni immensamente superiori al semplice intrattenimento – blocca sul nascere il progetto.

Ma il vero epilogo è un altro, e avviene una decina di anni dopo. Nel 1984 Dino De Laurentiis – che era rimasto affascinato da The Elephant Man – affida a David Lynch un nuovo adattamento di Dune. Jodorowsky lo viene a sapere, e sa che Lynch è pazzo a sufficienza da poterci tirar fuori un capolavoro e ci soffre. E invece, costato oltre 40 milioni di dollari, il film si rivela un flop colossale ed è clamorosamente brutto – confuso e kitsch, merita solo di essere ricordato per le faccine di Sting che sembra Nicolas Cage imbottito di LSD. Jodo un po’ ci gode e un po’ gli spiace. Ma in fondo gli importa poco. Sa che il suo Dune è già da tempo in circolo nelle vene creative di Hollywood – date un’occhiata ai film di Lucas, Spielberg, Zemeckis, Scott – e che continuerà a ispirare generazioni di registi, dimostrandosi uno delle pellicole più influenti di sempre pur senza aver mai visto la luce di un proiettore.

Credits immagine di copertina: Artist – Mikhail Borulko on Pinterest