Quale sarà il prossimo step di di Club To Club? Il report del festival torinese

Quarantatremila presenze, sette venue cittadine e un traguardo prestigioso: per la prima volta nella storia di C2C, la quota di pubblico internazionale ha superato quella italiana. La venticinquesima edizione del festival torinese si è chiusa confermandosi un punto di riferimento a livello italiano e potendo ora vantare una leadership europea nella youth culture (78% degli spettatori under 35). Alzare il tiro vuol dire anche puntare su un’esperienza globale sempre più efficiente e memorabile: in questo senso C2C può fare un passo ulteriore per migliorare la logistica e continuare a stupirci senza adagiarsi su un glorioso passato. Questo festival non si è mai semplicemente limitato a catalogare il presente dell’elettronica: è diventato negli il luogo di ritrovo e confronto in cui artisti e pubblico mettono in discussione la propria idea di musica-spettacolo. Una sfida complicata quanto entusiasmante, da rilanciare ogni anno. La strada per il futuro andrà in questa direzione? Report a cura di Anna Gallucci.

Day 1: OGR, tra magia da camera, cortocircuiti e derive metal

L’avvio alle OGR parte con la sperimentazione fluida di Wendy Eisenberg, ma è con ML Buch che la sala entra in una dimensione speciale. Il suo set inizia essenziale, con lei alla tastiera, per poi accogliere il Quartetto Pessoa: violini e violoncelli rileggono i brani aggiungendo uno strato acustico e vibrante. Una presenza che si percepisce non del tutto integrata nel DNA nativo del set, ma che proprio per questo funziona da valore aggiunto, regalandoci un livello di magia pura nell’atmosfera delle OGR.

Il cambio con DJ Python segna il primo cortocircuito della serata. Presentatosi incappucciato e praticamente impossibile da valorizzare sul piano della resa visiva, propone visual bizzarri e una frequenza di BPM forse troppo alti subito dopo l’introspezione d’archi di ML Buch, spezzando la continuità emotiva.

Con The Avalanches la percezione di scissione dalle edizioni passate si fa evidente: il duo australiano firma un dj-set costruito per scolpire la storia della propria nostalgia, dimostrando come gli artisti stessi abbiano voluto contribuire a un’idea di rottura rispetto ai loro soliti live e alla storia del festival.

Shygirl scardina ogni aspettativa: con chitarra e batteria il suo live diventa quasi un concerto metal. Un set ambiguo per i clubber di “Club Shy”, ma per gli OG fan una delle vette dell’edizione.

L’impatto di Shygirl rimarca con forza questo cambio di marcia. Chi la conosce principalmente per le selezioni da club resta spiazzato di fronte a uno show viscerale dove ci si lancia senza freni, firmando una delle performance più coraggiose e riuscite per la vecchia guardia del festival.

Day 2: Lingotto Fiere, l’ascolto sacrale e la nuova sintesi avant-pop

Il passaggio al Lingotto si apre con i Chanel Beads: la band newyorchese convince fin da subito per presenza scenica, movimento e un’ottima gestione della resa dal vivo, avvolta in quella caratteristica conchiglia dal suono nostalgico che ricorda da vicino l’alt-pop di marca The 1975 o The Neighbourhood.

Sul Main Stage, la sequenza con Underscores e Oklou mette a fuoco la reale quota avant-pop dell’edizione, dimostrando come il pop a C2C non sia una concessione commerciale, ma la misura della risonanza emotiva interna alle avanguardie:

Underscores: Semplicemente stupenda. Progetta un set divertente, movimentato e accompagnato da visual spassosi per presentare l’ultimo album U. Vera e propria figlia spirituale di Skrillex e 100 gecs, sceglie di cantare i suoi pezzi pop anziché proporre un dj-set — d’altronde, essendo appena tornata dal tour americano con Charli xcx, magari non aveva la chiavetta pronta — facendo divertire tutta la sala.

Oklou: Lontana dal ricordo critico del Primavera Sound, segnato da una vera e propria tormenta a cielo aperto, la dimensione indoor le restituisce pieno respiro. Sospesa su un’altalena a tutta altezza, incanta il pubblico con perle intime come God’s Chariots e Take Me by the Hand, prima del duetto con Underscores su Harvest Sky, il cui finale ha fatto letteralmente rimbalzare le pareti del Lingotto insieme a noi.

A colpire durante questi set è la straordinaria concentrazione del pubblico: trovandosi vicini alla regia si notava l’assenza totale di vocio insensato. Vedere una platea giovanissima cantare all’unisono senza perdersi in chiacchiere restituisce una sensazione piacevole e di grande fiducia nell’ascolto.

Poco dopo, Robyn cattura la scena da vera icona pop, trascinando il pubblico (e in particolare la comunità queer) con un canto coinvolgente, pazzo ed elettrizzante, culminato nell’apparizione a sorpresa di Yung Lean per il remix di 360.

La forza d’attrazione del Main Stage ha tuttavia finito per mettere in ombra la programmazione del palco Dazed. Se lo showcase dell’etichetta di Nicolas Jaar (Other People) offriva spunti di valore, la scelta di dedicare 7 ore a un solo dj-set di Theo Parrish è apparsa eccessiva: per quanto il personaggio meriti tutti i plausi, ridurlo a 3 ore avrebbe evitato di monopolizzare la sala e avrebbe distribuito meglio l’attenzione verso altri artisti.

In chiusura di giornata torna Arca per la terza volta in cinque anni. Il suo dj-set parte con una trama ben strutturata e concettuale, ma viene sfortunatamente penalizzato da due blocchi tecnici consecutivi che disconnettono l’attenzione della pista, lasciando scivolare il finale verso la notte.

Day 3: Il culto di Kelela, il folk di Joanne e la cumbia di Chuquimamani

Il secondo appuntamento al Lingotto conferma la qualità della ricerca collaterale: l’accoppiata tra il folk intimo di Joanne Robertson e la voce di Fine riesce a rendere pieno merito all’hype viscerale creatosi attorno a Jazz Dreams, creando una trama acustica delicata e avvolgente.

L’evento più atteso dell’intero festival resta però il live di Kelela. L’impatto visivo è potente: sale sul palco avvolta da fumi densissimi, vestita da Catwoman con un punto luce al centro del petto in pieno stile Avengers. Il suo show è una sintesi perfetta dove grunge, R&B e deconstructed clubbing convivono naturalmente nei brani di New Avatar e in pietre miliari come Rewind, coronate da una rilettura monumentale di Teardrop dei Massive Attack che lascia la sala a bocca aperta.

A seguire, Chuquimamani-Condori (in veste DJ E) sorprende la pista proponendo una cumbia elettronica dai BPM eccezionalmente lenti, che riesce comunque a far sgambettare tutti i presenti. Per il pubblico torinese, che lo conosce bene per le sue passate esibizioni in città, si tratta di un’altra dimostrazione di come il suo folk latino unito all’elettronica sappia ogni volta spiazzare e divertire.

Day 4: La solennità di Carl Stone, l’ipnosi di Grouper e l’incanto di Marina Herlop

La giornata conclusiva della domenica riesce a dare forma e senso al concetto di trasformazione e nostalgia, aprendosi con la lezione di Carl Stone: collocare un pioniere dell’elettronica in apertura di giornata poteva sembrare una scelta azzardata, ma nel percorso domenicale assume un valore concettuale chiarissimo, offrendo uno spazio di rispetto alla storia del suono.

Subito dopo, Grouper regala una performance di rara intensità, dove l’ambient e la noise sfociano in una catarsi profonda. La costruzione dell’atmosfera è di una delicatezza unica, capace di ammutolire la sala e portare tutti in uno stato di ipnosi collettiva, preparando il terreno per Marina Herlop.

Marina Herlop e la sua band firmano uno dei set migliori dell’edizione: un viaggio colorato e sognante tra percussioni ipnotiche e vocalismi fuori di testa.

Il live della compositrice catalana si rivela una scoperta straordinaria. Presentando i brani del nuovo album Dja Dja, la Herlop richiama certe esplorazioni vocali vicine a Daniela Pes, ma le proietta in una dimensione fittizia, fiabesca e colorata. Insieme alla sua band trascina l’area cult delle OGR in un silenzio religioso, dove ogni strumento regala i brividi per complessità e resa scenica.

Verso la chiusura, gli Headache portano in scena la loro poetry music fondata su campionamenti di brani celebri, citazioni post-internet e un’attitudine meme-core scandita da campioni alla “Fah!”.

A sigillare l’edizione ci pensa Lorenzo Senni, che dimostra di rappresentare per il pubblico attuale ciò che Gigi D’Agostino è stato per i Millennials: una figura totemica in grado di sollevare la piazza. Presentando il materiale del prossimo album All Ages, Senni devasta la sala a colpi di breakcore, IDM e influenze grunge portate all’ennesima potenza.

Riflessioni a venticinque anni: evoluzione, identità e logistica

Avere 25 anni — la stessa età di C2C e di chi scrive — significa anche imparare ad accettare ciò che è stato e comprendere la necessità di una trasformazione, anche quando questa prende una piega radicale che non tutti riescono a condividere subito. Le critiche emersa durante i quattro giorni sono comprensibili, ma la forza di questo festival sta nella sua capacità di fungere da connettore umano: un punto di ritrovo per accogliere amici lontani e per vivere una quotidianità diversa dal solito.

Il cambiamento si riflette in scelte precise: orari riorganizzati, uno spazio d’azione ampliato e una sintonia forte con le istituzioni culturali della città, come la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e la Pinacoteca Agnelli, garantite a titolo gratuito per i possessori di Passport.

Rimane tuttavia aperta la necessità di un’analisi lucida sugli aspetti logistici. La transizione organizzativa seguita alla scomparsa di una figura visionaria come Sergio Ricciardone richiede tempo e aggiustamenti. Se l’obiettivo dichiarato è fare di Torino un punto di riferimento per la cultura giovanile e internazionale – come confermato dal 78% di presenze under 35 e dal sorpasso del pubblico estero su quello italiano –  i servizi accessori devono essere potenziati per garantire ancor più accessibilità e scorrevolezza a chi vive il festival.

Le basi per il futuro sono solide e poggiano su un quarto di secolo di storia capace di superare pandemie, crisi e contesti complessi. Con un po’ più di coerenza e attenzione ai dettagli organizzativi, la strada resta spianata. Ci vediamo dal 28 al 31 ottobre 2027 per la ventiseiesima edizione.