La dea lüria è emersa dal torrente Cervo: il report di Piedicavallo Festival

Nell’alta Valle Cervo, nella seconda metà di agosto, da tre anni a questa parte si svolge la sezione lüria di Piedicavallo Festival. Prende il nome dalla dea-demone rappresentata dalle narrazioni popolari del luogo: quando essa emerge dalle acque in piena del torrente, trasforma il territorio, riconfigurando temporaneamente lo spazio e il tempo del Paese. Proprio come fanno i tre giorni di concerti, dj set, interventi performativi, passeggiate, proiezioni di cinema sperimentale e laboratori sotto la direzione artistica di TUM. Il report della giornata di sabato 22 agosto. A cura di Edoardo D’Amato.

La Valle Cervo è un luogo misterioso. Nelle narrazioni popolari si tramandano storie di masche, fate, eresie. Una di queste ha suo malgrado come protagonista lüria, che in dialetto piemontese significa “lontra”. Una leggenda biellese secolare la descrive come la personificazione di un genio maligno o di un animale fantastico, che attira nei vortici del torrente Cervo in piena chi si avvicina troppo e fissa le acque turbinose. Si trattava in realtà di un monito rivolto soprattutto ai bambini, per convincerli a stare lontani dal fiume in piena. Anche per via di questi racconti, le lontre non se la passavano benissimo: un tempo abitavano tra le rive e le pietre del Cervo, dove facevano i nidi. Ma erano considerate animali sporchi e cattivi, spesso associati a figure femminili maligne e prostitute. I cacciatori perciò le cacciavano e le uccidevano.

Da tre anni, Piedicavallo Festival ha dato un nuovo significato a questa storia: il rimestio del torrente non come un segno malaugurante, ma piuttosto una trasformazione naturale e necessaria. Un ragionamento che sta alla base anche della programmazione della rassegna: due settimane di musica classica fino a metà agosto, ovvero la sezione sarv (in italiano “cervo”, ovviamente), e poi il cambiamento totale con lüria, la parte sperimentale. Tre giorni di live, dj set, interventi performativi, passeggiate, proiezioni di cinema sperimentale e laboratori, che riconfigurano momentaneamente lo spazio e il tempo del Paese. Proprio ciò che accade quando la dea-demone lüria emerge dalle acque in piena.

Oh My!
Una lontra di mare al largo di Seward, Alaska
© Harry Walker/The Comedy Wildlife Photography Awards 2019

A coadiuvare il tutto la sapiente direzione artistica di TUM, realtà già ideatrice di Jazz Is Dead e di molti altri eventi in giro per il Piemonte. Prendendo in prestito le parole del direttore Alessandro Gambo, «Piedicavallo Festival si è “messo in gioco” da quando, cinque anni fa, ha deciso di aprirsi a nuove visioni artistiche, sonore e di fruizione. Un percorso che a distanza di un lustro lo ha trasformato in uno degli appuntamenti tra i più interessanti del panorama musicale alternativo e di avanguardia italiani (e non solo)» . L’edizione 2026 è stata si all’insegna della sperimentazione radicale, ma anche della festa, della libertà espressiva, tra un concerto e una performance, un dj set e un laboratorio. Come ogni anno, è Piedicavallo stessa ad essere la grande venue dove accadono gli eventi: sotto il tendone del pratone sulla sponda del Cervo, in giro per le viuzze del Paese e dentro al Tempio Valdese e al Teatro Regina Margherita.

Personalmente ho partecipato insieme ad amici alla giornata di sabato 22 agosto. Giusto il tempo di rifocillarsi con un panino del bar del paese dopo la trasferta da Torino, ed ecco che parte subito la passeggiata sonora di Arthur Chambry. Polistrumentista, cantautore e costruttore di strumenti, ci fa esplorare le stradine di Piedicavallo, fermandosi di tanto in tanto per proporre performance improvvisate, che diventano occasioni di incontro e di dialogo con pubblico e paesaggio. E così succede che mentre qualche coraggioso volontario si cimenta a suonare flauti e tamburo, Chambry sfila letteralmente suonando i suoi zoccoli ad ogni passo, sotto gli sguardi incuriositi degli abitanti sui balconcini.

Una vecchina guarda la performance di Arthur Chambry dal suo balcone

La commistione di arti e generi è la cifra stilistica del Festival: lo ribadisce l’esibizione di Martina Auddino insieme a Davide Ellena e Edoardo Tritto, dove la danza contemporanea incontra la chitarra classica. Commovente l’omaggio finale a Fernando Sor, compositore spagnolo di inizio ‘800 che ebbe un ruolo decisivo nello sviluppo del repertorio e della tecnica della chitarra. Si cambia completamente mood con Roxanne Métayer: con il suo violino e i field recordings crea un’esperienza sensoriale di forte impatto. Sembra di essere trasportati in una foresta, e invece siamo dentro al Tempio Valdese.

In contemporanea a Sponde sta andando in scena il set di Big Hands: qui la tecnho incontra lo psych rock e il free jazz. Si fa in tempo a ondaeggiare un po’ sotto il tendone e a mangiare una deliziosa lasagnetta vegetariana, prima che arrivi il piatto forte della serata, ovvero il concerto dei Širom. Iztok Koren, Samo Kutin e Ana Kravanj portano al Teatro Regina Margherita il loro folk immaginario suonato attraverso uno stuolo di strumenti della tradizione globale, come viola, ghironda, balafon, banjo, lira, cetra, saz, idiofoni, percussioni di ogni tipo, armonium. A questi ne aggiungono altri autocostruiti. Un’abbondanza che di per sè non significherebbe nulla se non fosse sostenuta da una proposta musicale sontuosa e un’attitudine live seducente.

Alcuni strumenti sul palco dei Širom

I Širom sono imprevedibili: non sai mai quello che capiterà sul palco, ma è certo che quei tre sapranno ammaliarti. E riescono a farlo anche con oggetti di uso comune, come uno scotch o uno specchietto strofinato con una gomma. Con una canzone liberatoria o con un grido di dolore struggente. A spettacolo terminato, il pubblico si guarda negli occhi, consapevole di aver assistito a qualcosa di speciale. É la tipica sensazione del “Cosa cazzo ho appena visto?”, che a Piedicavallo mi è capitato non di rado di avere in questi anni: penso al live di Paolo Angeli al Tempio o a quello di Pierre Bastien al Teatro.

Difficile voltare pagina dopo un concerto del genere. C’è chi preferisce andare subito nel pratone dove c’è il dj set trance dance di Kuba ’97 e chi invece rimane in zona Teatro per assistere alle proiezioni in 16mm di Gaëlle Rouard, filmmaker che dal 1992 lavora con il cinema analogico. Entrambe le scelte si rivelano azzeccate perché sono tutte e due diametralmente opposte ai Širom. Rouard ci trascina nel suo mondo fatto di corti magici e musiche rarefatte. Un cinema allucinato, da cui ci facciamo cullare prima di risvegliarci e salutare Piedicavallo con in lontananza i suoni altrettanto ipnotici di Kuba ’97.

Non sappiamo se e come si manifesterà lüria nei prossimi tempi, ma una cosa è certa: quello che sta succedendo in alta Valle Cervo in questi anni è prezioso. E continueremo a raccontarlo, proprio come si fa con le leggende popolari.