“Che il Salone del Libro possa portarvi la stessa curiosità dei ragazzini”

Spunti di riflessione dopo la maratona del Salone del Libro 2026.

La prima volta che ho visto la locandina del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 non ero tra i padiglioni del Lingotto, ma negli uffici del Salone, durante il mio tirocinio curriculare all’interno dell’area comunicazione.

Era dicembre, mancavano ancora mesi all’apertura ufficiale e sul tavolo c’erano diverse proposte per il tema di questa 31esima edizione: “Il mondo salvato dai ragazzini“, tratto dall’opera di Elsa Morante. Tra queste c’era anche l’opera abbozzata della Giandelli, piena di volti, vegetazione, stratificazioni visive e dettagli quasi ingestibili. All’epoca sembrava troppo carica, difficile da declinare, quasi eccessiva. Eppure c’era qualcosa in quelle figure adolescenziali, nelle loro espressioni sospese e nella natura che invadeva l’immagine, che riusciva a raccontare perfettamente il tentativo di immaginare un altro modo di stare al mondo.

Ripensandoci adesso, dopo cinque giorni passati dentro il Salone tra pioggia, vento e padiglioni affollati, mi sembra che il vero senso di quel tema non fosse nei grandi slogan stampati sui muri o nei panel più fotografati, ma nascosto nelle zone laterali della fiera. Nei tavoli pieni di fumetti spillati, nelle micro-case editrici, nelle persone che parlavano di carta, stampa e traduzione come se fossero ancora questioni importanti.

Da bambina vivevo il Salone come una gigantesca gita fuori porta dalla provincia. Era il posto dove convincere i miei genitori a comprarmi libri illustrati e tornare a casa con lo zaino pieno di segnalibri, adesivi e gadget inutili. Crescendo, però, ho iniziato a osservare anche tutto ciò che tiene in piedi questi grandi eventi culturali: la macchina organizzativa, le contraddizioni, gli spazi che riescono a sopravvivere ai margini delle grandi strutture editoriali.

Forse è stato proprio questo doppio sguardo, metà affettivo e metà professionale, ad accompagnarmi durante questa edizione. Più che cercare “il grande evento”, mi sono ritrovata a rincorrere piccole conversazioni e realtà indipendenti sparse nei primi padiglioni. Un Salone laterale, meno appariscente, ma probabilmente più vicino a quel mondo salvato dai ragazzini evocato dalla Morante.

Non sarà un reportage day-by-day, sarà un racconto più “concettuale”.

Primo padiglione del Salone del Libro 2026: il mondo salvato dal basso

Il primo padiglione era dedicato ai nuovi editori e alle case editrici appena nate, con l’area self-comics popolata da autori di fumetti indipendenti. Qui ho trovato tantissimi autor* interessanti, a tratti ai limiti dello sbacchettamento underground di fumetti politici.

Ho incontrato Momo Edizioni con i libri di Franchino er Criminale, foodblogger e content creator romano: un testo che mi incuriosiva in particolare era “Vecchi di merda” di Mattia Tombolini. Passando per la Romania con Besa Muci Editori, ho trovato anche la rivista culturale Ramen Culture, una zuppa di arte, fumetti e società nata ad Ascoli Piceno. Verso l’area self-comics ho conosciuto i ragazzi di Tölt Comics House e di Viscossa.

Subito a lato, complice il mio recente viaggio a Pisa, ho notato il fumetto di Sara Menetti “Un brevissimo viaggio a Pisa”, che mi ha fatto molto ridere. Racconta come ha visitato la città, e penso che sia un’esperienza universale, a meno che tu non sia un gringo lobotomizzato appena arrivato da Firenze che scopre la torre per la prima volta: in quel caso, probabilmente, la vedrai diversamente. Sara Menetti fa parte di Mammaiuto, un collettivo indipendente composto da 11 fumettisti.

Sempre in questa area mi sono fermata su un testo che mi aveva particolarmente colpito: “Typonaut“. L’editore mi ha spiegato che si tratta di una tesi di laurea in forma di fumetto, un manuale per capire il valore e l’importanza del type design. Un piccolo manuale illustrato, divertente e utile soprattutto per chi non sa quanto lavoro ci sia dietro un manifesto o le scritte che si fanno sui treni. Ho incontrato infine gli amici di Sputnik Press, la versione editoriale del festival di fumetti più famoso, e forse l’unico, della Basilicata.

Il padiglione 1 è famoso per la torre dei libri, che quest’anno mi sembrava forse un po’ più piccola rispetto agli anni passati. Accanto troviamo lo stand della Città di Torino con nuovi gadget legati al rebranding dei quartieri: compilando un questionario ti venivano donati spilla e sticker del tuo quartiere. Da donna di collina trasferitasi a San Paolo, ammetto di aver avuto un momento di sorpresa nel trovare lo sticker di Cavoretto.

Completano il padiglione editori più orientati al fumetto mainstream come J-POP e Panini, e l’immenso stand del Libraccio con una selezione di libri scontati dal 25 al 50%.

Il Padiglione 2 si è rivelato avere la selezione più interessante di tutto il Salone

Vi segnalo gli stand che ci hanno colpito di più.

Subito vagando tra gli espositori ci siamo fermati alla torinese ADD Editore, casa editrice gestita da Francesca Mancini e Paolo Benini. La loro selezione è ampia e diversificata: i testi che mi sono rimasti più impressi sono “Diritto al malessere” di Sadagari, “Io di amore non so scrivere” di Giulia Muscatelli e “Atlante delle donne” di Joni Seager. Una collezione che mi incuriosisce ogni anno è Pharmako, la trilogia di Dale Pendell composta da “Dynamis”, “Poeia” e “Gnosis”, dedicata al rapporto tra piante psicoattive e salute mentale.

Girando ancora abbiamo scoperto Italo Svevo Editore, dove mi ha incuriosita “Incursioni” di Maddalena Fingerle, e WOM Edizioni con la collana Rosa, dedicata alla letteratura erotica, tra cui “Confessioni di un omosessuale a Émile Zola” di autore anonimo. La casa editrice, come Accento, punta su letteratura straniera e italiana caratterizzata da humor nero e comicità.

Accento, casa editrice milanese, fa un lavoro continuo di riscoperta di letteratura classica straniera inedita, cercando volumi mai ristampati, affiancato dalla pubblicazione di nuove voci della letteratura contemporanea. “Under 25, oltre lo sguardo” racconta bene il loro lavoro: una raccolta di brevi testi di giovanissime penne under 25. Altri titoli consigliati direttamente dallo stand: “Cartilagine” di Giulio Iovine e “Baba” di Mohamed Maalel.

Verso la fine del padiglione 2 c’è un lungo corridoio di letteratura ibrida, dove abbiamo trovato Sabir Edizioni. La storia dietro il nome è curiosa: ho chiesto cosa significasse “Sabir” e mi è stato spiegato che era una lingua commerciale mediterranea. Per dirlo meglio: fu un idioma pidgin parlato in tutti i porti del Mediterraneo tra l’XI e il XIX secolo. La casa editrice costruisce il suo catalogo intorno al racconto dell’incontro con il diverso, della scoperta di culture altre senza pregiudizi né stereotipi.

Tra i volumi che consiglio caldamente c’è “La scoperta di Casimiro” di Antonio Bonanno: la storia di un bambino un po’ ansioso di uscire di casa che impara a lavorare a maglia grazie alla nonna, ma, insoddisfatto dei materiali, decide di affrontare la propria paura dell’esterno cercando il filato migliore del mondo. È un racconto illustrato sulla parte più bella del viaggio, che non è il viaggio in sé ma ciò che incontri lungo il cammino. Raccontato senza pregiudizi e senza spiegare il perché il bambino non voglia uscire, quelli sono fatti suoi: il racconto parte dalla presa di consapevolezza e dalla necessità di sviluppare una competenza nuova, quasi un linguaggio.

Terzo Padiglione: Il punk non muore mai

Il terzo padiglione, dedicato agli editori emergenti e alla letteratura per ragazze e ragazzi, anticipa il padiglione 4 con le attività per bambinx e ragazzx. La letteratura young adult è ormai un po’ lontana dai miei interessi, ma il padiglione nascondeva alcune sorprese.

In quest’area erano presenti anche le istituzioni universitarie: Università degli Studi di Torino, Politecnico di Torino e Università del Piemonte Orientale. C’era anche una fila chilometrica per il buono lettura di EDISU, da 10 euro: valido, per carità, ma con i libri che costano mediamente 16-18 euro lo sconto si percepisce a malapena. Si poteva fare di più.

Proseguendo abbiamo scoperto varie case editrici. Tra quelle che mi sono rimaste nel cuore c’è Tangerin Edizioni, casa editrice indipendente napoletana che affronta temi transfemministi, postcoloniali ed ecologisti. Nello stesso filone, TLON Edizioni con “Il piacere sovversivo” di Alessia Dulbecco e “PlayHer” di Giulia Martino. Da Alegre Editori abbiamo trovato i saggi di Angela Davis e un testo sull’economia femminista a cura di The Care Collective.

Abbiamo scoperto anche Navarra Editore, casa editrice palermitana che ci ha tenuto a raccontarci della propria realtà, del senso di vicinanza a Peppino Impastato e a Radio AUT, e che esponeva dei poster di Franco Battiato semplicemente per passione, non per promozione di un titolo in catalogo come ingenuamente pensavo. Ci hanno consigliato “Fimmine” di Luana Rondinelli, un testo con quattro opere teatrali dedicate a Penelope, Giacominazza, Gerico e un monologo su Rosa Balistreri. Mi avevano incuriosito anche “Se Colapesce si stancasse” di Alan David Scifo e “Quando Palermo sognò di essere Woodstock” di Sergio Buonadonna, un saggio sull’esplosione musicale avvenuta al Parco della Favorita nell’estate del 1970.

Un’altra casa editrice particolare è stata Langella Editori con “Passione per il fuoco” di Michelangelo Fornaro, dedicato all’arte pirotecnica partenopea. Lo stand mi ha fatto sorridere ma anche riflettere: può uno stereotipo negativo essere raccontato in modo da trovare una motivazione e ridurre il danno d’immagine su un’intera popolazione?

Per concludere il giro abbiamo conosciuto Atlantide con “Le voci si fermano” di Olivia Fitzsimons e “Tenera è l’acqua” di Sebastiano Nata. Ci siamo fermati anche dagli editori più dark: Mercurio Books con “Sangue madre” di Kim Bohyun e Hollow Press con “Crystal Bone Drive” di Tetsunori Tawaraya, un manga bellissimo stampato con inchiostro argentato su carta nera. Molto interessante anche Shintaro Kago con “Parasitic City”.

Menzione d’onore allo stand di Interno4 Editori, che si occupa di tenere vivo il nome del punk attraverso le proprie pubblicazioni cartacee. Ci ha colpito subito il catalogo della mostra “Felicitazioni! CCCP Fedeli alla linea 1984-2024”, che mi mangio le mani di non essere riuscita a vedere. Parlando con l’editrice abbiamo scoperto anche “Negazione. Collezione di attimi” a cura di DeeMo, pioniere del collettivo bolognese Isola Posse All Stars. Roba che non potrò mai capire fino in fondo, non per disinteresse ma per ragioni anagrafiche: quegli anni ottanta non li ho vissuti, e certe memorie appartengono a chi c’era.

Abbiamo incontrato anche Hacca Editori con il nuovo numero della rivista “Naviganti d’Appennino”, intitolato FRSSSCH. E abbiamo avuto il piacere di chiacchierare di musica indipendente con Hamilton Santià, che ha pubblicato per effequ “Sotto traccia. Una storia indie contemporanea” e ci ha regalato una copia del libro, sperando che possa essere simbolo di pace e future collaborazioni tra pirati che navigano nell’industria musicale.

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Non voglio dilungarmi su tutti gli stand che abbiamo visto: oltre all’Oval, non abbiamo avuto il tempo materiale di assistere a tutti i talk o a tutti i laboratori. Ma forse proprio questa immensità, di attività, panel e momenti di interazione, mi ha messo qualche dubbio: sono nel posto giusto per me? Sbaglio a non vivere il Salone in maniera così completa? O è oggettivamente troppo grande per essere vissuto, e raccontato, pienamente?

Vi lascio con questi dubbi, ricordandoci la frase di chiusura della conferenza stampa: “che il Salone possa portarvi la stessa curiosità dei ragazzi“.