Chitarre, caos e ironia al concerto dei Wavves all’Arci Bellezza

I Wavves, protagonisti della scena surf punk e garage californiana dal 2008, suonano a Milano il 4 marzo all’Arci Bellezza, sold out e stracolmo. Tra vecchi classici e brani dall’ultimo album Spun del 2025, il club si trasforma in un’onda travolgente di chitarre, sudore e caos… Report a cura di Federico Nicoli.

C’è qualcosa di non casuale nel fatto che il concerto si apra con Way Too Much. Il titolo è già una dichiarazione d’intenti: troppo rumore, troppa energia, troppo movimento sotto palco. Basta pochissimo per capire la direzione del live. Alla seconda canzone, Idiot, un cocktail parte dal mosh pit e mi arriva dritto in faccia. Mi asciugo come posso, rido, e recupero il mio amico, bagnato di birra. Apprendiamo sulla nostra pelle cosa significhi un concerto dei Wavves.

Nati a San Diego nel 2008 attorno al cantante e chitarrista Nathan Williams, i Wavves hanno costruito un’identità chiara: sonorità sporche, melodie pop immediate e un equilibrio solido tra surf punk e garage rock. Dal vivo la scaletta attraversa tutta la discografia: dall’album chiave King of the Beach (2010) fino al recente Spun (2025).

Brani veloci, rumorosi, travolgenti. I Wavves non fanno scena: suonano forte e basta. Tra una canzone e l’altra, Nathan Williams si concede momenti di dialogo con le prime file. Qualcuno prova a chiedere pezzi fuori scaletta. Lui sorride, scuote la testa.

“Quale? Nemmeno la ricordo.”
“Comunque no.”
“Non sono un juke-box.”

Sotto il palco succede di tutto: qualcuno canta, qualcuno cade, qualcuno vola sopra il mosh pit. Tra la folla si intravede anche Aimone Romizi con la sua band, i Fast Animals and Slow Kids, a testimoniare il fascino di questo concerto anche sulla scena musicale italiana.

Quando il set sembra avviarsi al termine succede una piccola scena che riassume lo spirito del momento. Il batterista si allontana dal palco. Per qualche secondo nessuno capisce bene cosa stia succedendo. Poi ritorna con una cassa di birra e una bottiglia di whisky tra le mani, accolto dalle urla della sala. Il concerto diventa ufficialmente una festa.

Dopo un’ora di surf punk rumoroso e mosh pit continuo, la melodia più malinconica di Green Eyes distende il pubblico, accompagnando il finale verso un momento sospeso. 

Le luci si riaccendono e le chitarre si spengono. L’Arci Bellezza torna lentamente alla normalità. Qualcuno recupera la giacca, qualcun altro scuote la testa ridendo ancora per il cocktail volante, qualcun altro commenta la scaletta. Io guardo giù: le mie Vans Slip-On Checkerboard, coperte di birra e segni del mosh pit, sono ormai di un altro colore, e me la rido da solo.

Per tutta la serata, il club milanese è stato attraversato da un’onda di chitarre, sudore e ironia. Ed è proprio questo il segreto dei Wavves: concerti autentici, incasinati, che non cercano di essere più grandi di quello che sono, dove il caos può bastare a rendere tutto un po’ meno imperfetto.