Lavoratori contro. “No Other Choice” di Park Chan-wook

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Presentato in concorso a Venezia e selezionato da Lucky Red come titolo d’apertura della sua offerta per la stagione 2026, No Other Choice mette in scena una satira crudele sull’ambizione borghese, dove l’unico obiettivo è proteggere lo status sociale faticosamente raggiunto. Centimetro per centimetro o, ripensando alle fatiche del suo ansioso quanto zelante protagonista, un colpo di pala alla volta. 

Cineasta dal percorso consolidato, con all’attivo opere ormai ritenute “cult” dalla critica internazionale – si pensi alla “Trilogia della vendetta”, e in particolare a Oldboy (2003) – Park Chan-wook è autore di un cinema di ritmo e vertigine, in cui sovrapposizioni e cambi di velocità improvvisi si impongono come elementi strutturali del racconto filmico, insieme al gusto raffinato della messa in scena.

Se l’ultimo Decision to Leave (2022) costituisce un approdo emblematico di questa ricerca, vero e proprio “labirinto” visivo e narrativo che fonde neo-noir e romance giocando con gli archetipi di entrambi i generi (e con il motivo hitchcockiano in particolare), No Other Choice si presenta come un’opera meno densa anche sotto il profilo dell’intreccio, sviluppando un’intrigante analisi sociologica su paure e stereotipi della classe media globalizzata. Riprendendo il soggetto scelto da Costa-Gavras per il suo Cacciatore di teste (2005), il regista sudcoreano consegna la sua personale visione sulle degenerazioni del capitalismo contemporaneo, senza venir meno alla propria poetica visiva di forte impatto.

Al culmine del successo personale e professionale, la vita di Man-soo è sconvolta dall’improvviso licenziamento dell’uomo dall’azienda cartaria presso la quale lavorava da vent’anni. Mentre affronta un complicato ricollocamento, e la giovane moglie Mi-ri riorganizza l’economia familiare intervenendo soprattutto sulle spese legate al proprio tempo libero e a quello dei figli (cercando in tutti i modi di consentire alla più piccola di continuare a prendere lezioni di violoncello, per il quale dimostra un talento precocissimo), l’uomo si candida per una posizione presso un’altra azienda del settore, la multinazionale giapponese Moon Paper.

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Venuto a conoscenza della messa in vendita (da parte della moglie) della loro villa immersa nel verde delle alture poco distanti dalla città dove lavorano, e alla quale è molto legato, sempre più preda di ansie e timori, Man decide di attuare il suo piano: eliminare tutti i concorrenti per il nuovo posto. Dopo essersi fatto recapitare i curriculum dei tre candidati, il protagonista si mette sulle loro tracce e li uccide con la pistola ereditata dal padre, non senza rimanere implicato nelle loro vicende altrettanto complicate. Il primo della lista è Bum-mo, tecnico di lungo corso sprofondato nell’alcolismo e nelle recriminazioni della moglie Ara, casalinga dalle flebili velleità artistiche; il secondo, un padre single reinventatosi commesso in un negozio di scarpe; il terzo, un giovane influencer che Man finisce orribilmente dopo una nottata ad alto tasso alcolico. Quando Mi-ri, allertata dal figlio adolescente sulle strane manovre del padre (la cui passione per il giardinaggio lo tiene apparentemente occupato per molte ore), sembra essere sul punto di scoprire il segreto del marito, Man-soo ottiene l’impiego tanto agognato, ritrovandosi come unico addetto alla supervisione di una fabbrica governata dall’intelligenza artificiale.

No Other Choice ambisce immediatamente a collocarsi nel novero di quelle satire sociali cui il cinema sudcoreano ci ha abituato fin troppo bene negli ultimi anni, basti pensare al “fenomeno” Parasite (2019) o, guardando al mondo della serialità televisiva, Squid Game (2021-): protagonista, non a caso, la star del fortunatissimo prodotto Netflix Lee Byung-hun, anche qui eccellente – seppur in un ruolo chiaramente meno codificato – nel vestire i panni di un individuo schiacciato tra gli ingranaggi del sistema e tuttavia ferocemente determinato a reagire giocando con le sue stesse regole.

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Il playground è, in effetti, lo stesso: le conseguenze del dominio incontrastato del capitale, che qui Park riproietta nella realtà di una classe sociale appena approdata agli standard occidentali di benessere, dallo status ancora fragile. Da questo punto di vista, il contesto è quello di una società conformista e legata a certi retaggi più di quanto si possa immaginare, e con i quali il regista non esita a scherzare: in questo senso va letta la prima scena del film, il barbecue in giardino di una famiglia modello, con il pater familias che osserva compiaciuto il suo momento di massima affermazione familiare dispensando i frutti del proprio lavoro sulla moglie e i figli, e rispetto alla quale solo l’arrivo dell’autunno introduce un elemento dissonante. Ma il passaggio dalla stabilità felicemente raggiunta alla crisi è breve, con una prolessi che ci porta all’interno della fabbrica e al licenziamento sbrigativo di molti dipendenti, tra cui lo stesso Man; un “salto” sottolineato anche dal punto di vista sonoro, con gli archi a corredo dell’idillio familiare della prima scena che cedono ai rumori fragorosi dei macchinari di una fabbrica passata improvvisamente nelle mani di una proprietà straniera.

La distanza tra la logica del capitale e il dramma di persone la cui identità corrisponde esclusivamente al ruolo sociale scelto o imposto è ribadita in due espressioni eloquenti: da un lato, il lapidario “non c’è altra scelta” con cui i manager subentranti commentano la loro decisione, dall’altro la spiegazione affannosa di Man-soo di uno dei significati del termine con cui, nella lingua coreana, si designa l’atto del licenziare, ossia “decapitare”. A partire da questa scoperta etimologica, si ha così percezione ancora più reale della condizione con cui i personaggi sono costretti a confrontarsi, e che spinge l’azione di Man-soo. Tuttavia, è proprio allontanandosi definitivamente da un certo realismo (dalla disperazione di un uomo di mezz’età costretto a “rinascere”), quando il suo protagonista si getta completamente nel suo folle piano, che la satira di No Other Choice esplode nella sua problematicità, riversando sullo spettatore tutte le sue domande. In questo aspetto si rivela forse la caratteristica più peculiare (e riuscita) della pellicola: la sua capacità costante di interrogare attraverso la tensione e il paradosso. Una formula sulla quale il regista scommette tutto, vincendo.

Se, nel tracciare una spietata parabola di violenza di classe, in Parasite Bong Joon-ho sceglie il proletariato, Park Chan-wook opta qui per un ménage più affermato, impiegando in maniera più delicata gli strumenti della commedia nera. In entrambi i casi, però, il sistema non è mai messo in discussione: di fatto, quella di Man-soo non è altro che una grottesca lotta per la sopravvivenza piccolo-borghese, la cui posta in palio consiste semplicemente nella difesa di uno status, per la quale la violenza del personaggio è diretta a uomini che condividono la stessa appartenenza sociale. Ed è qui che la speculazione sociologica di No Other Choice si rende più sottile, e per certi versi micidiale. A differenza dei “miserabili” di Parasite, non è infatti una necessità di sopravvivenza a sostenere l’azione del personaggio, ma qualcosa di più sottile, che riguarda il timore di perdere una posizione di prestigio ottenuta con il duro lavoro. Ma se l’agire di Man è direttamente correlato alla degenerazione di un intero sistema, per il quale l’individuo si identifica esclusivamente nel proprio ruolo sociale, con la stessa nettezza il maestro coreano ne rivela tutta la mediocrità, non senza ironia. Una mediocrità che si riflette anche nelle indecisioni e negli incidenti nei quali il personaggio inciampa con regolarità quasi fantozziana, in momenti di assoluto godimento cinefilo: è il caso della sequenza dell’omicidio di Bum-mo, ambientata in uno studio dove risuona una musica a tutto volume, che vede protagonista un grottesco triangolo, tra ripetute esitazioni e rimandi dell’atto finale degni dei migliori Tarantino o f.lli Coen.

Ma, al di là dello stile che ha sempre fatto di Park Chan-wook uno dei più virtuosi “funamboli” della macchina da presa, assistere alle traversie di Man-soo in No Other Choice fa un po’ pensare, in effetti, ad un Ken Loach in salsa pop: a fronte di un’opera che non ricorre al registro del realismo, si riconosce la sua urgenza di raccontare la società e il suo tempo. E l’affermazione di un cinismo divenuto ormai esperienza comune nei rapporti di lavoro, anche e soprattutto nella comunicazione. Sotto questi aspetti, il “Sorry We Missed You” che dà il titolo all’opera del maestro britannico di qualche anno fa diventa qui, in modo apertamente cinico, “No Other Choice”, con cui i nuovi manager commentano il taglio del personale varato in seguito all’acquisizione dell’azienda dove lavora il protagonista.

A proposito del suo film, e del suo rapporto con questi temi, il regista di Seul ha recentemente affermato: «Spero che tra vent’anni la gente possa ridere di questo film e definirlo un’inutile propaganda pessimistica». L’impressione è che si tratti di una speranza vana, e che Park lo sappia benissimo. Ma anche questo dev’essere parte del suo gioco cinematografico, che ama spiazzare lo spettatore prima di colpire, come i serpenti sotto le foglie del bosco autunnale dove Man studia il suo bersaglio, per quella che sarà la prima vittima del suo assurdo piano.