Il festival Rockin’ On Sonic raccontato tra neon, DeLorean, concerti memorabili di Wolf Alice, Underworld e Travis e incontri surreali con i Kneecap. A cura di Federico Nicoli.
Rockin’ On Sonic: tornare indietro per capire dove stiamo andando. E la prima cosa che incontri entrando a Rockin’ On Sonic non è un palco. È una DeLorean di Back to the Future, parcheggiata lì come se il tempo fosse un dettaglio secondario. Un oggetto pop, iconico, che chiarisce subito il contesto: questo è un festival che gioca con la memoria, ma con lo sguardo puntato in avanti.
Poco prima, mentre sono ancora in coda, arriva una notizia che cambia l’umore collettivo. La security parla in giapponese, con calma assoluta, attraverso un megafono. Poi compaiono anche dei cartelli in inglese che chiariscono la situazione: Pet Shop Boys – cancelled. La reazione è composta, ma autentica: una leggera delusione, qualche commento sottovoce, nessuna scena. Il festival, anche senza l’headliner, non deraglia, anzi, si riequilibra. Ed è già un indizio importante.
Rockin’ On: un’idea di musica prima di tutto
Rockin’ On Sonic nasce dall’universo di Rockin’ On Japan, storica rivista musicale fondata nei primi anni Settanta e diventata negli anni una vera autorità culturale nel racconto della musica rock, alternative ed elettronica. Non una semplice testata, ma uno sguardo critico, appassionato, dinamico.
Il festival è giovane, alla seconda edizione, ma chiarissimo nelle intenzioni. Si svolge in pieno inverno giapponese, il 4 gennaio 2026, a Makuhari Messe, nell’area di Chiba, appena fuori Tokyo: uno spazio enorme, ordinato, quasi neutro, perfetto per lasciare che siano i live a definire l’esperienza.
Qui non sembra esserci la fretta di stupire. C’è piuttosto la sensazione che qualcuno abbia pensato: mettiamo insieme queste band, in questo ordine, e fidiamoci di chi ascolta.
Il tema Back To The Future non è solo scenografia. È la chiave: generazioni, linguaggi e attitudini che convivono senza competere.

Un pubblico che ascolta, ma non sta fermo
Il pubblico giapponese è spesso raccontato come silenzioso. Non è del tutto vero.
È presente, attento, partecipe. Si canta, si balla, si reagisce, ma senza invadere lo spazio altrui, senza trasformare il concerto in rumore di fondo. L’energia è ordinata, sì, ma mai compressa. Si muove insieme alla musica, la segue, la amplifica. Ed è proprio questo equilibrio a rendere tutto più intenso a modo suo.
Just Mustard & Kneecap: immersione e detonazione
Gli irlandesi Just Mustard aprono la sequenza con un set ipnotico e scuro. Shoegaze denso, stratificato, quasi claustrofobico. Luci ridotte al minimo. È un live che non chiede esplosioni, ma immersione. Il pubblico entra lentamente in quella bolla sonora, lasciandosi avvolgere dalla voce eterea di Katie Ball.
Poi arrivano i Kneecap, e l’atmosfera cambia di colpo.
Il loro set è uno schiaffo culturale: rap in irlandese, basi elettroniche, attitudine punk, politica sputata in faccia senza filtri. In un contesto così ordinato, potrebbero sembrare fuori posto. E invece no.
Il pubblico giapponese non reagisce con confusione, ma con curiosità. Ascolta. Osserva. Poi, poco a poco, si lascia trascinare.
Mi sento di dirlo senza esitazioni: i Kneecap saranno una delle band del 2026. Non solo per l’urgenza del loro linguaggio, ma per la capacità di portare un’identità radicale su palchi internazionali senza addomesticarla.
La cosa diventa quasi surreale qualche ora dopo, in tarda serata, quando li incontro per caso in un minuscolo bar di Golden Gai, a Tokyo. Uno di quei posti grandi quanto una stanza. Parliamo, scherziamo e beviamo insieme, come se fosse la cosa più normale del mondo. Mo Chara indica la mia maglietta dei Fontaines DC e dichiara “I like them”. Come dargli torto?
Il giorno dopo li rivedrò sul palco del loro primo headlining show giapponese in assoluto, a Roppongi. Un’altra dimensione, stesso impatto. È uno di quei momenti in cui la musica smette di essere programma e diventa storia personale.

Blossoms, Zutomayo & Wolf Alice: luce e intensità
I Blossoms riportano luce.
Pop britannico elegante, melodie immediate, un set che scorre con naturalezza. Il pubblico canta, sorride, si muove. È una leggerezza consapevole, mai superficiale.
Poi sale Zutomayo, l’unica band locale nella lineup internazionale. Il progetto guidato da ACAね mescola rock, pop e elettronica con un tocco sperimentale, creando un suono unico che cattura chi ascolta. È un intermezzo perfetto verso il cuore emotivo della giornata.
Il set dei Wolf Alice è breve, ma densissimo.
È The Clearing, il loro ultimo album, a dettare la direzione emotiva del live. Non c’è un momento sprecato. Tutto arriva diretto, necessario.
Ellie trascina il palco con una presenza che oggi ha pochissimi eguali nel panorama rock alternativo: una sensualità mai costruita, mai esibita, semplicemente lì. Magnetica. Voce, corpo, sguardo.
Don’t Delete the Kisses diventa uno dei picchi emotivi del festival, mentre i brani più ruvidi degli album precedenti alzano l’energia senza mai farla deragliare. Finisce troppo presto. Ma resta addosso, come mi succede da dieci anni ogni volta che li vedo live.
Underworld & Travis: perdere e ritrovare qualcosa
Con gli Underworld il tempo si piega: un tuffo nei ’90. Visual essenziali fatti di laser, suono avvolgente, una trance collettiva che non ha nulla di nostalgico e suona fuori dal tempo. Born Slippy arriva come un rituale condiviso, potentissimo ma incredibilmente intimo, capace di farti sentire parte di qualcosa di eterno. Uno di quei pezzi leggendari che hanno definito una generazione.
I Travis chiudono tutto con una delicatezza disarmante.
Fran Healy parla spesso, sorridente, racconta storie, scherza sul forfait improvviso dei Pet Shop Boys. Why Does It Always Rain on Me? chiude il festival, cantata da tutto il pubblico, con misura, come un gesto di affetto reciproco. Non nostalgia fine a se stessa, ma riconoscenza. Per una band che ha accompagnato la vita di molti, in silenzio, per anni.
E poi si torna indietro
Quando il festival finisce, quella sensazione iniziale della coda e dei cartelli torna a galla. La cancellazione dei Pet Shop Boys è ormai lontana, ma il ritmo della giornata resta dentro: la musica vissuta come presenza, non come spettacolo da consumare.
C’è un silenzio che non è assenza, ma attenzione sospesa; un equilibrio tra palco e pubblico che trasforma ogni brano in qualcosa di fragile eppure potente. Sto camminando tra le luci al neon e il caos ordinato di Tokyo, eppure l’eco dei live rimane addosso, quieto, come un ricordo che non si può spiegare del tutto.
Rockin’ On Sonic finisce, ma ti porta con sé: la musica continua a lavorare dentro, lenta e precisa, mentre il mondo riprende il suo ritmo normale. Non sei più lo stesso di quando sei arrivato dall’Occidente, e la musica ha avuto un ruolo fondamentale in quella trasformazione. Hai imparato di nuovo ad ascoltare. Just like honey.
