Ascoltare ciò che resta nell’ombra: un racconto di FATUA X Radura Fest

Tra ricerca elettroacustica, noise e performance site-specific: FATUA come dispositivo di ascolto e relazione alla Fondazione Made in Closer. Reportage di Anna Gallucci. 

Si dice che a Napoli si muoia due volte: la prima quando si arriva e la seconda quando si va via.  Una frase consumata, sentita e risentita, eppure continua a colpire ogni volta con la stessa forza, forse l’amore che provo verso questa città è strettamente condizionato dall’amore che ricevo quando sono qua. 

Il 29 Novembre sono arrivata a Napoli con l’intenzione di esplorarne la dimensione notturna e la sua offerta musicale, imbattendomi in FATUA, format di Radura Festival ospitato dalla Fondazione Made in Cloister. Con Marculedu e Sara Vanderwert, 42 Cents Hotline e Jules Reidy.

Attraversando Piazza Garibaldi e Porta Capuana, Napoli si conferma come spazio liminare, sospeso tra pericolo e accoglienza, tra estraneità e familiarità, un abbraccio non necessario ma che apprezzi lo stesso. Molti riconoscono lo spazio come ex Lanificio, uno dei pochi esempi rimasti di archeologia industriale ottocentesca: nato come chiesa, riconvertito nel 1834 in fabbrica per la produzione delle divise dell’esercito del Regno delle due Sicilie e chiuso con l’Unità d’Italia. Oggi è uno spazio espositivo per l’arte contemporanea grazie alla Fondazione Made in Cloister, ha anche recuperato il chiostro cinquecentesco della Chiesa di Santa Caterina a Formiello.

FATUA, che si muove intorno all’idea di “Search light in the dark”, si propone come un’indagine sulle geografie sonore nascoste e sulle memorie acustiche, offrendo un’alternativa alla fruizione musicale tradizionale.

Entrando nel chiostro, lo spazio si impone per la sua verticalità e per la presenza centrale dell’installazione Cavallo Bianco, Gravido di Patricia Dominguez, un grande volume bianco che, anche senza una fruizione diretta dell’opera, diventa elemento scenografico e superficie per le proiezioni visive dei live. Arriviamo durante la chiusura del set di Sara Vanderwert e Marculedu, un progetto condiviso che lavora sull’incontro tra voce ed elettronica in chiave elettroacustica.

Marculedu porta avanti da tempo una ricerca sugli strumenti musicali indossabili, i cosiddetti smart gloves, dispositivi dotati di sensori che traducono il movimento del corpo in segnali MIDI, dialogando con software come Ableton o Logic Pro e avvicinando il gesto umano alla macchina, in un momento storico in cui il rapporto sembra sempre più sbilanciato verso l’automazione. Sara Vanderwert, cantautrice di origini srilankesi recentemente laureata in Musica Elettronica, accompagna questa ricerca con una voce brillante e avvolgente, capace di muoversi tra jazz, elettronica e orchestrazione; dal vivo, la sua presenza è una carezza musicale che trascina e cattura l’ascolto.

Segue 42 Cents Hotline, progetto sperimentale noise che affonda le radici nel paesaggio mediterraneo e in una Sicilia interna e sotterranea, evocando una terra di nessuno da cui il suono emerge come rumore primordiale da portare alla luce e condividere. Il live è denso, cupo, quasi rituale, più vicino a un atto di trasmissione che di intrattenimento.

A chiudere la serata è Jules Reidy, chitarristə e compositricə australianə che decostruisce lo strumento tradizionale trasformandolo in una macchina sonora espansa, fatta di droni, micro-melodie e stratificazioni che creano uno spazio di ascolto sospeso e meditativo, in dialogo costante con l’acustica del chiostro.

FATUA si rivela così non solo come una serata musicale, ma come un dispositivo culturale che mette in relazione suono, spazio e comunità, confermando la capacità di Radura Festival di costruire contesti in cui l’ascolto diventa esperienza condivisa e atto di attenzione verso ciò che solitamente rimane nell’ombra.