I Romantici a Milano, 25 anni dopo

I Baustelle sono diventati grandi e si confermano un unicum nel panorama musicale italiano: chiudono una carriera brillante quanto anomala con un (ultimo?) concerto, il più grande della loro carriera. Nella loro fuga dalla provincia alla città il pubblico non li ha mai abbandonati. Vi raccontiamo la data milanese al Forum di Assago. Report a cura di Andrea Carsana. 

Qual è il posto dei Baustelle nella storia? Quando sono state annunciate le due date nei palazzetti la mia reazione non è stata gioiosa, ma malinconica. È stata però l’occasione per tirare una riga e riflettere per la prima volta, per davvero, su una band che ho tanto amato.

Per capire i Baustelle del 2025, bisogna tornare all’Italia del 2000. La scena alternativa italiana degli anni Novanta era dominata dal (quanto fa strano dire questa parola, riflettiamoci) rock: i CSI, gli Afterhours, i Marlene Kuntz. I Verdena rappresentavano il nuovo che avanza.

Era una scena figlia del grunge, rumorosa, politicizzata in senso militante o introspettiva in
senso rabbioso. In questo panorama, l’uscita del Sussidiario Illustrato della Giovinezza fu
un’anomalia assoluta.

I Baustelle non urlavano. Usavano sintetizzatori lo-fi, programmavano drum machine
giocattolo, e citavano la chanson francese, le colonne sonore dei film polizieschi anni ’70 e la
musica leggera italiana pre-rock.

La ricerca del loro posto nella storia inizia da qui: nel recupero della canzone italiana
tradizionale, depurata dal vecchiume sanremese (è tutto ciclico, ci troviamo ora a fare i
conti la new-wave di questa spazzatura) e iniettata di una nuova sensibilità. Hanno introdotto
nel pop italiano il concetto di retromania colta, non come nostalgia reazionaria, ma come
archivio sentimentale, da riassemblare con eleganza sartoriale.

Sono stati mesi di agonia, di indecisione nel comprare il biglietto, di amarezza nel vedere su
Ticketone un Forum che appariva sempre troppo vuoto. Ma alla fine, in qualche modo (talento e mestiere, dettagli), i Baustelle hanno portato la barca in porto.

Non potevano che attaccare con i Provinciali, brano peraltro scritto ai tempi di Sussidiario e,
mai vi saremo abbastanza grati, recuperato anni dopo. Un manifesto istantaneo.
L’acustica ha certamente vissuto tempi migliori, dopo un avvio eccessivamente ovattato
fortunatamente l’audio si riassesta poi ad un livello di pessimo-ma accettabile.

La Canzone del Riformatorio, storicamente uno dei pezzi di chiusura, fa il suo e scalda una
volta per tutte le folla, preparando il terreno per l’Entr’acte, in cui i Baustelle danno il meglio
di sé. La band esce di scena e con una formazione ridotta all’osso, Brasini-Bianconi-Bastreghi+Bazzoli alle tastiere, ci rifilano schiaffi uno dietro l’altro per ricordarci che sì, i Baustelle sono più in forma che mai.

Bianconi chiede al pubblico di teletrasportarsi in un salotto.
Non possiamo far altro che obbedire, intristendoci per Alfredo, riscoprendo l’amore in Love Affair, pensando a quell’amico a cui dedicheremmo Le Rane. Le parole di Un romantico a Milano, risuonano un significato nuovo. I Baustelle non sono più ospiti in questa città o in questa musica. Ne sono i proprietari, i custodi, e forse, finalmente, i sopravvissuti felici.

Rachele Bastreghi è sempre rock, sa essere Monumentale.
Bianconi invece sa davvero essere tremendo. Prima interpreta Nessuno in maniera così magistrale ed intensa da farci venire i brividi e poi, in uno dei brevi intermezzi ricorda al pubblico di “Diffidare dalle imitazioni”.

Siamo sempre alla ricerca di un posto nella storia per i Baustelle e questo è un ottimo spunto: perchè rispetto a progetti successivi come Thegiornalisti, Calcutta o Gazzelle, i Baustelle sembrano aver generato meno eredi diretti? Perché non esiste una “scuola baustelliana” di massa come esiste una “scuola romana” dell’Itpop?

Artisti come Calcutta o Tommaso Paradiso hanno costruito il loro successo su una quotidianità accessibile. I loro testi parlano di treni regionali, di farmaci da banco, di serie
TV, di vita universitaria fuorisede. È un linguaggio semplice che qualcuno è riuscito ad elevare ad arte (ho fatto una svastica in centro a Bologna), qualcuno meno. È una poetica democratica: chiunque può immedesimarsi immediatamente.

I Baustelle, al contrario, hanno sempre imposto una barriera all’ingresso. Per decodificare appieno una canzone dei Baustelle, spesso non basta aver vissuto; bisogna aver letto Baudelaire e Cioran. I loro riferimenti non sono orizzontali (la marca di birra, la piazza nota), ma verticali (la storia dell’arte, la letteratura, il cinema d’autore). Questa complessità referenziale ha reso i Baustelle inimitabili.

Il pubblico li ha però seguiti in questi anni nella fuga dalla provincia alle città. La provincia, nei primi dischi (Sussidiario e La Moda del Lento), non è il luogo bucolico del Chianti da cartolina, ma un luogo di noia feroce, di pomeriggi pallidi, di sale giochi e discoteche tristi.

I Baustelle sono diventati grandi, chiudono (?) con il concerto più grande della loro carriera.
Contro il mondo, Il liberismo ha i giorni contati, La guerra è finita, Gomma in sequenza sono un privilegio raro e ci ricordano che l’influenza dei Baustelle è stata meno visibile nelle classifiche ma più profonda nella sostanza: hanno alzato l’asticella dell’ambizione.
Non hanno creato cloni, ma ci hanno educato.

In questo contesto di malinconia e gratitudine l’autoindotto pogo finale su Charlie fa Surf è stato più che mai sincero e liberatorio. Sono passati 25 anni, ma ieri sera è stato ancora tempo per una grande avventura.