L’inarrestabile energia di John Maus conquista il pubblico torinese offrendo uno show inaspettato e di non facile assimilazione. Il report della prima tappa italiana del suo ultimo tour allo sPAZIO211. A cura di Valerio Veneruso.
T!LT, la rassegna fuori gli schemi targata sPAZIO211 continua a portare a Torino top player del panorama musicale indie contemporaneo. E dopo artisti del calibro dei Protomartyrs e di Bonnie Prince Billy è adesso toccato a quel genio di John Maus varcare le soglie del locale sabaudo.
Insegnante di filosofia politica, mago dei sintetizzatori, nonché tantissime altre cose, il compositore statunitense ha inaugurato lo scorso 24 ottobre la tappa italiana del suo tour europeo partendo proprio dalla capitale sabauda. Una performance tanto scarna quanto sentita e profonda.
Accalcato attorno a un palco praticamente vuoto, il pubblico dello sPAZIO211 freme dalla voglia di assistere a quello che fin dall’inizio si rivelerà essere uno spettacolo fuori di testa. Le luci in sala puntano su di un laptop appoggiato per terra con una patch di Ableton Live aperta (anch’essa in attesa di qualcosa). L’aria si fa sempre più elettrica quando all’improvviso Maus appare in maniera quasi furtiva: saluta tenendo la testa bassa, si avvicina al computer, e sulle note di Castles in the grave dà finalmente inizio alle danze.
Le urla disumane, quasi ataviche, che Maus lancia in maniera fisiologica si accompagnano a movimenti convulsi e a tratti violenti fra headbanging sfrenati e dondolii al limite dell’autismo.

Per tutta la durata del live, un’oretta giusta, il nostro beniamino non è stato fermo un secondo snocciolando una canzone dopo l’altra senza nessuna battuta di arresto. E così è poi la volta di Quantum Leap e di numerosi altri brani che si riversano in sala insieme al sudore che gli gronda copioso da tutto il corpo. È un’energia incredibile quella sprigionata da John Maus, un impeto senza mezzi termini che lo porta tanto a colpirsi testa e petto, con le proprie mani, quanto a correre e a saltare da un angolo all’altro del palco in un apparente stato di trance.
Struggente e inquietante allo stesso tempo, l’artista è riuscito a ipnotizzare chiunque attraverso il groove nostalgico e catartico di canzoni come … And the Rain, Time to Die, Keep Pushin On, Just Wait Til Next Year, e ovviamente Cop Killer.
Dopo una brevissima assenza sul finire del live, dettata dal bisogno impellente di cambiarsi una camicia madida di sudore, John Maus si è concesso per un piccolo ma memorabile bis. E poi via di nuovo, così com’è arrivato.
Anche se di primo acchito può aver fatto strano vedere un simile artigiano dell’analogico esibirsi con le basi che partono in stile karaoke, bisogna forse ammettere che la cosa più strana e rara da vedere oggi dal vivo sia la sincerità.
Andando contro il concetto di aspettativa, Jon Maus si è infatti spogliato di ogni orpello mostrandosi nella maniera più schietta possibile, nudo e crudo come solo il malessere sa essere. Il contrasto rappresentato dall’intricata struttura delle tracce in relazione a un certo minimalismo scenico ha restituito al tutto una coerenza inaspettata che ha reso l’esibizione qualcosa di concettualmente molto onesto. Si tratta di una sensazione sottile e particolare che si può avvertire ad esempio anche assistendo a concerti di personaggi come i Godflesh – che ripudiano la batteria dal vivo – oppure Ryosuke Kiyasu che si affida invece esclusivamente a un rullante e un microfono.
Convincente o meno che sia, un approccio performativo simile non può lasciare indifferenti, portando anche a riflettere sull’evoluzione della fruizione dei concerti nella nostra epoca.

