Riddance di Shelley Jackson: se sei balbuziente forse sai parlare con gli spiriti

Riddance di Shelley Jackson è un labirinto ipertestuale spaventoso, un grottesco neo romanzo gotico in cui i vivi acquistano senso solo attraverso i morti e, come scrive la traduttrice Valentina Maini nella nota iniziale, “Riddance parla della perdita originaria da cui nasce ogni vocazione”. Il libro, frutto di dodici anni di lavoro, è stato pubblicato il 20 marzo 2024 da Rina Edizioni, nella collana Água Viva, coordinata da Luciano Funetta. Articolo a cura di Carolina Dema.

Nel 1890, una donna balbuziente fonda con l’eredità dei genitori – morti quando era piccola – L’Istituto Professionale Sybil Joines per Portavoce di Fantasmi e Giovani dalle Bocche Udenti. La missione della scuola è rintracciare i bambini che soffrono di balbuzie e allevarli tra le mura
dell’istituto per far emergere il loro dono: comunicare con i morti, o meglio, diventare un medium attraverso cui i morti possono trasmettere le proprie parole ai vivi. Proprio attraverso gli spazi vuoti generati tra le parole da questo difetto congenito, si insinuano le voci dei morti, trasformando la bocca in una porta che si affaccia sul necrocosmo.

Il libro, tutt’altro che lineare, si presenta come una raccolta di testi pubblicata da un archivista specializzato in spiritismo che, nel ventunesimo secolo, scopre casualmente la storia del vecchio istituto.

Come spiega meticolosamente lo studioso nell’introduzione:

Questo libro si può iniziare a leggere in qualsiasi punto. Per i viaggiatori meno esperti, ho pianificato un percorso. I suoi reduplicati sentieri, buttati giù in una sola sera – uno per mano della Direttrice, l’altro della sua stenografa –, porteranno sicuramente, ma forse non in sicurezza, il lettore fino alla fine. A inframmezzare questi due fili intrecciati, secondo uno schema che si ripete rigoroso, sono presenti letture aggiuntive di natura più scientifica, sociologica o metafisisca. Quelli che, sprovvisti dell’ossessione per le minuzie che attanaglia i ricercatori, desiderano arrivare alla fine a velocità più spedita, potrebbero voler saltare queste parti, e chissà, forse a ragione. Ma i veri
eccentrici possono trovare in esse qualcosa – una mappa, un manuale – che da tanto tempo andavano cercando.”

 

Le sezioni

L’ultimo dispaccio: narrazione dal punto di vista della Direttrice Sybil Joines; questa, impegnata a viaggiare nel mondo dei morti (necrocosmo) per recuperare una studentessa dispersa, proietta la sua voce nel mondo dei vivi alla fidata stenografa, che riporta in simultanea sulla macchina da scrivere la “trasmissione” (il racconto) della Direttrice. Il racconto della stenografa: Jane Grandison, adolescente, mentre dattilografa la “trasmissione” della direttrice, trova anche il tempo per stendere parallelamente le sue memorie. Comincia raccontando del suo ingresso come allieva dell’Istituto a undici anni, delle discriminazioni subite a causa della sua pelle scura, per arrivare fino al 17 novembre 1919; la notte in cui il testo viene effettivamente scritto.

Letture: serie di documenti redatti da studiosi e visitatori dell’istituto che approfondiscono la necrofisica (ovvero le regole fisiche del mondo dei morti e i portali di connessione con le bocche dei balbuzienti); la bizzarra architettura dell’Istituto (un sorta di gigantesca bocca); i peculiari
costumi degli abitanti della scuola e altro ancora. Lettere ai defunti autori: messaggi che la Direttrice indirizza a scrittori morti (come le sorelle
Brontë, Mary Shelley e Edgar Allan Poe), e a personaggi letterari (come Bartleby e Mina Harker), in cui racconta informalmente delle sue giornate, confida turbamenti e dilemmi morali.

Materiali grafici: una serie di foto perturbanti, mappe del necrocosmo, dell’Istituto, esercizi di dizione, spartiti musicali, appunti di necrofisica e ritagli di giornale, prodotti da Shelley Jackson, che stratificano ulteriormente la narrazione e hanno carattere immersivo.

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L’esperienza di lettura

Penso si possa immaginare che arrivare alla fine del libro non è semplice. La scrittura è virtuosa e, in certi passaggi, piacevolmente arzigogolata: c’è una ricerca estrema, proprio perché la lingua è uno dei fuochi di Riddance. Giochi di parole che si concretizzano (nell’Istituto è presente un albero di pero ricoperto di cartapesta dal quale, per regolamento, a un certo punto gli studenti devono cadere), dialoghi tra balbuzienti che acquistano nuovi significati attraverso gli inceppi (una ragazza di nome Florence, che viene dalla Florida, balbetta sempre sulla F ed è quindi destinata a non poter pronunciare il suo nome, il suo luogo di origine, e non può identificarsi ad alta voce come Femmina); le parole arcaiche dei morti che si impossessano, talvolta nel mezzo di una frase, della voce dei viventi, nel parlato e nella scrittura; il coro studentesco alfabetico – un gioco linguistico che si perde un poco in italiano – in cui ogni ragazzo balbetta su una lettera diversa (la nota La in inglese si dice A, la nota Si diventa B, il Do diventa C, e così via), con l’obiettivo di “mettere a tacere l’intero alfabeto” cantando.
Questi sono solo alcuni degli esempi di giochi linguistici; tra le quasi seicento pagine del libro ne sono presenti molti altri, ancora più stratificati, e per questo forse impossibili da raccontare in seconda mandata.

“Un’inedita prospettiva mi si aprì davanti, per esempio, quando mi resi conto che i bambini utilizzavano gli oggetti fisici come elementi linguistici. Si scoprì che una stessa parola, pronunciata in una stanza con pannelli di legno, significava qualcosa di diverso rispetto a quando veniva pronunciata in una stanza con le pareti intonacate […] Alcune stanze sembrano possedere il proprio tempo verbale, che io descriverei come una sorta di piuccheperfetto ottativo, da usare per esprimere aspirazioni riguardo al proprio passato e a vite ormai finite.”

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L’effetto sull’inconscio

Leggere questo libro è stato spesso uno sforzo, quasi il mio inconscio si rifiutasse di elaborarlo. (Ma ha detto del resto una volta il poeta Tomaso Kemeny, parlando di Torquato Tasso, che è meraviglioso lo sforzo compiuto per sprofondarsi nell’alta letteratura – non ricordo in realtà le sue
esatte parole, quindi parafraso.) Tanto si è incagliato il mio inconscio che, come capita tal volta quando la mente cerca di dissociarsi da un trauma, spesso leggendo mi addormentavo all’improvviso, con la mano statica a tenere il segno della pagina e la bocca aperta (forse spalancando a mia volta un canale verso il necrocosmo?).

Non è la prima volta, in realtà, che un libro mi provoca un simile effetto. All’inizio dell’anno, comprai La rivoluzione secondo Raymundo Mata di Gina Apostol (Utopia Edizioni): 416 pagine di esegesi del diario (fittizio) di un rivoluzionario filippino di fine Ottocento pazzoide, compiuta da
tre studiose che battibeccano attraverso le note delle curatrici a piè di pagina. La complessità del diario di Mata, spesso tra il poetico e il delirante, assieme alla mole di fatti storici sul colonialismo filippino, al continuo spostamento dell’occhio su e giù per la pagina (il testo principale in altro, le
note in fondo; un movimento da fase REM) e soprattutto alla tripartizione quasi freudiana degli interventi delle studiose, creò dentro di me un sovraccarico che causò spesso lo spegnimento forzato e il riavvio del cervello (addormentarsi appunto per brevi minuti). Tanto che quel libro, per quanto interessantissimo, l’ho lasciato per ora in sospeso. (Si noti che anche Shelley Jackson ha origini filippine, chissà che questo non abbia qualcosa a che fare con la creazione di ipertesti densissimi.) O, ancora, l’anno precedente mi approcciai a Casa di Foglie (Mark Z. Danielewski,
66thand2nd), il testo mastro della letteratura ergodiga che, similmente al libro di Apostol, presenta una tripartizione freudiana nelle voci narranti che agiscono in sincrono sulla pagina; questo, insieme al carattere horror del romanzo, mi causò non solo piccoli episodi di narcolessia, ma addirittura incubi e paralisi del sonno. Anche Casa di Foglie, per ora, è stato accantonato.

“Ho notato alcuni articoli curiosi, indossati da studenti nonché da membri del corpo accademico. Non li chiamerò vestiti, dal momento che somigliavano molto più ad altre e svariate invenzioni umane: imbracature, deflettori, schermi frangivento, aquiloni o koinobori. Alcuni sembravano una specie di camuffamento, altri, capi protettivi, come armature medievali o tute da apicoltore, altri ancora, nei quali chi li indossava si muoveva con cauta attenzione, sembravano strumenti di autopunizione o mortificazione. […] A volte interi indumenti erano al modo congiuntivo, come a dire ‘Se dovessi vestirmi oggi, mi metterei questo, ma ovviamente non me lo metterò perché non esiste nessun me che potrebbe indossarlo’.

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La lisergia dell’oltretomba

Tornando a Riddance: le sezioni de L’ultimo dispaccio, in particolare, assumono talvolta un piglio lisergico, perché accedere da vivi al necrocosmo è di per sé un’esperienza lisergica. Nel mondo dei morti la parola diventa creatrice, quindi ciò che viene pronunciato si avvera, e il ricordo si fa
tridimensionale, compiendosi simultaneamente al pensiero sul ricordo stesso. La Direttrice, quindi, mentre cerca la bambina dispersa, si trova catapultata nei suoi traumatici ricordi d’infanzia, o nel ricordo del momento in cui la bambina entrò nel necrocosmo. Per farvi accesso, bisogna
letteramente buttarsi nella propria bocca, venirne assorbiti; questo ci porta in un loop paradossale per il quale ogni volta che la Direttrice rivive il ricordo di lei che si getta nel necrocosmo all’inseguimento della bambina, è come se si scagliasse di nuovo nella sua bocca, accedendo a un livello più profondo del necrocosmo. Infatti, in uno degli approfondimenti Principi di necrofisica, si ipotizza che si possa continuare a morire per sempre, discendendo a strati sempre più profondi del necrocosmo, senza “mai davvero smettere di esistere”.

Il percorso della Direttrice in questo regno ricorda un po’ Il testamento di Magdalen Blair di Aleister Crowley (padre dell’occultismo), in cui un uomo in fin di vita rimane bloccato in uno stato di premorte terrorizzante, un incubo perpetuo generato dalle scariche elettriche del suo cervello, a cui è possibile mettere fine solo facendosi esplodere la testa.

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Mappa del Necrocosmo

Loop paradossali

È piuttosto complicato rendere il senso di tutti i paradossi che avvengono in questo regno; un altro esempio sono i frangenti in cui la Direttrice, nel necrocosmo, si percepisce un puntino bidimensionale sulla pagina della stenografa che sta riportando in presa diretta la sua trasmissione
dall’oltretomba: pensa dunque Sybil Joines che, se la strenografa decidesse di cambiare la narrazione in corso, le parole diventerebbero automaticamente reali, modificando in simultanea le azioni della Direttrice stessa, senza che lei se ne potesse rendere conto. Pare quasi che Sybil Joines acquisisca consapevolezza del suo essere un personaggio letterario, e che non si riferisca dunque tanto alla stenografa, quanto a Shelley Jackson stessa.

Per quanto riguarda la teoria dei sublivelli infiniti del necrocosmo, però, compare a un certo punto della narrazione un elemento che potrebbe confutarla. Nel capitolo Documentarista dei morti, si racconta di un regista, Moedeker, che voleva imprimere su pellicola il regno dei morti ma, durante i suoi viaggi, le pellicole, nel migliore dei casi registravano solo ombre e macchie, e nei peggiori subivano delle metamorfosi.

“Una pellicola crebbe come una vite rampicante, biforcando, suddividendo e allungando i suoi stoloni; dopo una lunga nottata, Moedeker si addormentò sulla sua scrivania e al risveglio scoprì che la pellicola si era attorcigliata al suo polso e a una gamba del tavolo, fissandolo di fatto al suo posto.”

Ma soprattutto.

“Una pellicola mutò in una striscia di carta su cui una sola frase in inglese risultò ripetutamente stampata a lettere maiuscole: «THERE IS LAPE», o forse, «THERE I SLAPE» l’ultima parola di dubbia origine è stata interpretata da qualcuno come una forma non standard del participio passato
del verbo sleep, «dormire»). «Qui lape!» nel senso che qui era sopraggiunto uno stato contrario alla veglia. La frase possiede il trillo della rivelazione. È persino entrato a far parte dell’uso popolare, dove ha iniziato a significare qualcosa di simile a una griglia che cede, al distendersi di una fune sospesa o all’accesso segreto a un archivio.”

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Cos’è il lape?

Il lape, pensai dopo la lettura del capitolo, sembra fare rimando all’atto di trovare la rivelazione in uno stato contrario a quello cosciente (come del resto l’illuminazione avviene durante la meditazione, e il terapista ipnotista indaga il trauma attraverso la trance); eppure si fa riferimento
anche a un qualcosa che risucchia nel buio (una griglia che cede), come se da quell’incognita si venisse fagocitati senza poter accedere alla verità. Il lape potrebbe essere, allora, una tensione infinita verso un mistero irrisolvibile, l’attimo prima della rivelazione ripetuto all’infinito;
rimanendo nel tema del loop. Dunque, più che di veglia e di riposo, mi dissi, sembra si tratti quasi di una maledizione, il vuoto d’aria nelle viscere quando l’aeroplano si stacca da terra. Eppure, il capitolo termina con un augurio per il regista: “Mi piace pensare che abbia trovato il suo lape”.

Come si può fare un simile augurio? E come può un concetto così impalpabile essere effettivamente trovato? Perduta in queste elucubrazioni, decisi allora di contattare la traduttrice Valentina Maini, la quale mi ha fatto dono delle stesse parole di Shelley Jakson, emerse in seguito a un similare dibattito durante la traduzione del libro. Il lape fa in effetti riferimento a una dimensione inconoscibile – per i vivi e forse anche per i morti,
e per i morti (morti morti morti morti) –, ma non irraggiungibile. Jackson lo pensa come uno stato simile alla grazia cristiana, qualcosa in cui sperare, che liberi i morti dal fardello di sprofondare all’infinito in un necrocosmo sempre più labirintico, disintegrandosi senza mai smettere di essere.

Qualcosa che spezzi il loop. La fine della punizione. Questo chiarirebbe sia il senso di sprofondamento (per arrivare al lape bisogna attraversare tutti i livelli, gettandosi nella propria bocca plurime volte), che il trillo della rivelazione, in cui l’epifania non rappresenta l’afferrare una
nuova conoscenza, ma il semplice raggiungimento di una pace eterna: l’ultimo livello di necrocosmo. Aggiunge Jackson che, in ogni caso, la scelta di affibbiare tutto questo caleidoscopio di simboli e significati al lape sia intenzionalmente assurdo. Può darsi che la mia cocciutaggine nell’accostare necessariamente rivelazione e conoscenza sia una deformazione dovuta al mio ateismo congenito, forse chi frequenta il cristianesimo, ma anche il buddhismo, può riuscire con meno sforzi a tradurre la rivelazione in uno stato di pace. Ciò che ci garantisce Riddance, in ogni caso, è che i morti, questo lape, non lo vogliono poi forse tanto raggiungere; si arpionano alla vita, rimangono a tormentarci e parlano attraverso di noi, contaminandoci. E quanto alla fine siamo noi noi, e quanto siamo parti di cadaveri assemblate attraverso il ricordo?

“Che cos’è il linguaggio, se non il blaterare senza fine dei morti? Adesso, a sorprendermi, a sorprendermi davvero, sarebbe che qualcuno dicesse qualcosa di nuovo.”