[INTERVISTA] I proiettili dei Bunuel

Una lunga chiacchierata a cuore aperto con i Bunuel nel backstage del loro concerto allo sPAZIO211 di Torino – tra amore e armi, improbabili litigate con Nick Cave e un’ossessione per Il Maestro e Margherita di Bulgakov. 

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_di Francesco La Greca 

Nel mondo della musica vige una regola non scritta secondo la quale la somma della cifra artistica dei
componenti di un gruppo non è mai uguale a quella del gruppo stesso, motivo per cui la formula del
super-gruppo ha spesso deluso le aspettative: i Bunuel sono, se vogliamo, l’eccezione che conferma la
regola. Nati nel 2016, formati dall’unione di membri del Teatro Degli Orrori (Franz Valente, Pierpaolo
Capovilla), Afterhours (Xabier Iriondo) e la band culto del noise di San Francesco Oxbow (Eguene S.
Robinson) sono riusciti a creare una formula di violenza genuina e premeditata (dunque diabolica) che
da subito ha messo d’accordo pubblico e critica. Nel febbraio di quest’anno segnano un importante
traguardo riuscendo a pubblicare il loro terzo album “Killer like us” con la canadese Profound Lore e in
questo momento si trovano impegnati in un tour che per la prima volta vede nel proprio palinsesto più
tappe estere che italiane. “Killer like us” riprende ampiamente l’eredità dei due dischi precedenti
guadagnandosi però un’identità riconoscibile all’interno del catalogo della band; Il ritmo ha subito un
generale rallentamento, il suono da valanga si è fatto melma e l’introduzione del nuovo bassista Andrea
Lombardini ha contribuito positivamente a rinnovare in modo originale la formula comunque vincente
della band. La seconda tappa italiana del loro tour tocca Torino e lo Spazio 211 e per l’occasione la
redazione di Outsiders ha fatto una chiacchierata con la band: ne sono scaturite disturbanti storie di
infanzia, filosofiche divagazioni e qualche risata a denti stretti perché Eugene fa paura, molta paura.

Ieri avete avuto la vostra prima data italiana a Ravenna, al Bronson. Come è andata?

E: Ero davvero stanco, perché ho dormito tre ore e mezza prima di prendere il volo. È stato un buono
show per quel che mi ricordo…non ho fatto del male a nessuno anche perché nessuno è venuto.

Ho un po’ di amici da quelle parti e avevo intimato loro di andare…

E: e sono venuti?

No

E: Allora non sono amici, sono degli stronzi.

Glielo dico spesso anche io…ma torniamo a voi: mi ricordo che quando uscì il vostro primo
disco “A resting place for strangers” mi trovavo ad ascoltarlo in una camera a Bologna, piena di
muffa. Ricordo ancora con precisa memoria muscolare il sorrisino che involontariamente mi si
stampò in faccia ascoltando la opener “Cold or Hot”, mi aspettavo una sferzata a 200bpm e
invece… la dimensione lenta vi appartiene tanto quanto quella sferzante, rimasi stupefatto.
Sembra che in questo nuovo lavoro abbiate scelto di approfondire ed ampliare ulteriormente la
strada dello slowcore. Raccontatemi come è nata questa esigenza.

X: Non so se sia proprio così, che siamo partiti con l’idea di fare dei brani lenti. Le registrazioni dei
nostri dischi sono stati processi sempre differenti: il primo è nato da una sessione di due tre giorni
dove io Franz e Pierpaolo abbiamo jammato in uno studio di registrazione. Ognuno veniva con dei
giri che abbiamo messo assieme creando una musica che poi abbiamo strutturato meglio quando
sono arrivate le voci di Eugen. Il secondo disco ha avuto una forma un po’ più aperta, improvvisata.
Non ci siamo mai imposti però di fare brani lenti o veloci. Il processo era volto a fare sempre un
passo in avanti, a non ripetere il disco precedente.

E: Per quanto riguarda i testi guardo a questi dischi come ad una trilogia, se leggi i testi puoi capire
che si sta parlando di una singola storia. L’incedere della musica non è mai stato qualcosa di
premeditato, mai pensato “canzone lenta, canzone veloce”, è come questa conversazione tra me e
te, può variare il tono ma gli interlocutori sono sempre gli stessi.
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Quindi se vediamo ai dischi come una trilogia con un suo inizio e una sua fine: qual è la morale?

E: Sarebbe come barare se ti dessi la risposta precisa. La morale ha a che fare con la vita. Abbraccio
pienamente l’idea che quando sei chiamato a scegliere tra la vita e il capitale devi scegliere la vita. È
un pensiero che mi accompagna da almeno 15 anni. Osservo persone fare cose orribili nel nome del
capitale. Il capitalismo è come un odore che permea tutta la stanza, puoi esserci vicino o lontano ma
avrà comunque un certo effetto su di te, per me il capitalismo funziona così.

Franz, ha recentemente dichiarato su Rumore che le canzoni del disco sono proiettili pronti ad
essere sparati sottendendo che nei dischi precedenti invece si sparava eccome. Trovo che
l’attesa del colpo sia la parte più brutale dell’atto di sparare, siete d’accordo con me?

E: Sì sono assolutamente d’accordo con te.

F: Sì, nella copertina del disco c’è la foto di una pistola con dei proiettili su un tavolo. Per me la
pistola rappresenta il disco e i proiettili le canzoni

E: Oltretutto sto cercando di lasciare l’America per trasferirmi in Spagna, quella foto in un certo
senso è come una lettera d’amore alle mie pistole perché credo che dovrò lasciarle là. Ho cercato
un modo per portarle in Spagna di nascosto ma la gente mi dice “ma che stai facendo? Sei
proprio un cazzo di americano”. Ci sono persone che collezionano vini e ti dicono “hei guarda il
mio vino”, io colleziono pistole
Proprio una cosa da fottuto americano.

E: (ride) se ti mostrassi le mie pistole saresti estasiato, sono bellissime e anche mortali.


Non ho dubbi! Parlando invece del suono: al mix del disco c’è Giulio Favero Ragno. Due estati fa
l’ho incontrato per caso ai ToDays e parlando con lui mi ha detto nel suo solito modo un po’
scazzato ma bonario che “basta con la musica, mi sono rotto i coglioni”. Era solo un momento
no o per voi ha fatto una eccezione?

X: È sempre stato molto semplice lavorare con Giulio, è un amico e ha amato il progetto sin
dall’inizio. Giulio ha mixato il nostro primo disco e quest’ultimo e ha portato il suono dove
volevamo, la giusta potenza e la giusta spazialità. Sai, spesso si alternano periodi di amore e
odio per la musica. È naturale ci siano stagioni in cui non te ne frega nulla. Quindi non mi sembra
radicale la frase di giulio.

Una delle grandi novità attorno al vostro nuovo disco è la pubblicazione da parte di Profound
Lore e un gran numero di date all’estero, un bel balzo in avanti insomma. Andrea Lombardini, tu
sei l’altra grande novità: come ci si sente a saltare su un treno in corsa?

A: Quando Xabier mi ha chiamato per propormi il progetto era un periodo particolare perché il
gruppo stava già lavorando al materiale nuovo, bisognava prendere decisioni e c’era una proiezione
verso l’estero. Il gruppo ha sonorità molto forti, già due dischi in catalogo e personalità importanti. Ho
pensato che ci fosse un motivo se Xabier avesse chiesto a me anche se non sono legato a questo
tipo di musica. Ho capito che aveva voglia di qualcos’altro. Gli altri mi hanno detto “porta te stesso,
non pensare a suonare in un certo stile” e allora ho accettato. L’esperienza è fantastica. Sono
contento di lavorare al progetto. Alcuni aspetti di questa musica per me erano oscuri, abbiamo
registrato il disco nell’autunno 2019 poi è scoppiata la pandemia e abbiamo congelato il progetto.
Durante quel periodo ci siamo concentrati sul marketing e sulla ricerca di una casa disgrafica.

In A prison of measured time sento influenze new wave provenire dalle tue quattro corde: è
corretto?

A: Si, nei nuovi brani mi è venuto naturale portare questi elementi New Wave. Certe volte in
macchina cose totalmente diverse da quelle che suoniamo come la musica classica contemporanea.
Franz, a tal proposito ho letto che tu sei fan di Beethoven.
F: Sì ho sempre ascoltato Beethoven fin da quando son piccolo. È il primo che ha usato la musica in
modo un po’ violento.

Xabier, chi ti segue sui social sa che la tua pedaliera nel tempo cambia spesso assetto anche in
base al progetto in cui ti trovi a suonare, come se cambiasse pelle: con che approccio riesci a
mantenere il fil rouge del tuo suono ad ogni muta?

X: È una domanda molto tecnica e vorrei essere il meno tecnico possibile, vorrei raccontarla dal
profilo emotivo. Non credo che i pedali facciano la differenza alla fine anche se ne uso parecchi e li
modifico li progetto personalmente. Si tratta di capire come con la tua testa e le tue mani riesci a
adattare la tua personalità ad ogni progetto. Come un pittore che ama dipingere tele molto diverse tra
loro userà una tavolozza diversa ad ogni tela. Magari una volta ha un periodo blu un’altra rosso, e si
useranno anche pennelli diversi. I pedali mi aiutano a modellarmi dentro al progetto, non è che con
Afterhours certi pedali non debba usarli, come se dovessi fare un compitino. Anzi, in questa ultima
decade ho cercato di mescolare sempre più le cose. Dal mio rientro nel 2010 in poi ho aggiunto suoni
più feroci. E anche qui ci son sonorità che esulano dal genere Bunuel. La mia ricerca è in questo senso: deviare pur rimanendo lo stesso.

 

Come nei dischi precedenti Eugene S. Robinson è arrivato solo a canzoni concluse e in differita,
aggiungendo le parti vocali e i testi. È mai successo che vi chiedesse di cambiare qualche cosa
dei brani per adattarli meglio alla voce o che scartasse alcune delle produzioni dai voi mandate?

E: È successo ma non è una storia emozionante, abbiamo 3 dischi all’attivo ed è successo solo una
volta. C’era questa canzone che mi sembrava troppo King Crimson.

X: Sì era una idea un po’ progressive, una cosa un po’ nuova

E: Io credo che i testi siano l’imprinting della conversazione che tu hai con il tuo pubblico, un accordo
di chitarra può dare sensazioni diverse a seconda di chi lo ascolto ma se uso la parola “Fuck” questa
arriva a tutti allo stesso modo, devo essere bravo a scrivere parole che significhino qualcosa. Devo
dar loro una certa intensità e con quella canzone progressive non ci riuscivo. La musica non
combaciava con le parole, e non parlo di suono ma proprio di significati. La musica che mi mandano
per me ha sempre suonato come Bunuel e nient’altro. Non riesco ad immaginar nessun’altro che
possa farla. Con quella canzone non è successo.


Eugene: il tuo modo di cantare lo conosciamo ormai dal 1989, nonostante ciò rimane davvero
difficile decodificarlo. Come è nato questo stile? Lo hai ricercato o è proprio nella tua natura?

E: mi ci è voluto tempo se consideri che la mia prima band è nata nel 1980 e non ho apprezzato
nulla di quello che facevo vocalmente almeno fino 1989 con il primo disco degli Oxbow. Quanto
canto cerco di riprodurre il suono che ho in testa. Mi ricordo ancora la prima volta che mi sono
trovato davanti ad un microfono per cantare e non ero mai stato davanti ad un pubblico prima di
allora, ero in un teatro, quando la band iniziò a suonare io ero pietrificato. Decisi presto che
volevo una band dove poter cantare quello che avevo in testa, non ho referenze del tipo “voglio
suonare come Ronnie James Dio”.

Canti così anche sotto la doccia?

Dipende da cosa devo cantare, sarò sincero. La prima volta che ho fatto un vocalizzo dei miei ero
a Brooklyn, avevo tipo 15 anni e ho avuto un burnuot mentale da stress e mi trovavo nel retro di
una toilette e ho iniziato a emettere dei suoni, fu strano. I miei genitori entrarono nel bagno e
dovetti inventarmi una scusa, tipo che avevo fatto cadere qualcosa nel cesso, ma non era così:
ero abbracciato al water facendo quei suoni che sono gli stessi che faccio ora quando canto.

I tuoi testi d’altro canto sono sempre molto poetici! Dove trovi l’ispirazione? C’è qualche lettura
che ti ha formato in questo?

E: Sono ossessionato da “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov. Incredibile. Non so perché ho
aspettato così tanto a leggerlo. Mi ci imbattevo spesso e ne ho comprate svariate copie, ne ho 4,
ma l’ho letto solo due anni fa. In ogni caso la letteratura è qualcosa di profondo e non posso di
certo dire di scrivere come qualcuno che apprezzo ma spesso succede che gli scrittori che
apprezzo finiscono per apprezzare a loro volta quello che scrivo, è una cosa molto figa.

Quindi mi stai dicendo che Bulgakov ti adora?!
E:(ride) probabile.

Siete tutti musicisti estremamente aperti alle collaborazioni, c’è un artista con cui vi piacerebbe
collaborare nei vostri songi più remoti?

X: Bruce Springsteen, è il mio artista preferito.

E: (rivolgendosi a Xabier) Non è del tutto impossibile sai? Poi ne parliamo meglio.

Quindi sto assistendo alla nascita della E street band + Xabier? Grazie ragazzi.

F: Io invece direi Melvins o Beethoven.

A: Vado di Melvins anche io

E: Di solito io sogno qualcosa che potrei raggiungere, penso che il mondo abbia bisogno di una
collaborazione tra me e Nick Cave. Io e Nick abbiamo già fatto uno show assieme e in quello
show l’ho insultato accidentalmente quindi mi sono giocato la mia possibilità. Eravamo alla Royal
Albert Hall e Barry Adamson aveva invitato tre dei suoi cantanti preferiti a duettare con lui su
delle cover. La mia canzone era “Romeo is bleeding” di Tom Waits, Nick aveva “Next” di Jaques
Brel, una canzone resa poi celebre da Scott Walker. Io e lui avevamo una specie di competitività
durante il soundcheck, poi ci fu lo show ed entrambi portammo a casa una grande esibizione. Nel
backstage eravamo tutti gasati, ci siamo abbracciati e io gli ho detto “sai…sarebbe stato davvero
figo se l’avessi cantata in francese” lui mi ha guardato ed è andato via. Non mi ha mai più rivolto
la parola.