Nella serata organizzata da TUM, la band americana e i local heroes torinesi ci trascinano in un buco nero nel quale si intrecciano riff e sudore, pogo e contemplazione, acufene e marjuana.
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_di Francesco La Greca
ll Monte Musinè sortisce da sempre un indiscutibile fascino sui torinesi che lo venerano a mo’ di piccolo Golgota sabaudo con la sua storia inquietante e un magnetismo decisamente atipico. Non è un caso che i Tons, storico baluardo del doom torinese, abbiano deciso di intitolare un loro disco “Musineè Doom session, Volume 1” (nomen omen insomma) e non a caso è proprio l’inquietudine a farla da padrone la sera del 14 aprile quando il gruppo si esibisce al Bunker in apertura ai veterani Bongzilla in una delle loro tre date italiane del tour europeo che li vedrà spalla fissa della band di Madison. Il buon sangue che scorre tra le due formazioni non è un mistero, un anno fa usciva infatti “Doom Session Vol.4”, uno split in cui i due gruppi si dividevano equamente lo spazio in 40 tormentati minuti di musica.
Verso le 21:30 i Tons salgono sul palco: il fuzz comanda e guida il pogo in una danza che sembra quasi un rito sciamanico tra ritmiche inesorabili prima e decisamente frenetiche poi. Il cantato urlato e gutturale di Phatty Bombo/Papero è una conferma per chi da tempo segue il gruppo, un porto sicuro e un garanzia. I novizi tra il pubblico invece li si nota subito, le facce sono quelle di chi sa di essere nel posto giusto al momento giusto e la danza continua e al sottoscritto arriva la prima gomitata sulla clavicola.

L’esibizione dura in tutto mezz’ora e già il pubblico è madido di sudore ma il tempo per riprendersi è poco e nel giro di venti minuti salgono sul palco gli headliner internazionali della serata. L’impatto dei Bongzilla è disarmante. Mike Makela, per gli amici “Muleboy” sembra uscito dal film “La mummia” e non certo nella parte di Brendan Fraser. Colpisce subito la semplicità del set. Il basso di Mike è collegato direttamente all’ampli e suona come un martello pneumatico, il tempo per capire dove ci si trova è poco, le prime file sono incendiate e non lasciano spazio alla contemplazione troppo statica (in linea di massima tipica del doom metal). Dopo tanto rumore un momento di inaspettato silenzio spezza il ritmo, Muleboy prende fiato e annuncia un laconico “This song is about me planting weed in my backyard” poi colpo di cassa e giù di nuovo a testa bassa nella spirale di pesanti riff e grida infernali, ovviamente in larga misura a tema marijuana. Mi chiedo se Bob Marley si sarebbe mai aspettato una deriva simile del suo messaggio ma vengo trascinato dalla mattanza del pogo. Ora Mike sta fumando uno spinello dal naso e sarà abile da qui alle prossime tre canzoni in scaletta a centellinare i tiri senza che mai gli si spenga (!), altro che altare della patria dico io.
La prima parte del concerto vede una scaletta chiaramente incentrata sulle canzoni di “Weedsconsin”, ultimo lavoro che risale al 2021 senza trascurare alcuni grandi classici come “Amerijuanica” che avrà sicuramente fatto scendere una lacrimuccia a chi ne ha fatto la sua colonna sonora adolescenziale. La seconda metà del concerto è dedicata a quattro inediti ancora senza un titolo e suonati uno di fila all’altro che lasciano presagire come le future pubblicazioni del gruppo saranno nuovamente una conferma.
La fine del concerto, che ormai procede a piè sospinto da un’ora e un quarto vede i Bongzilla duettare con Phatty Bombo alla sola voce in un tripudio di sferzate Stoner sulle note di “Chronic Morning Obesity Pt. 2”. Ormai è chiaro a tutti che la sensazione è quella di una grande festa dove tra uno stage diving e l’altro (il primo della serata me lo rivendico) scambiarsi un abbraccio o una spallata hanno lo stesso sapore di comunione con il prossimo e, senza scomodare l’Altissimo che sicuramente era il più lontano possibile da noi, il concerto finisce così come è iniziato: feedback apocalittici, grida, sudore e fumo, tanto fumo.
