“Lo spettatore critico”: alla (ri)scoperta di Nicola Chiaromonte al Circolo dei Lettori

In occasione della presentazione del “Meridiano” Mondadori a lui dedicato, Alessandro Piperno, Giorgio Ficara e Raffaele Manica discutono uno dei grandi intellettuali italiani del ‘900, tra visioni filosofiche, teorie letterarie e passioni politiche. L’incontro si è svolto ieri pomeriggio al Circolo dei Lettori.

_di Alberto Vigolungo

Fermo oppositore di ogni forma di autoritarismo e pregiudizio, Nicola Chiaromonte è stato un critico “puro” dei repentini rivolgimenti culturali del XX secolo. Una figura di intellettuale cosmopolita, dalla fama estera notevole e forse per questo tenuto sempre un po’ fuori dai discorsi nostrani: a colmare questo vuoto arriva il volume curato da Raffaele Manica, il quale, insieme all’editor della prestigiosa collana che da oltre mezzo secolo propone il corpus dei maggiori autori contemporanei e ad uno dei più insigni accademici torinesi, ha provato a tracciare una mappa delle incredibili avventure di Chiaromonte.

Originario della Basilicata, nato nel 1905, si trasferisce con la famiglia a Roma, dove in giovane età coltiva la passione per la filosofia e dove in seguito inizierà a collaborare con varie riviste come critico teatrale. Antifascista “della prima ora”, negli anni Trenta ripara in Francia: qui entra in contatto con il circolo di Carlo Rosselli, da cui si separerà per una differente visione delle strategie di opposizione al regime. Dopo aver combattuto la Guerra civile spagnola tra le file dell’esercito repubblicano, allo scoppio del secondo conflitto mondiale si rifugia negli Stati Uniti, dove è introdotto nei circuiti dell’intellighenzia newyorkese dagli accademici Prezzolini e Salvemini. Ritornato in Italia nel secondo dopoguerra, Chiaromonte polemizza con la figura dell’intellettuale impegnato e prende le distanze da un PCI sempre più rivolto a Mosca; comincia ad intrattenere una lunga corrispondenza con l’amico Albert Camus, con cui condivide la critica all’autoritarismo sovietico, in polemica con Sartre. In questo periodo, i suoi progetti vanno dalla collaborazione con Mario Pannunzio alla fondazione della rivista di cultura “Tempo presente”, la cui pubblicazione è racchiusa in due date tutt’altro che secondarie: il 1956 e il 1968. Scrive ancora sulle colonne dell’”Espresso”, prima di essere stroncato da un malore nel 1972.

Alla base del pensiero di Nicola Chiaromonte vi è innanzitutto una solida cultura filosofica, che, a partire dai classici greci, coniuga lo scetticismo equilibrato di de Montaigne alla visione della storia di Berlin.

Citando questi modelli, Alessandro Piperno ha spiegato il valore di Chiaromonte alla luce della sua inclinazione alla complessità, che manifesta soprattutto nella sua riflessione sul senso della storia, confrontandosi con tutta una tradizione che ha in Hegel la sua stella polare; un’attrazione che si declina in un esercizio critico ormai poco praticato: “Interrogarsi senza per forza darsi una risposta”. Questa complessità, unita ad una capacità di osservare “mettendosi di lato” – spiega Giorgio Ficara – rispetto ai fenomeni culturali del suo tempo, costituisce la vera cifra dell’indagine chiaromontiana, rendendola così peculiare; Piperno ricorda ancora come a sostenere la forza di questo discorso vi sia poi una scrittura “dalla potenza tolstojana”, profonda e vibrante, dalla notevole qualità poetica (alla morte di Camus, lo studioso di origini lucane dedica all’amico un
componimento dalla bellezza sublime).

E dunque, quale posto assegnare a Nicola Chiaromonte nel panorama della critica italiana del Novecento? Di primo piano, senza dubbio.

Per Giorgio Ficara, Chiaromonte è stato peraltro il principale riferimento di saggistica nel nostro Paese, con pochi altri dello stesso livello. Di importanza inestimabile la sua riflessione sul romanzo, in antitesi rispetto alla visione promossa da
avanguardie e neoavanguardie (Sanguineti in testa), che lo descrivono come genere in crisi. La speculazione di Chiaromonte mira a destrutturare questa posizione molto in voga negli anni ’60, concentrandosi sul pregiudizio che è alla base della stessa. In primo luogo, romanzo non è un “genere” (come il poema epico o la poesia lirica), bensì una “forma”, eterogenea e complessa, una sorta di “minestra da cui si può sempre attingere”, nella definizione che aveva già dato
(quattrocento anni prima!) Miguel de Cervantes. Non solo la “forma” romanzo rimane dunque sempre attuale, ma continua a mantenere un’imperscrutabile relazione con il vero, una relazione tale per cui lo stesso Joyce (che sarà eretto a emblema di quella rivoluzione), affermò: “Un romanzo deve rappresentare la sua epoca”. Una nozione che, nota ancora Ficara, avrebbe potuto esser data da Manzoni o James.

“Dissipatore del suo talento” (autore di due soli libri, uno dei quali, Credere e non credere, viene pubblicato nel 1971, almeno vent’anni dopo la sua stesura, e ritenuto peraltro un’opera fondamentale nella genesi creativa del Satura di Montale), espresso perlopiù in articoli e saggi redatti in italiano, inglese e francese, per Manica la vicenda di Nicola Chiaromonte rivela una certa aderenza tra biografia e letteratura, nelle sue intemperanze e coerenze. “Lo spettatore critico. Politica, filosofia e letteratura” mira a rimettere la figura di questo studioso al posto giusto, riaffermandolo come uno dei numi tutelari del libero pensiero novecentesco; a rilanciare l’importanza di un esercizio intellettuale che non si accontenti del “già dato”, che non si adagi nel comfort di narrazioni scontate: una lezione di critica cruciale, oggi più che mai.